lunedì 1 ottobre 2012

Le Brigantesse Raccontano.....

Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero. 
(cit)



" Chiamateci Brigantesse e avete ragione
non dite assassine perchè anche noi abbiamo sentimenti,
ma abbiamo scelto questa vita 
montagna e dolore
per difendere questa terra dall'invasore".

sabato 4 agosto 2012

Balvano 1944 Un disastro ignorato


[intervista all'avvocato Gianluca Barneschi]
Storia Futura Un programma di Fabio Andriola Produttore esecutivo: Alessandra Giorgi Regia: Andrea Della Ventura e Giancarlo Russo Settima puntata (trasmessa giovedì 23 dicembre 2004 sul canale digitale terrestre Rai Doc) Nel servizio di apertura del programma Storia Futura l'avvocato Gianluca Barneschi ha presentato in anteprima il risultato delle sue ricerche sul disastro del treno 8017.
Il 3 marzo del 1944 in provincia di Potenza, nel comune di Balvano, più di 600 persone morirono in quello che può essere considerato il più grave incidente della storia della ferrovia. La cosa più sorprendente è che questo incidente, dopo sessanta anni, è pressoché sconosciuto alla moltitudine delle persone e anche agli organi di stampa. Uno dei motivi della mia indagine, uno dei fattori che più mi ha indotto in questa indagine decennale sul disastro del treno 8017, in Balvano, è stato quello di scoprire non solo perché questo incredibile incidente ferroviario avvenne, ma anche, e soprattutto, perché nel corso degli anni e dei decenni si calò sull'incidente stesso un incredibile e sorprendente oblio. Era l'anno 1944, forse il peggior anno della storia dell'Italia post-unitaria. In effetti nel 1944 non esisteva neanche l'Italia: esistevano due nazioni nelle quali, dietro governi formalmente italiani, in realtà agivano e comandavano eserciti e nazioni straniere. Nell'Italia meridionale c'era il regno del sud di Vittorio Emanuele III e del suo capo di governo Pietro Badoglio, che tentavano di continuare, di dare una continuità istituzionale al Regno d'Italia dopo la fuga del 9 settembre a Brindisi. Nell'Italia centro-settentrionale invece c'era la Repubblica Sociale di Benito Mussolini, alleata con i nazisti di Hitler. Nell'Italia meridionale, nonostante il passaggio del fronte bellico, la situazione era gravissima, soprattutto quella alimentare. Così, dai primi mesi del 1943, dalla zona del napoletano e anche dalla provincia di Salerno, persone con ogni mezzo di trasporto, preferibilmente assaltando i treni, anche quelli merci, si recavano negli agri della Calabria, della Basilicata e della Puglia, in cerca di generi alimentari. Con l'arrivo degli Alleati questa specie di commercio, questa specie di baratto di sussistenza, in realtà ebbe una grossa evoluzione perché nella zona di Napoli era facile approvvigionarsi, in maniera anche illecita, di materiali di ogni genere che poi venivano barattati appunto con i generi alimentari della zona della Basilicata, della Puglia e della Calabria. Questo è il motivo per cui centinaia di persone partirono dalla stazione di Napoli con un treno merci nonostante il controllo delle forze dell'ordine. Il treno merci si mosse dalla stazione di Napoli nelle prime ore del pomeriggio del 2 marzo 1944 e, nel corso del suo viaggio verso la Basilicata, incrementò la sua composizione, ma soprattutto incrementò il numero dei suoi passeggeri. Centinaia e centinaia di persone erano sul treno 8017 nonostante fosse un treno merci, composto prevalentemente da carri scoperti. Queste persone, uomini, donne ma anche bambini, adolescenti e ragazze, viaggiavano allocati in ogni luogo possibile, anche sui predellini dei carri e sul tetto dei carri merci coperti. Ci fu l'intervento della polizia militare alleata, molto violento, a base di colpi di sfollagente e anche di colpi di mitra alla stazione di Battipaglia, ma ciò non impedì che, pochi minuti dopo la mezzanotte del 3 marzo 1944, il treno 8017 entrasse in stazione a Balvano, carico di più di 600 persone. Il treno era partito da Napoli in trazione elettrica ma a Salerno era avvenuto un mutamento decisivo, in quanto la linea non elettrificata necessitava della trazione a vapore. E qui si concretizzò un elemento decisivo per la costituzione della tragedia perché, per motivi mai spiegati, vennero utilizzate non una ma due locomotive a vapore e, del tutto incongruamente, queste due locomotive a vapore vennero posizionate ambedue in testa al treno 8017. Nonostante il treno stesso fosse molto lungo e la linea molto tortuosa e in salita, e nonostante il fatto che, non solo le prescrizioni della regolamentazione ferroviaria, ma la logica e il buon senso imponessero, in quelle condizioni, di utilizzare la cosiddetta "trazione simmetrica" con una macchia a vapore in testa e l'altra in coda. Cinquanta minuti dopo la mezzanotte del 3 marzo 1944 il treno 8017 si mosse dalla stazione di Balvano: era composto di 45 carri e, appunto, di due locomotive in testa. La successiva stazione di Bella-Muro si trovava a meno di otto chilometri da quella di Balvano, e il treno 8017 avrebbe dovuto impiegare un tempo oscillante tra i venti minuti e gli ottanta minuti per raggiungere la stazione di Bella-Muro. Il treno 8017 non giunse mai alla stazione di Bella-Muro. Infatti, dopo aver imboccato la galleria delle armi, una galleria di circa due chilometri, la più lunga del tratto ferroviario tra Battipaglia e Potenza, inspiegabilmente il treno perse velocità e si immobilizzò all'incirca cinquecento metri all'interno della galleria.
A questo punto le testimonianze inevitabilmente diventano contrastanti e contraddittorie, anche perché soltanto il fuochista della macchina di testa sopravvisse tra tutto il personale di macchina. In ogni caso pare che il treno tentò di riavviarsi, prima in una direzione e poi nell'altra, e che fatalmente si fermò, bloccandosi praticamente tutto all'interno della galleria delle armi con soltanto due carri e mezzo fuori dal portale sud della galleria. E qui evidentemente emerge un aspetto decisivo della tragedia: poiché la linea in quel punto era in salita, evidentemente qualcuno del personale di bordo frenò il treno, anche perché altrimenti il treno stesso sarebbe scivolato per gravità. Seicento persone rimasero inerti mentre le due locomotive continuarono a eruttare gas venefici dalle loro ciminiere. Il destino di questo oltre seicento persone era inevitabilmente segnato. Ma cosa accadde dunque, dopo che il treno 8017 si fermò improvvisamente all'interno della galleria delle armi? Finalmente, dopo più di sessanta anni possiamo ricostruire tutti gli eventi. Questo grazie agli atti della segretissima indagine della commissione alleata, commissione che venne costituita immediatamente dopo l'incidente e che svolse delle approfondite indagini, ascoltando anche molti testimoni oculari dell'incidente. Gli atti di questa inchiesta fino a poco tempo fa erano appunto segretissimi, e solo dopo la loro desecretazione è stato possibile consultarli, e chi vi parla per la prima volta ha potuto analizzarli e acquisirli. Una cosa emerge in maniera molto chiara dalla lettura di questi atti e da una analisi incrociata di tutti gli eventi e di tutti i documenti: le responsabilità di quanto accadde al treno 8017 il 3 marzo 1944 sono molto chiare, però è altrettanto chiaro che nonostante queste responsabilità fossero evidenti non ci fu alcuna volontà di perseguire i reali responsabili di questo disastro. Eppure qualche colpevole c'era: basti pensare che i primi soccorsi arrivarono ben quattro ore dopo l'arresto del treno 8017 all'interno della galleria delle armi. Ma anche gli italiani, anche gli organi italiani svolsero delle indagini. Il verbale della riunione del consiglio dei ministri del 7 marzo 1944 è emblematico, e spiega anche per quale motivo poi, nel corso dei decenni successivi, sulla tragedia di Balvano calò l'oblio. Infatti il verbale del governo Badoglio non trova meglio che definire le povere vittime del treno 8017 come viaggiatori di frodo. Ma neanche questo è vero perché, proprio dagli atti dell'inchiesta americana, emerge che costoro non erano viaggiatori di frodo, nonostante si trovassero a viaggiare in maniera incredibile su un treno merci, perché proprio da questi verbali emerge che il personale ferroviario aveva chiesto e preteso il pagamento di biglietti per il viaggio.
Effettivamente la strage di Balvano può essere considerata la prima della lunga, purtroppo, serie di stragi post-belliche rimaste impunite: più di seicento persone morirono e, a quanto pare, non si trovò un responsabile per tutto questo. L'inchiesta del procuratore del Re di Potenza identificò quale unico responsabile il carbone fornito dagli alleati: evidentemente non era così. Però ci fu ancora una volta chi, nonostante l'inerzia delle istituzioni, non si dette per vinto. I parenti di alcune delle vittime attivarono contenzioni civili presso il tribunale di Napoli e, dopo una vicenda ultraventennale in cui non mancarono ancora una volta episodi sconcertanti, ricevettero un indennizzo assai modesto. Questa vicenda, con tutti i suoi particolari, è narrata nel mio libro di prossima pubblicazione, nel marzo 2005, per l'editore Mursia. Il titolo del libro sarà "Balvano 1944. I segreti di un disastro ferroviario ignorato". fonte:http://www.trenidicarta.it/treno8017/20041223storiafutura.html

martedì 31 luglio 2012

Strage di Pietrarsa


Lo stabilimento di Pietrarsa fu voluto da Ferdinando "perché del braccio straniero a fabbricare le macchine, mosse dal vapore il Regno delle Due Sicilie più non abbisognasse...". Per realizzare lo stabilimento fu acquistata un'area che si chiamava "Pietrabianca" - posta tra i Comuni di Portici, San Giovanni a Teduccio e San Giorgio a Cremano detta anche "Croce del Lagno" - nome della zona cambiato in Pietrarsa nel 1631 in seguito all'eruzione del Vesuvio poiché la lava era giunta fino a quel punto della costa. " Pochi esempi offre la storia come quello della situazione in cui venne a trovarsi il piccolo regno sardo-piemontese, che contava poco più di quattro milioni di abitanti, allorché nello spazio di circa due anni dovette affrontare i problemi giganteschi derivantigli dall'assorbimento di oltre 17 milioni di altri italiani (più di 9 milioni dal Regno delle Due Sicilie ed 8 dagli Stati dei centro-nord) in conseguenza del risultato dei plebisciti d'annessione….. l'insufficienza dei quadri della competente burocrazia da destinare alle nuove province per assicurarvi un omogeneo andamento della cosa pubblica;… il sopravvenire delle due campagne del 1866 e del 1870; la frettolosa estensione di talune leggi di prevedibile contenuto impopolare (ad esempio la coscrizione obbligatoria e l'imposizione della carta moneta oltre alla tassa sul macinato successiva al 1866) nei territori annessi; infine, errori di valutazione come quello, ad esempio, dello scioglimento delle formazioni militari borboniche, dal quale derivò la formazione di una criminalità così imponente (pretestuosamente politica, poi ambientale) da determinare una campagna supplementare di occupazione militare" . Cosi inizia il capitolo sul brigantaggio di www.carabinieri.it ma di Pietrarsa non si parla. La crisi economica che si verificò all'indomani dell'unificazione d'Italia spinse il governo a privatizzare la gestione dell'opificio di Pietrarsa. La sospensione dal lavoro di molti operai era il provvedimento più semplice per il nuovo proprietario che voleva vederci chiaro sulla competitività. Gli impegni assunti di far rientrare in fabbrica tutti gli operai sospesi e a rilanciare il ruolo dell'insediamento produttivo non ebbero un seguito. Alle proteste sia occupazionali che salariali si rispose con il licenziamento di 60 operai. Gli operai diedero allora avvio alla occupazione della fabbrica, mentre i dirigenti lasciavano Pietrarsa. Per timore di rappresaglie questi richiesero l'intervento della forza pubblica per sedare la rivolta e le polveri presero fuoco quel 6 agosto del 63. 6 Agosto 1863. Bersaglieri, carabinieri, guardie civiche sparano su una folla di operai esasperati: due morti e numerosi feriti (12)(chi dice quattro morti: versioni diverse danno anche numeri più alti ). (Archivio di Stato di Napoli, fondo Questura, fascio 16). All’epoca, come detto da più parti (Esposizione industriale - Firenze 1861 e Londra 1862), l’officina di Pietrarsa con oltre 1.000 operai era un fiore all’occhiello dell’industria sia nazionale che meridionale. A Pietrarsa fu però preferita l'Ansaldo (l'Ansaldo, prima del 1860 contava soltanto 500 dipendenti e dopo due anni li raddoppia), di Giovanni Ansaldo (vedi sotto storia) finanziata come sempre con soldi pubblici. Al Sud non restò neanche la commessa per le locomotive regionali. Solo un centinaio su 600 locomotive fu appaltato a Pietrarsa che, dopo vari passaggi di proprietà, nel 1885 venne addirittura declassata a officina di riparazione. Facevano ala a questa produzione gli altoforni di Mongiana (Calabria) e Atina che vengono chiusi nel 1874. Il 25 giugno 1874, in "ottemperanza" alla Legge 23/6/73, Mongiana venne chiusa e fabbriche, officine, forni di fusione, boschi, segherie, terreni, miniere, alloggi e caserme, tutto il complesso diventò la "casa di campagna" di Achille Fazzari, ex garibaldino. La Calabria si era sostenuta fino ad allora con piccole miniere locali e altoforni che funzionavano a legna. La cosa non era più possibile, sia per ragioni ambientali che di concorrenza col carbone. http://www.vocedimegaride.it/html/Articoli/IndustriePesanti.htm A parziale compensazione delle cancellazioni produttive a partire dal 1904 il Governo Giolitti varò la “Legge speciale per il Risorgimento di Napoli”. Fu la base per la costruzione nel 1909 dello stabilimento siderurgico ILVA che con i 12 ettari di superficie ed i tre altoforni da 150 tonnellate, costituirà per un trentennio uno dei più importanti poli industriali del Mezzogiorno. Arriverà ad occupare nel 1919 oltre 4.000 operai, e nel 1973 quasi 8.000. Con la crisi del 29 l’Iri acquisisce l’impianto. Lo stabilimento è rimasto nell’ambito del così detto Ospedale delle Industrie fino alla definitiva dismissione all’inizio degli anni ‘90. Nel 1962 diventò Italsider, affiancandosi agli altri tre impianti italiani, quello di Genova Cornigliano, quello di Terni ed il nuovo stabilimento di Taranto. Tornò ILVA solo verso la fine degli anni ’70 quando iniziò anche la grande crisi del settore. Che i Savoia al Sud, nonostante tutto, a distanza di quasi 100 anni godessero ancora di larga considerazione lo dicono i risultati del referendum istituzionale indetto nel '46 che sancì per il Re (al sud) una percentuale vicina al 64%. A fronte di un dato nazionale finale per la Repubblica del 54,3% (che cancellò la monarchia) le regioni meridionali, dal Lazio in giù isole comprese, portarono una dote di 5.930.000 (63,84% che non è poco) voti contro i 3.359.000 per la Repubblica. « Ciò che è certo è che il Regno di Napoli era nel 1857 non solo il più reputato d’Italia per la sua solidità finanziaria – e ne fan prova i corsi della rendita – ma anche quello che, fra i maggiori Stati, si trovava in migliori condizioni. Scarso il debito, le imposte non gravose e bene ammortizzate, semplicità grande in tutti i servizi fiscali e della tesoreria dello Stato. Era proprio il contrario del Regno di Sardegna, ove le imposte avevano raggiunto limiti elevatissimi, dove il regime fiscale rappresentava una serie di sovrapposizioni continue fatte senza criterio; con un debito pubblico enorme, su cui pendeva lo spettro del fallimento. » (Francesco Saverio Nitti) http://it.wikipedia.org/wiki/Revisionismo_del_Risorgimento Il ministro delle Finanze del Regno di Sardegna Giovanni Nigra, dopo il ’49, si era rivolto alla banca Rothschild di Parigi «per cominciare a pagare le riparazioni di guerra dovute a Vienna». Quando Cavour gli successe alla guida del ministero «continuò ad utilizzare i Rothschild, ma volle anche introdurre una qualche concorrenza. Il suo primo prestito fu ottenuto nel 1851 per il tramite della piccola banca Hambro di Londra; e benché i Rothschild replicassero tentando di deprimere il corso dei titoli piemontesi a Parigi, l’operazione si concluse con un successo» (D. Mack-Smith, Cavour, Milano 1984, p. 68). Più tardi, dopo la guerra di Crimea, Cavour, facendo a braccio di ferro coi Rothschild, «contro il cui tentativo di ‘ebraizzarlo’ protestò più di una volta, [...] utilizzò altri banchieri: Laffitte, Hambro e il Crédit Mobilier dei fratelli Péreire» (ibid, p. 117). Qualcuno disse molto semplicemente che l'Unità d'Italia venne fatta a spese dei vinti come di seguito «Nella discussione del 9 febbraio 1859 il marchese Costa di Beauregard denuncia: "Il Conte di Cavour vuole la guerra e farà gli estremi sforzi per provocarla. Nella pericolosa condizione in cui ci ha collocati la sua politica, la guerra si presenta al suo pensiero come l’unico mezzo per liberarsi onorevolmente dal debito spaventoso che ci schiaccia, e di rispondere agli impegni che ha preso", il bilancio del regno di Sardegna di quell’anno "ha un deficit di 24 milioni di lire che porta il debito pubblico complessivo ad un totale spaventoso di 750 milioni di lire" . Era quindi sull’orlo della bancarotta sia a causa della bilancia commerciale, da anni in passivo, sia soprattutto per la costosissima politica estera, in questa situazione l’unica possibilità per evitare il tracollo finanziario era la conquista di nuovi territori e come disse l’influente deputato sabaudo Boggio : "Ecco dunque il bivio: o la guerra o la bancarotta".» (Il sud e l'Unità d'Italia, p. 55). fonte:http://digilander.libero.it/fiammecremisi/approfondimenti/pietrarsa.htm Sabato 6 agosto 2011 alle ore 9,30 presso l'ex opificio Reale di Pietrarsa -- Portici, si sono riuniti per la commemorazione degli operai martiri del 1863, un folto gruppo di amici cittadini, attorno allo "stand" allestito e organizzato dalla sezione del "miglio d'oro" del Partito del sud. Erano presenti alla manifestazione: Carlo Capezzuto, Mimmo Borrelli, Carlo Troncone, Carlo Ceresa, Luigi Guarino, Alessandro Lana, del direttivo della sezione del "Miglio d'oro" del Partito del sud. Andrea Balia e Vincenzo Riccio del direttivo nazionale del Partito del sud Francesco Menna, Bruno Pappalardo, Salvatore Argenio Stilista Identitario e AnnaMaria Pisapia del Partito del sud di Napoli, Antonio Trotta, Alessandro Citarella della sezione di Bagnoli del Partito del sud. Carmine Iodice e Daniela Fornasari della sezione di Caserta del Partito del sud. Giovanni Rea in rappresentanza del comune di Portici Assessorato all'ambiente Silvio Vanacore in rappresentanza del PRC di Portici Enrico Natale e Giuseppe Silvestro rappresentanti della UIL-uiltucs Antonio Iannaccone e Giovanni Cervero rappresentanti del FLN Gianni Vigilante, Giuseppina D'Isanto, Vincenzo Puglia. fonte:http://www.youtube.com/watch?v=JnQlBiGU7sY&feature=relmfu

"O BRIGANTE O EMIGRANTE" ...


LUNEDI' 6 AGOSTO ALLE ORE 21,00 A FRESAGRANDINARA (CHIETI) PRESSO L'ARENA, CON IL PATROCINIO DEL COMUNE SERATA SULLA REVISIONE DELLA STORIA DELL'UNITA' D'ITALIA DAL TEMA: "O BRIGANTE O EMIGRANTE" ... INTERVISTE, TESTIMONIANZE, PROIEZIONI DI DOCUMENTARI, E TANTO ALTRO ANCORA, CI AIUTERANNO A COMPRENDERE MEGLIO LA STORIA DELL'UNITA' O...LA MALE, UNITA' D'ITALIA NEL CORSO DELLA SERATA, LE ALLIEVE E GLI ALLIEVI DI UNA LOCALE SCUOLA DI DANZA, SI ESIBIRANNO IN BALLETTI SU MUSICHE BRIGANTESCHE. LA SERATA SI CONCLUDERÀ' CON LA DEGUSTAZIONE DI PRODOTTI LOCALI. OFFERTA DAL SINDACO, GIOVANNI DI STEFANO. gli organizzatori: Gabriella A. Rapposelli e Bartolo Di Luca

Provate a chiedere ad un italiano da dove deriva la parola Italia.


E, invece, è conservata nella Biblioteca Nazionale in Parigi. Eppure è di straordinaria importanza perchè è la prima testimonianza visiva dell'esistenza della parola ITALIA, e risale al 91 a.c., quando le popolazioni italiche si riunirono per giurarsi fedeltà e muovere contro Roma con la famosa Guerra Sociale. La moneta in argento, sulle cui facce sono riprodotte la scena del giuramento e l'immagine di una donna con la scritta ITALIA, è stata rinvenuta tra i resti di un santuario italico-romano in località Pizzo della Croce sul Monte Queglia, alle pendici del Gran Sasso. Ma ancor prima, il nome Italia, che deriverebbe da Italo (re degli Enotri vissuto prima della guerra di Troia), indicava la parte meridionale della Calabria, ovvero dall'Aspromonte alle Serre. Ora provate a chiedere ad un italiano da dove deriva la parola Italia.

domenica 10 giugno 2012

Le verità scomode sugli Alleati - Su il "Roma" recensione dell'ultimo libro di Gigi di Fiore


Il velo è strappato. Stavolta, però, è diverso. Lo squarcio è grande. Chiunque può infilarci la testa e guardare - finalmente - cosa si nasconde dall’altra parte. Nomi, date, luoghi, circostanze. E storie. Soprattutto storie. Quelle cancellate da un’oleografia sulla Seconda guerra mondiale troppe volte spacciata per verità rivelata; quelle negate al barbaro grido di Brenno “guai ai vinti”; quelle sottratte all’ipocrisia e alla falsità di chi, diviso il mondo in buoni e cattivi, ha condannato all’oblio decine di migliaia di vittime e loro carnefici. Storie di italiani offesi, violati e uccisi che adesso rivivono, raccolte tutte insieme, sistematizzate nei loro drammi e miserie, nelle pagine dense e a tratti struggenti di Gigi Di Fiore, inviato de “Il Mattino”, che ha scritto una “Controstoria della Liberazione. Le stragi e i crimini dimenticati degli Alleati nell’Italia del sud” (Rizzoli), destinata a far discutere. Di Fiore non teme le ombre. Anzi, le descrive minuziosamente, scoprendo il volto nero degli angloamericani sotto la maschera dei liberatori: occupanti e conquistatori. Protagonisti di crimini efferati. Dall’alleanza con la mafia in Sicilia alle fucilazioni a sangue freddo di soldati italiani arresisi; dai campi di concentramento allestiti dagli Alleati alle umiliazioni patite dai nostri soldati che, schieratisi al fianco dei vecchi nemici, furono considerati combattenti di serie B; dai bombardamenti indiscriminati sulle città del Sud ad armistizio firmato che provocarono stragi di innocenti alle donne stuprate: le tristemente note “marocchinate”, prede di guerra dei soldati “liberatori”. E poi Napoli, la sua miseria, la sua borsa nera, la città stracciona con madri e figlie che si danno per fame, la camorra in affari con i nuovi padroni: gli angloamericani, ultimi di una lunga serie. Finanche Pietro Secchia, importante dirigente del Pci, descrisse così le condizioni della città: «Si vedeva abbastanza evidente che questo popolo era sceso al gradino infimo della propria dignità. Nessuna meraviglia quindi ne sortiva quando veniva fermato un soldato angloamericano e richiesto di procurargli vino e signorine». La Patria era morta davvero. E lo era ancora di più in quel Mezzogiorno che già ottantatré anni prima aveva dovuto subire altre angherie, altre violenze, altre invasioni. Risorgimentali le prime, “liberatrici” le seconde. Un Mezzogiorno «dove i liberati - scrive Di Fiore - furono violati dai liberatori, in una mistificazione dei ruoli tra aguzzini santificati e vittime zittite». L’autore non dimentica la crudeltà, le condizioni orrende, i soprusi subiti dagli italiani, civili e militari, che dissero no ai nemici diventati alleati in una notte di settembre e per questo si ritrovarono nei campi di Padula, Afragola, Aversa, Taranto, Coltano e altri ancora. Gli “inferni neri”, dove civili e sacerdoti, ex politici e burocrati fascisti, funzionari e semplici soldati della Rsi intrecciarono le loro vicende, miserie umane e piccoli eroismi. Emergono così, tra tante, le figure dell’armatore napoletano Achille Lauro o di Ezio Garibaldi, nipote di Giuseppe, o ancora dello scrittore Ardengo Soffici. Ad Afragola, ricorda Di Fiore, i carcerieri inglesi «saltavano la distribuzione dei pasti o ricorrevano a percosse improvvise. Metodi spicci per tenere soggiogati i detenuti e costringerli ad ammettere colpe tutte da dimostrare ». Sistemi che ricordavano le tristi pratiche dell’estorsione delle confessioni tanto in voga nella polizia politica sovietica. Di Fiore riannoda i fili di una storia spezzata, tirandola fuori da quell’“armadio della vergogna” nel quale era stata confinata senza pietà dai celebranti di un’ortodossia che non ammetteva eresie. Il merito di questa “Controstoria della Liberazione” è proprio quello di far emergere dalle viscere del nostro Meridione violentato la verità di fatti che hanno profondamente segnato le popolazioni; le storie di decine di migliaia di famiglie che, dopo aver subito la violenza, sono state costrette al silenzio dalla paura, dalla vergogna e dalla ragion di Stato del secondo dopoguerra. Il calvario di una Nazione nella polvere, lacerata tra due eserciti occupanti. Ricordare è un dovere. Perché l’infamia di chi fu padrone in casa d’altri non cada in prescrizione. Fonte: Roma del 4 maggio pag.11 Di Vincenzo Nardiello

lunedì 5 marzo 2012

Questione meridionale / 1: complesso d’inferiorità e lezione da imparare Posted by altrorisorgimento on 29 febbraio 2012

La questione meridionale nasce col risorgimento ed è questione irrisolta, perché il Nord è sceso al Sud e ha rubato tutto quello che era possibile rubare. Siamo nelle condizioni di un signore che ha una borsa di soldi in mano, che mentre sta per andare ad aprire un suo negozio, viene aggredito da un rapinatore che lo picchia, lo spoglia, gli porta via tutto quanto e lo lascia lí mezzo morto. Questa è la situazione del Nord col Sud. Poi passano gli amici del rapinatore e vedono questo qui per terra, stracciato, lacero che chiede aiuto e dicono: “ma terrone di merda, brutto, sporco, buttato per terra cosí, non hai dignità”. E questo qui si è fatto venire un complesso d’inferiorità, perché, cornuto e mazziato, aveva i quattrini per andare a fare una cosa, glieli hanno portati via e adesso ha vergogna a rivendicare quello che era legittimamente suo. Questa è la lezione che il meridionale deve imparare, cioè buttare via le paure, non per una rivincita, ma per conoscere psicologicamente cosa è successo davvero.


fonte:http: ALTRORISORGIMENTO / lorenzo del boca //altrorisorgimento.wordpress.com/2012/02/29/questione-meridionale-1-complesso-dinferiorita-e-lezione-da-imparare/