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venerdì 14 giugno 2013

LE BRIGANTESSE: LA PARTE COMBATTIVA DELLA DONNA


brigantesse dell'Appennino

fonte: Associazione Trekking Campania "OFFICINAE ITINERIS"  un sentito ringraziamento a Andrea Perciato


Nonostante le donne, nel corso dei secoli, abbiano cercato di intraprendere forti iniziative a sostegno dell'emancipazione sociale,  gli sforzi sono stati in tutti i modi occultati, nascosti e negati allo scopo di disconoscere la loro importanza  nel progresso che una società più sana dovrebbe riservare al ruolo della donna. Lo  studio di Vincenzo Cibelli,  ci presenta le brigantesse come figure forti, consapevoli, determinate  e combattive , mentre il potere esercitato da una cultura maschile preferisce  considerarle come  esseri irragionevoli e irresponsabili al fine di sottrarre il giusto ruolo che esse hanno avuto  nello sviluppo dell'emancipazione della società.
Stralci da uno studio di Vincenzo Cibelli - Università degli Studi di Salerno
" Le brigantesse erano le  donne che si trovavano per varie ragioni nelle bande brigantesche, erano vestite e armate  come gli altri briganti, cavalcavano come loro e insieme a loro partecipavano alle azioni di razzia o di guerriglia.
Se dissolviamo, col soccorso delle carte processuali conservate negli archivi, il mito delle amazzoni bellicose e crudeli, esperte nelle arti di guerra come  in quelle dell'amore, la realtà che appare è fatta sempre di contadine poverissime, a volte orfane o trovatelle…Quando venivano integrate nel gruppo, le donne abbandonavano il vestito di contadine e prendevano quello delle brigantesse: indossavano un abito maschile..venivano armate..si facevano tagliare quasi sempre i capelli..il cambio dei vestiti rispondeva a una esigenza di ordine pratico ..ma si caricava al tempo stesso di valenze simboliche non meno importanti: il vestimento maschile assimilava le poche donne al gruppo dei maschi…segnalava vistosamente il cambiamento di status, da contadina a soldatessa.
Il vestimento, dunque, somigliava a un travestimento, che conservava gli elementi fondamentali dei riti di passaggio .. travestite da uomini le donne potevano spiare i movimenti dei soldati senza essere individuate, e quindi assolvevano alle funzioni di spia, sentinella, vedetta...... “Vedi per la Madonna….…. come si passa davanti ai soldati senza farsi conoscere? “ Il mito dell'invisibilità del brigante, diffuso in tutte le tradizioni epiche di ispirazione brigantesca, trova in situazioni di questo tipo,  le sue radici reali.
Come una donna diventava brigantessa? Per gli storici influenzati dalla criminologia razzista di Lombroso non c'è dubbio : brigantesse si nasce.....si può anche pensare alle oscure potenzialità femminili, che esplodono in un momento in cui il sistema normativo entra in crisi e la vita diventa una avventura, qualcosa insomma che può essere riscritta. Il brigantaggio offri infatti alle donne opportunità che non avevano mai avuto, un ruolo nuovo, pericoloso ma affascinante, un complesso di attività nuove, che davano ad esse la percezione di essere indispensabili e possedere il potere .Quale era il ruolo della donna tra i briganti?
La condizione della donna tra i briganti poteva cambiare da banda a banda...........A volte le donne erano membri autonomi del gruppo, in condizione di assoluta parità con gli uomini; altre volte erano considerate “ beni ed effetti dei loro rispettivi padroni” .. le donne erano apprezzate per il contributo che esse davano al funzionamento della banda, per le loro abilità militari, specie se associate a capacità di direzione e a durezza, e anche per la bellezza e il fascino che esercitavano sugli uomini della banda e sui capi..
I compiti... erano prevalentemente militari: prendevano parte … alle operazioni di guerra ..camuffate .. studiavano i movimenti delle truppe.. la metamorfosi in brigantesse richiedeva alle contadine una dilatazione drastica del loro ruolo tradizionale. Una repentina acquisizione di nuove abilità e competenze... una ristrutturazione non solo del sapere, ma del loro  modo di stare al mondo. Fu la loro, un'avventura di pochissimi anni, a volte di pochi mesi, ma bastò per dimostrare le potenzialità che le donne erano capaci di maturare con una rapidità sorprendente, proprio in un momento in cui il progresso marciava contro di loro.
Le leggi punivano severamente il brigantaggio... non era facile dimostrare la partecipazione delle donne alle operazioni militari... anche quando era attestata..bisognava accertare se esse avessero agito liberamente...e anche in questo caso le decisioni erano a discrezione dei giudici.
Il risultato fu che le condanne inflitte ….alle brigantesse furono  al massimo tra i 10 e i 20 anni di lavori forzati: molto più miti di quelle inflitte ai briganti..  Perché i giudici, perfettamente consapevoli dei reati delle brigantesse, non vollero attribuire ad esse la responsabilità dei loro atti, ledendo il principio dell'universalità del diritto e dell'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge?
Quasi certamente i magistrati con le loro decisioni aspiravano, forse oscuramente, ad esorcizzare l'idea che l'esperienza del brigantaggio avesse dato alla donna una qualche forma di  emancipazione , capace di renderla consapevole di quello che faceva, di prendere decisioni autonome, pervenire a libere condivisioni. Vollero immaginare che le brigantesse, quando combattevano con accanimento, quando spiavano i movimenti del nemico, quando rifornivano i loro compagni, lo facessero nella più totale irresponsabilità. Forse la metamorfosi delle contadine povere in guerriere disorientò i giudici, al punto di violare il principio dell'universalità della legge. Se gli scienziati e gli scrittori lombrosiani cercavano di dimostrare che le brigantesse erano delinquenti per natura, i giudici le vollero vittime irresponsabili e stolte. Sono due facce della stessa medaglia, quella che sanciva l'inferiorità della donna. "





sabato 23 marzo 2013

Brigantesse in Abruzzo



Le temibili Signore della macchia.




Tra i briganti ci fu posto anche per le donne: alcune erano madri, mogli o amanti di briganti, ma molte altre erano brigantesse

La fama dei briganti ancora oggi caratterizza, nell’immaginario collettivo, i territori montuosi ed impervi dell’Abruzzo, per secoli ideale nascondiglio delle bande dei fuorilegge. Ma non a tutti è noto che il brigantaggio post unitario conta la presenza di un cospicuo numero di donne. Molte furono semplicemente madri, mogli o amanti dei briganti, ma tante furono vere e proprie brigantesse. I documenti del tempo narrano le vicende, o più spesso l’epilogo delle vicende di figure come Angela Maria, madre del brigante Sottocarrao di Thurimparte che nel 1864 fu arrestata con l’ imputazione di "manutengoismo" per avere somministrato viveri ed altro al brigantaggio.

Si perché loro spesso vivendo nei paesi e facevano da tramite per i loro coniugi costretti a nascondersi tra le montagne. Appartenevano ad un ceto sociale delle plebi rurali, donne molto innamorate dei propri uomini, pronte a rinunciare ad una vita tranquilla, pur di seguire o di agevolare il loro compagno. Erano consapevoli di non avere scampo, eppure di fronte ad azioni pericolose non si tiravano mai in dietro.

Erano le confidenti più sicure, le messaggeri più fidate
.

Indossavano spesso abiti maschili, per entrare in un nuovo ruolo, un ruolo tutto maschile che però non le privava della loro femminilità.
Nascondevano i lunghi capelli sotto il cappello a falda larga ed indossavano anche orecchini d’oro.

La maggior parte delle volte capitava che, solo dopo averle catturate, ci si accorgeva del loro sesso e allora si adottava il criterio di commutare l’ergastolo in 15 anni di lavori forzati: fu il caso di Maria Capitanio, Gioconda Marini e Chiara Nardi. Spesso ebbero anche ruoli di primo piano, combattendo o comandando piccoli nuclei briganteschi: fu il caso della bella Michelina De Cesare che fu alla guida di un drappello del brigante Francesco Guerra di cui era l’amante pronte a combattere contro l’esercito piemontese che imperversava nell’Abruzzo e nel Lazio.

Le loro tracce sulle montagne dell’Abruzzo si sono ormai perse, sebbene la loro memoria continui a vivere nei documenti e nelle foto conservate presso gli archivi della regione o ancora di più nei racconti e nelle vecchie storie di briganti e brigantesse.


Lettera della brigantessa Maria Suriani al compagno

Mio caro Domenico, questa cosa che mi avete scritte mi avete fatto mettere a piangere mentre io non voleva andarci a San Nicola, ma la famiglia e i parenti m’anno voluto portarci per forza e mi dicevano se non adempiva al voto mi succedevano discrazie. Ecco vedete che cosa dovevo fare io e non poteva sapere che vi dispiaceva tanto. Perciò se volete seguitare ad amarmi, io vi prometto di fare sempre quello che voi mi dicete. E poi vi avete trovato un’altra sposa comme mi diceste l’altra volta, allora io pazienza faccio la Madonna del Carmine e io mi farò sempre in pianto. Vi mando quattro fazzoletti che tenete per mia memoria, altri sei ve lo manderò in appresso. In tanto vi dico se voi non mi amate più, io me ne andrò da Atessa e non mi vedrete più. Non vi dico la vostra amante ma vostra serva Maria Suriani.


fonte:http://antonello2.tripod.com/storia/brigantesse.htm

domenica 10 marzo 2013

Pasquale Domenico Romano, noto come Sergente Romano ufficiale e brigante italiano


Cippo funerario nel bosco tra Gioia del Colle e Santeramo in onore del sergente Romano Pasquale Domenico Romano, noto come Sergente Romano (Gioia del Colle, 24 agosto 1833 – Gioia del Colle, 5 gennaio 1863), è stato un ufficiale e brigante italiano. Come militare servì nell'Esercito borbonico. Nacque da Giuseppe e Angela Concetta Lorusso, semplici pastori. Nel 1851, a soli 17 anni, si arruolò nell'Esercito borbonico dove raggiunse il grado di sergente divenendo "Alfiere" della Prima Compagnia del 5º Reggimento di Fanteria di linea. A seguito dell'Unità d'Italia divenne il comandante del Comitato Clandestino Borbonico di Gioia del Colle. Ben presto lasciò il comitato volendo passare subito all'azione, formando in poco tempo una squadra composta dalla maggior parte di ex-militari dell'Esercito Borbonico. Rifornitosi di armi e munizioni, il 26 luglio 1861 attaccò la guarnigione di Alberobello facendola prigioniera insieme ai militari del presidio di Cellino. A Cellino si decise di fucilare i prigionieri: il milite Vitantonio Donadeo inginocchiandosi durante la fucilazione gridò "Madonna del Carmine, aiutami!". Il fucile, puntato sulla nuca, fece cilecca e il sergente Romano risparmiò Donadeo ed altri 8 prigionieri.[1] Due giorni dopo, il 28 luglio, attaccò Gioia del Colle vincendo. Era conosciuto, ai tempi del brigantaggio, non come il sergente Romano, ma come Enrico La Morte. Ebbe anche contatti con Carmine "Donatello" Crocco, leader dei briganti del Vulture e parteciparono, assieme, ad alcuni assalti alle truppe unitarie, come nel febbraio 1862, quando Crocco e Romano giunsero con i loro uomini nei pressi di Andria e Corato, uccidendo dei militi della Guardia Nazionale in servizio di perlustrazione e depredando alcune masserie. Romano invitò il capobrigante lucano ad un'alleanza, con l'obiettivo di conquistare Terra d'Otranto e i comuni del barese innalzando ovunque il vessillo borbonico ma Crocco, reduce dell'esito negativo dei precedenti tentativi di restaurazione, rifiutò la proposta.[2] Il 24 luglio 1862, quattro commilitoni si distaccarono dal sergente Romano che non era a favore, dimostrando pietà, della morte del prigioniero caporale della Guardia Nazionale Teodoro Prisciantelli.[non chiaro] A seguito dell'uccisione della sua fidanzata, Lauretta d'Onghia[3], il 9 agosto ad Alberobello il sergente Romano assaltò la fattoria di Vito Angelini, probabilmente il delatore che aveva permesso la morte di Lauretta, e lo fece fucilare nell'aia. Dopo aver subito una dura sconfitta il 4 novembre 1862 presso la masseria Monaci, vicino Noci, il capobrigante divise la sua banda in piccoli gruppi più manovrabili, ispirandosi alla tattica di Crocco.[4] Nello stesso mese, furono invasi i comuni di Carovigno ed Erchie, disperdendo la guardia nazionale e saccheggiando le abitazioni dei liberali. Sergente Romano morì nelle campagne tra Gioia del Colle e Santeramo in Colle durante un sanguinoso scontro a fuoco con la Guardia Nazionale e i Cavalleggeri di Saluzzo il 5 gennaio 1863. Circondato da forze sovrastanti, circa 200 uomini, non esitò ad accettare battaglia e combattere con i suoi 20 compagni. Prima di morire chiese di essere ucciso come un soldato ma fu invece ammazzato a sciabolate.[5] Dopo la sua morte certa[non chiaro] storiografia risorgimentale bollò subito il sergente come un semplice "brigante", quindi anche come un "criminale"[senza fonte]. Attualmente, invece, la sua figura è rivalutata da molti ambienti neo-borbonici che lo definiscono "patriota" del Sud. Certamente, al di là di questi giudizi parziali, alcune testimonianze aiutano a descrivere la sua complessa figura. Il de Poli, per esempio, ci riferisce l'attaccamento del popolo verso il sergente (considerato dalla gente del luogo come un eroe): « Tutti gli abitanti del paese vollero contemplare un'ultima volta questi resti irriconoscibili dell'eroico patriota; si veniva là come ad un pellegrinaggio santificato dal martirio; gli uomini si scoprivano il capo, le donne si inginocchiavano, quasi tutti piangevano. Mai un'accusa si levava contro la memoria del morto, mai un grido di riprovazione fu inteso; egli portava nella tomba il rimpianto e l'ammirazione dei suoi compatrioti[6] » Contrariarmente a quanto afferma una certa storiografia marxista sui briganti[senza fonte], la sua lotta contro il Regno di Italia fu dovuta non solamente al popolo ma anche al Re e alla religione[senza fonte]. Significativo è il giuramento ritrovato sul suo corpo dopo la sua morte: « Promettiamo e giuriamo di sempre difendere con l'effusione del sangue Iddio, il sommo pontefice Pio IX, Francesco II, re del regno delle Due Sicilie, ed il comandante della nostra colonna degnamente affidatagli e dipendere da qualunque suo ordine, sempre pel bene dei soprannominati articoli; così Iddio ci aiuterà e ci assisterà sempre a combattere contro i ribelli della santa Chiesa. Promettiamo e giuriamo ancora di difendere gli stendardi del nostro re Francesco II a tutto sangue, e con questo di farli scrupolosamente rispettare ed osservare da tutti quei comuni i quali sono subornati dal partito liberale. Promettiamo e giuriamo inoltre di non mai appartenere a qualsivoglia setta contro il voto unanimemente da noi giurato, anche con la pena della morte che da noi affermativamente si è stabilita. Promettiamo e giuriamo che durante il tempo della nostra dimora sotto il comando del prelodato nostro comandante distruggere il partito dei nostri contrari i quali hanno abbracciato le bandiere tricolorate sempre abbattendole con quel zelo ed attaccamento che l'umanità dell'intiera nostra colonna ha sopra espresso, come abbiamo dimostrato e dimostreremo tuttavia sempre con le armi alla mano, e star pronto sempre a qualunque difesa per il legittimo nostro re Francesco II. Promettiamo e giuriamo di non appartenere giammai per essere ammesso ad altre nostre colonne del nostro partito medesimo, sempre senza il permesso dell'anzidetto nostro comandante per effettuarsi un tal passaggio. Il presente atto di giuramento si è da noi stabilito volontariamente a conoscenza dell'intera nostra colonna tutta e per vedersi più abbattuta la nostra santa Chiesa cattolica romana, della difesa del sommo pontefice e del legittimo nostro re. Così abbracciare tosto qualunque morte per quanto sopra si è stabilito col presente atto di giuramento[7] » Oltre al giuramento sul suo corpo si trovarono delle preghiere a Dio e alla Vergine Maria. *Trovato morto, la gente di Gioia del Colle non voleva credere alla sua uccisione. Una leggenda popolare, infatti, raccontava che il corpo non fosse il suo, essendo il sergente Romano per il popolo immortale grazie ad una medaglietta che aveva ricevuto in dono da Pio IX.[8] Anche suo fratello, Vito Romano, fu patriota, arruolatosi nella legione del fratello a soli 17 anni. Il 24 aprile 2010 gli è stata dedicata una strada a Villa Castelli. Ogni anno nel giorno della sua morte si celebra presso il luogo dello scontro un evento che per molti meridionalisti è occasione per ricordare quanto avvenne a seguito dell'unità d'Italia.[9] Note ^ Francesco Mario Agnoli, Dossier Brigantaggio, Controcorrente, pg.248 ^ Ettore Cinnella, Carmine Crocco. Un brigante nella grande storia, Della Porta, 2010, p.148 ^ Alla fidanzata scriveva alcune lettere, in una di queste diceva a Lauretta che lui aspirava solamente a formarsi una famiglia con lei, vivendo così da buon cristiano, "non appena sentiremo la novella di essere nel trono il nostro Re"[senza fonte]. ^ Antonio Pagano, Due Sicilie: 1830-1880, Capone, 2002, p.216 ^ Gigi di Fiore, Controstoria dell'Unità di Italia, Rizzoli, pg.205 ^ Cfr. Oscar de Poli, De Naples a Palerme, Parigi, 1865. ^ Marco Monnier, Notizie documenti sul brigantaggio nelle province napoletane, Barbero, Firenze 1862, pp. 73-74 ^ G. Buratti, Carlo Antonio Castaldi, Editoriale Jaka Book, Milano 1989, pg. 23 ^ Articolo sulla cerimonia. Bibliografia [modifica] Bibliografia Antonio Lucarelli, Il sergente Romano: notizie e documenti riguardanti la reazione e il brigantaggio pugliese del 1860, Soc. Tip. Pugliese, Bari 1922. Antonio Lucarelli, Il brigantaggio politico nelle Puglie dopo il 1860. Il sergente Romano, Laterza, Bari 1946. Voci correlate [modifica] Voci correlate Brigantaggio Brigantaggio postunitario Brigante Gioia del Colle Portale Biografie Portale Due Sicilie fonte:http://it.wikipedia.org/wiki/Sergente_Romano

lunedì 11 febbraio 2013

Brigantaggio nel Lazio e briganti a Rocca Priora


Tra la fine del ’700 e la prima metà dell’800, la cronaca nera sul brigantaggio nel Lazio riporta un lungo, agghiacciante elenco di grassazioni, omicidi, parricidi e assalti alle diligenze, perpetrati nei luoghi più impervi e torvi. Il Governo è quello del Papa Re, Pio IX, che prevede la pena capitale. Infatti molti briganti, acciuffati, sono inesorabilmente condannati al… “taglio della testa e squarto”. Nell’elenco delle tante esecuzioni capitali tenuto da Mastro Titta (Giovanni Battista Bugatti, carnefi ce romano dal 1796 al 1864), ne risultano molte legate al brigantaggio operante nella malfamata “Macchia della Faiola”, zona aspra e selvaggia tra il Maschio d’Ariano, Monte Artemisio e Monte Algido. Questa zona dà il triste appellativo alla “banda dei briganti della Faiola”, capeggiata dal famigerato Gasperone o Gasbarrone, al secolo Cesare de Cesaris. Tra gli affi liati alla banda della Faiola spicca il luogotenente di Gasperone, Tommaso Transerici, detto il Maghetto. Tale appellativo gli viene attribuito per la sua spiccata agilità e diabolica furberia. Originario di Rocca Priora, vetta dei colli albanotuscolani che per la sua conformazione orografi ca costituisce il luogo più adatto come rifugio inespugnabile della banda, è colpevole di scorribande aggressive e sanguinose, tormentando l’intera zona intercastellana. Le continue lagnanze delle potenze straniere per le pessime condizioni di sicurezza dei dintorni di Roma, al punto da mettere a repentaglio la vita e gli averi di coloro che vi transitano, spingono il governo di Pio IX ad intraprendere una campagna anti brigantaggio e condurla con energia. La “Macchia della Faiola” è perlustrata palmo a palmo, ma le pattuglie, purtroppo, rientrano senza risultati apprezzabili: sembrerebbe che il Monte Artemisio sia collegato con il Monte Algido per mezzo di lunghe gallerie sottostanti il massiccio, di cui sono state trovate tracce evidenti durante scavi archeologici. Nell’anno 1817, il Maghetto capeggia una bellicosa orda di banditi nell’assalto a Villa Rufi nella, residenza del principe Aldobrandini in Frascati, che ospita Luciano Bonaparte, fratello di Napoleone. L’azione è fi nalizzata al sequestro del Bonaparte per ottenerne un forte riscatto, ma questi riesce a sottrarsi alla cattura, mettendosi in salvo attraverso i sotterranei della villa. Il bandito rapisce il pittore Chatillòn, credendolo il Principe Bonaparte. Si narra che l’artista fu trattato con cura dai briganti, perché dipinse ad ognuno il proprio ritratto. Chatillòn fu riscattato dal Principe stesso con ben 500 scudi. Per concludere con queste oscure cronache di brigantaggio a Rocca Priora, c’è da ricordare un tale Antonello da Rocca Priora, che fu preso, condannato e impiccato con squarto, per aver ucciso nel proprio letto, dopo averlo derubato di denari e gioielli, il cardinale Angelotto Palozzi di cui era cameriere, il giorno 12 settembre 1444. È questa una piccola parte del triste retaggio storico del brigantaggio nel Lazio e dei briganti della Faiola. fonte: http://www.ilfiloconduttore.it/storia/brigantaggio-nel-lazio-e-briganti-a-rocca-priora/

lunedì 6 giugno 2011

Il brigantaggio in Abruzzo


"Uno studio del cosiddetto brigantaggio sviluppatosi nel Mezzogiorno al momento dell'unificazione risulta arduo non soltanto a causa della cortina di silenzio che la carità di patria volle stendere su di esso, ma anche perché uno studio del genere è costantemente esposto al pericolo di frammentarsi nell'analisi di un fenomeno complesso e confuso nelle sue manifestazioni, per alcuni versi ancora tanto oscuro, e che a prima vista sembra confermare la corrente convinzione che vi prevalga assolutamente l'elemento spontaneo, e quindi tutto sia frazionato, particolare, caotico".

Così scriveva nel 1964, nella sua Storia del brigantaggio dopo l'unità, Franco Molfese, riferendosi genericamente al meridione d'Italia. Ma le sue parole vanno bene anche per la nostra regione. I briganti nella storia d'Abruzzo: è il tema di questo quarto capitolo. Non si può certo dire che essi, i briganti, costituissero un ceto sociale a sé: e sembra strano, quindi, che li si presenti come una categoria ben definita, diversa da quelle, che abbiamo già trattato, dei contadini, dei pastori, dei pescatori o degli artigiani.

Briganti, infatti, potevano essere tutti: il povero bracciante, come il nobile e ribelle avventuriero; il pastore del tratturo, come l'artigiano intraprendente o squattrinato; il giovane scapestrato, come il frate devoto.

 
"Uomo si nasce, brigante si muore,
ma fino all'ultimo dobbiamo sparà;
e se moriamo, portateci un fiore,
e ‘na bestemmia pe' ‘sta libertà".
Tuttavia, essendo la storia dell'Abruzzo - specialmente dal Cinquecento all'Ottocento - costellata di episodi di banditismo o di ribellione sociale, favoriti sia dalle misere condizioni economiche di gran parte della popolazione, sia dalla struttura montuosa del terreno o dalla posizione di frontiera al confine con lo Stato Pontificio, è possibile immaginare anche questa "categoria sociale" come gruppo a sé, ben caratterizzato rispetto agli altri gruppi o al resto della popolazione.

 
LA "CULTURA" DEL BRIGANTE
 

E' vero che briganti non si nasce, ma si diventa ("Uomo si nasce, brigante si more", recita la canzone popolare citata in precedenza): e lo possono diventare tutti, ricchi e poveri, nobili e cafoni. Ma è anche vero che, allorquando si sia fatta quella scelta, di diventare cioè briganti, si debbano necessariamente assumere modi e consuetudini legati al proprio nuovo ruolo. Nasce, quindi, una "cultura" del brigante, per cui, alla fine, costui si distingue nettamente dal non-brigante.  I briganti non sono una classe sociale: ma costituiscono certamente un gruppo ben definito, con sue regole, suoi comportamenti specifici, suoi luoghi di aggregazione.

E' per questo che si è ritenuto opportuno, in questa sede, parlarne come di una specie di categoria a sé. E il primo segnale di riconoscimento, di distinzione, per un brigante, era il suo abbigliamento. Ecco come li descriveva Beniamino Costantini, autore, verso la fine dell'Ottocento, di un interessante volume sul brigantaggio negli Abruzzi: "I briganti dei nostri Abruzzi [...] studiavano ogni mezzo per incutere nel popolo maggior paura. Era loro abitudine di non tagliarsi mai né capelli né barba. Sopra il vestiario portavano una cinta di cuoio detta padroncina, entro cui si conservavano munizioni e denaro, e dove erano appesi pugnali, pistole, rivoltelle. Compivano il vestimento le così dette ciocie e un cappello a punta, ornato di piume di pavone o di cappone, di cornettini di coralli e di altri segni. Nell'inverno, si aggiungeva un ampio e pesante mantello di lana turchina o di color marrone. E spesso erano armati di ottimi fucili che, non di rado, venivan loro procurati dagli agenti borbonici del vicino Stato Romano".

D'altra parte, essere briganti significava anche obbedire ad un codice di comportamento che aveva le sue proprie regole, una specifica simbologia, precise finalità, i suoi "valori" (che, dopo il 1860, corrispondevano espressamente a quelli del legittimismo borbonico):

"Noi giuriamo dinanzi a Dio e dinanzi al mondo intiero di essere fedeli al nostro augustissimo e religiosissimo sovrano Francesco II (che Dio guardi sempre), e promettiamo di concorrere con tutta la nostra anima e con tutte le nostre forze al suo ritorno nel Regno; di obbedire ciecamente a tutti i suoi ordini, a tutti i comandi che verranno sia direttamente, sia per i suoi delegati dal Comitato Centrale residente a Roma. Noi giuriamo di conservare il segreto, affinché la giusta causa voluta da Dio, che è il regolatore de' Sovrani, trionfi col ritorno di Francesco II, re per la grazia di Dio, difensore della religione, e figlio affezionatissimo del nostro Santo Padre Pio IV. Noi promettiamo anche, coll'aiuto di Dio, di rivendicare tutti i diritti della Santa Sede e di abbattere il lucifero infernale, Vittorio Emanuele, e i suoi complici. Noi lo promettiamo e lo giuriamo!".

Questo appena letto è il testo del giuramento (tratto dal volume di Marco Monnier, Notizie storiche documentate sul brigantaggio, edito a Firenze nel 1862), che i briganti del periodo post-unitario pronunciavano prima di partire per le loro spedizioni anti-piemontesi. E' anch'esso, in fondo, un segnale delle contraddizioni presenti nella figura e nel ruolo del brigante, la cui vita era uno strano miscuglio di violenza e di pietà, di odio spietato e di religiosità profonda. E' ancora Beniamino Costantini a ricordare come i briganti abruzzesi portassero spesso, con sé, amuleti e immagini di Madonne e altri Santi protettori: e su tali immagini, poi, venivano scritte le più strane preghiere.

 
IL BRIGANTAGGIO PRE-UNITARIO
 

Ma il brigantaggio, in Abruzzo e nel meridione, non fu soltanto quello filo-borbonico e antipiemontese. Da sempre, invece, la letteratura narrativa e cronachistica sull'Abruzzo ha calcato l'accento su una permanente fisionomia brigantesca di questa regione, come se essa fosse costitutiva, quasi naturale, nella geografia antropica abruzzese. Già verso la fine del Quattrocento, un anonimo visitatore (che qualcuno ha creduto di identificare in Leonardo da Vinci), in occasione di un suo viaggio verso l'interno dell'Abruzzo, così raccontava: "Negli Abruzzi vi sono molti briganti, i quali per rubare le mercanzie uccidono coloro che fanno i mercanti". E, accomunando l'Abruzzo al resto del meridione, lo stesso viaggiatore così spiegava il fenomeno:

"Gli Abruzzi si trovano nel Regno di Napoli dove vi sono molti briganti, perché nel Regno di Napoli vi sono molte persone che non hanno nulla da mangiare".
Sintomatici sono i versi di una canzone popolare, cantata dal complesso Musicanova e intitolata Quanno sona la campana (qui ne diamo una libera trascrizione in italiano):

"E poi viene il re Normanno
che ci fa danno,
e poi viene l'Angioino che ci rovina,
e poi viene l'Aragonese, oh che sorpresa,
e poi viene il re Spagnolo che mariolo,
e poi viene il re Borbone che non è buono,
e poi viene il Piemontese che ci vuol bene:
che possa essere cecato chi non ci crede,
che possa morì' ammazzato
chi non ci crede".

Quindi, già dal XV secolo, la ragione fondamentale dell'esistenza del brigantaggio abruzzese (e meridionale in genere) veniva individuata nelle condizioni economiche, politiche e sociali di queste popolazioni. E' un'interpretazione, che farà molta fortuna in seguito, anche quando si parlerà quasi esclusivamente del brigantaggio borbonico, più vicino a noi nel tempo e politicamente meglio caratterizzato rispetto a quello quattro-seicentesco. Uno studioso abruzzese della fine dell'Ottocento, Enrico Casti, così spiegava la genesi del brigantaggio aquilano in epoca spagnola: "Le genti del contado, strappate alla materna giurisdizione della città e oppresse dal duro giogo de' nuovi feudatari, cominciarono a formare terribili comitive di banditi, che rendevano pericolosi i passi delle montagne: e i governanti, per dar la caccia a quei banditi, costrinsero i Signori del Magistrato ad imporre una nuova tassetta e riassoldare i veterani spagnoli, non meno feroci e non più sicuri de' predoni di strada".

Un banditismo endemico, dunque, le cui tracce permangono anche nei secoli successivi, tanto che un altro viaggiatore straniero, questa volta della seconda metà del Settecento, il barone Carlo Ulisse de Salis Marschlins, così annotava nel suo diario di viaggio:

"Durante il mio viaggio in Abruzzo mai, fortunatamente, ebbi la sventura di essere assalito dai briganti; però i numerosi segni posti a memoria di coloro che erano stati martirizzati o afforcati sul posto, mi provarono l'esistenza del pericolo, e le barbarie che erano state commesse dagli assassini".
E quasi un secolo dopo, il Gregorovius, parlando della provincia dell'Aquila scriveva così: "Questa solitaria contrada, dopo la Calabria, è la più frequentata dai briganti. Fino al 1860 ne era abbondantemente infestata, e ancora se ne incontrano nei dintorni di Sulmona".

 
LE "RAGIONI" DEL BRIGANTAGGIO
 

Ben presto, dunque, il brigantaggio abruzzese - pur nella varietà delle sue manifestazioni - viene considerato da gran parte della storiografia come la naturale reazione delle povere popolazioni della campagna e della montagna a condizioni di vita disumane e miserevoli. Tale interpretazione è stata alla base di un lungo e interessante programma radiofonico, La luna aggira il mondo e voi dormite, realizzato dalla RAI nel corso del 1979:

"Al fondo della ribellione c'è il problema della terra. Il contadino si organizzò la rivolta. All'inizio fu come un gioco d'infanzia: a nascondino, dietro le masserie, nelle mangiatoie e nei pagliai, coi compagni del villaggio. Dalle scarpate arrivavano gli altri: calzolai, fabbri, e persino qualche studente e qualche prete. Si costruirono armi come giocattoli, alla buona, facendo la punta ai forconi e le lame alle falci. Le donne si perfezionarono nell'arte della vivandiera, dell'amore degli uomini e dell'amore per la causa. Qualcuna, sparse le trecce morbide, confezionò munizioni e propositi di battaglia. Quando il gioco cominciò a diventare pericoloso, tutti si nascosero nei boschi: l'ombra del regno vegetale ne falsò le dimensioni e alimentò le paure, come se le radici nascondessero la città militare immaginata da Verne. La legge trovò loro un nome feroce: li chiamò briganti, per darsi coraggio e per intimidire quanti, anche senza volerlo, avessero udito il richiamo di Robin Hood".

Ed ecco quel che esprime un'altra canzone popolare, cantata dal lucano Pietro Basentini, riassuntiva - in maniera elementare - delle ragioni più profonde e più istintive delle scelte di vita dei briganti anti-piemontesi nel meridione:

"Gli avevano promesso la terra
e invece gli fecero guerra;
gli hanno ucciso moglie e figli
come se fossero conigli.
E per completare la festa,
gli tagliarono pure la testa.
E' per questa ragione
che rivolevano il re Borbone".


 
LA FIGURA DEL BRIGANTE
 

I capi-briganti, e non solo quelli dell'Ottocento, venivano spesso immaginati e descritti come uomini crudeli, ma dignitosi e quasi eroici, amanti più della giustizia che della rapina; e, talvolta, anche signorilmente originali e galanti in taluni loro comportamenti. Marco Sciarra, bandito cinquecentesco, soprannominato "il re della campagna", sapeva essere feroce con i nemici, ma raffinato con le donne e generoso con coloro che mostravano coraggio. Così ha scritto di lui lo storico teramano Niccola Palma nella sua Storia della città di Teramo: "Credesi ch'egli avesse sempre rispettato e, per quanto poté, fatto rispettare da' suoi l'onor delle donne: ch'essendo venuto in chiaro di alcune licenze de' compagni su tale materia, li convocasse, e così gli sgridasse: Figliuoli, siamo di già perduti, in breve saremo disfatti. E che incontrandosi nelle vicinanze di Ripattone con una sposa, la quale andava la prima volta a casa del marito, smontò da cavallo, volle ballare assai modestamente con essa e colle altre donne di accompagno: regalandola poscia del suo, e di una questua che col cappello in mano le procurò dagli altri banditi".Questo alone di leggenda, che abbiamo visto circondare la figura di Marco Sciarra, avvolge anche altre figure più recenti di briganti: da Giulio Pezzola a Fra Diavolo fino al famigerato Luigi Alonzi, soprannominato Chiavone:

"Partìa da Roma a Napoli
questo feroce nato,
che nel libro dell'anime
Chiavòn venìa chiamato.
E di sue imprese ignobili
diede feroce un saggio,
quando diéssi a percorrere
l'infame brigantaggio.
Sicché da ognun detèstasi
il perfido Chiavone,
che fu brigante celebre
nei fasti del Borbone".
Dunque, un "feroce nato", un uomo dalle "imprese ignobili", detestato da tutti, eppur "brigante celebre nei fasti del Borbone": così ce lo presentavano le filastrocche recitate tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento dai cantastorie popolari, allora frequenti in tutte le contrade abruzzesi.


 
UN "GIUDIZIO" SUL BRIGANTAGGIO ABRUZZESE
 

Abbiamo ricordato tre briganti celebri: Giulio Pezzola, del Seicento; Fra Diavolo, vissuto tra la fine del Settecento e gli inizi dell'Ottocento; Chiavone, operante dopo l'unità d'Italia. Il primo, il Pezzola, visse e combatté in Abruzzo in favore del potere spagnolo, ai tempi della rivolta napoletana di Masaniello: ed è ricordato ancor oggi - secondo una certa tradizione popolare - come "il fantasma del convento", l'amico dei frati e... delle belle donne. Fra Diavolo, l'inafferrabile capo-massa di Fondi, il cui vero nome era Michele Pezza duca di Cassano, agì nel periodo delle due occupazioni francesi del meridione in Terra di Lavoro e nella Val Roveto in Abruzzo. Infine, il terribile Chiavone fu famoso per i suoi assalti improvvisi e i suoi folli amori lungo tutta la zona di confine tra l'Abruzzo e lo Stato Pontificio.

Quale giudizio possiamo dare, oggi, di questo brigantaggio abruzzese dal Cinquecento all'Ottocento? Di contro all'interpretazione tradizionale, quella cioè del brigantaggio come "attacco in massa alla ricchezza privata" e "prosecuzione ed estensione anarchica della lotta contro la rendita" (che è la tesi sostenuta da Rosario Villari), l'aquilano Raffaele Colapietra propone una diversa ipotesi:
"L'interpretazione del Villari, della quale sono evidenti le connessioni più o meno arbitrarie con espressioni rivoluzionarie contadine abissalmente diverse nel tempo e nello spazio da quella abruzzese cinquecentesca, è stata sottoposta a critica radicale tanto per quanto concerne i criteri metodologici generali, quanto nello specifico ambito regionale, che qui più propriamente ci concerne".

Secondo Colapietra, dunque, il brigantaggio di prima del Cinquecento sarebbe stato "essenzialmente aristocratico e altoborghese, d'ispirazione esclusivamente politica"; quello dal Cinquecento in poi, un miscuglio tra rivendicazioni di carattere economico e sociale dei ceti umili e "particolarismo anarchico feudale", con la complicità "del clero regolare dei conventi rurali"; quello del 1799 e 1806 (contro l'invasione francese del Mezzogiorno) "di ispirazione tradizionalista armentaria e aristocratica"; e, infine, quello dal 1860 in poi, un compromesso tra politica legittimistica borbonica ed esigenze sociali contadine:

"L'Abruzzo è naturalmente la regione in cui le due componenti principali del brigantaggio, la politica legittimistica borbonica e la sociale contadina autonoma, si intersecano più strettamente, almeno all'indomani dell'unità. La vicinanza di Roma e di Gaeta, il gran numero di sbandati specie dopo la battaglia del Macerone, le tradizioni del fuoruscitismo e del contrabbando attraverso la frontiera pontificia, tutto cospirava a ribadire legami considerevoli con Francesco II, il quale, non si dimentichi, si era personalmente indirizzato agli Abruzzi alla fine del 1860 in termini arieggianti quelli [...] del bisnonno Ferdinando". Come si vede, dunque, con Colapietra si ribalta la visione tradizionale del brigantaggio abruzzese, che non è più soltanto "una forma di protesta estrema che nasceva dalla miseria" (come aveva scritto Franco Molfese), ma diventa un fenomeno di gran lunga più articolato e complesso, che va al di là di una pura e semplice divisione in classi o di una troppo schematica contrapposizione tra ricchi e poveri.

Siamo sostanzialmente d'accordo con Raffaele Colapietra. Vorremmo aggiungere, però, un ulteriore spunto di riflessione: sarebbe molto interessante, ad esempio, studiare l'intreccio dei rapporti tra clero (non solo quello rurale) e contadini o le ragioni più profonde del contrasto tra la Chiesa locale e le nuove autorità politiche italiane, tra vecchia nobiltà terriera e nuova borghesia agraria e imprenditoriale, per poter comprendere le cause più vere e profonde dell'ultimo brigantaggio abruzzese. "La Curia vescovile di Teramo è composta da soggetti che sono notoriamente designati siccome avversari dell'attuale ordine di cose e come tali grandemente invisi agli uomini liberali senza distinzioni".

Sono, queste, le parole che il prefetto di Teramo, in data 7 gennaio 1864, indirizzava al Ministero dell'Interno, aggiungendo di essere contrario al ritorno del vescovo monsignor Michele Milella nella sua sede, perché "si potrebbe temere che Monsignor Vescovo possa servire di capo al Partito Borbonico, per promuovere la reazione e il brigantaggio". A queste notizie, che ricaviamo da uno studio di Nicola Petrone sul periodo post-unitario, si aggiungono quelle riguardanti le altre province abruzzesi, dove le autorità politiche si mostravano, se non ostili, certamente diffidenti nei confronti sia del basso clero, sia della stessa gerarchia ecclesiastica, di cui sospettavano i legami con i nostalgici e persino con i briganti.

 
L'ORGANIZZAZIONE DEL BRIGANTE
 

Ma torniamo al tema vero e proprio di questo capitolo: come nasceva, cioè, e come si organizzava il "brigante". "E a noi contadini ci chiamano briganti, noi lottiamo per il pane e per tirare avanti, ma non ci fermeranno né carcere né fame, la terra, l'acqua, il sole sapremo liberare".

Franco Molfese, nella sua Storia del brigantaggio dopo l'unità, così scrive a proposito del reclutamento dei briganti: "I componenti delle bande venivano, in generale, reclutati dai comitati borbonici e, in particolare, dal generale Statella, tra i braccianti abruzzesi che annualmente si recavano a lavorare nelle grandi tenute dell'Agro Romano. Questi miseri lavoratori venivano allettati col miraggio della paga e del bottino, oppure venivano spaventati con la minaccia di un rifiutato ingaggio per i lavori agricoli dell'anno successivo". Era, questa, una delle modalità di arruolamento dei briganti. Le bande, tutte dirette da un capo ("il più abile, il più energico, il più coraggioso, il più spietato"), erano guidate con ferrea disciplina. Le loro basi, poste sui monti e in mezzo ai boschi dell'Appennino abruzzese, erano costituite da "baraccamenti fatti con legno o con frasche", o semplicemente da grotte naturali. E il loro armamento era molto vario: fucili sottratti ai nemici, doppiette da caccia tipiche dei contadini: "I sistemi di segnalazione erano multiformi e adeguati all'ambiente rurale: le bande comunicavano tra loro con colonne di fumo durante il giorno, e con falò e lampade nella notte".

Insomma, tutto contribuiva a creare quell'alone di fascino e di leggenda attorno alla figura del brigante, fosse egli l'aristocratico bandito cinquecentesco, difensore dei deboli, nemico dei prepotenti e degli spagnoli; fosse anche il tenace reazionario borbonico, come lo sfortunato generale Borjes, fucilato a Tagliacozzo nel 1861, dopo un'avventurosa fuga dal sud lungo tutte le montagne dell'Appennino:

"De profundis, è morto Borjes,
il diavolo ora lo spella
anima e corpo, amen.
Dies irae, dies irae.
Disse,
quando in mezzo al petto ebbe un colpo:
viva l'Italia.
Dies irae, dies irae.
Voleva servire un re,
ma è morto da brigante,
onoratamente.
Dies irae, dies irae.
Coraggioso e uomo forte,
combatteva da morto,
salute a noi.
Dies irae, dies irae".

Altri episodi meriterebbero di essere segnalati: altri personaggi, altre avventure, altri momenti di questa storia a metà tra il vero documentato e il vero immaginario. Leggiamo la conclusione del racconto, riportato da Aldo De Jaco nella sua Cronaca inedita dell'unità d'Italia, concernente il tragico episodio di Scurcola, nella Marsica, dove il 19 gennaio 1861 si svolse uno dei combattimenti più sanguinosi fra le truppe piemontesi e le bande dei ribelli: "Il paese fu circondato: tutti gli insorti presi in un sol colpo, salvo quelli che non erano entrati per anco nel villaggio; questi furono dispersi ed uccisi. Nel combattimento fu presa una delle loro bandiere. Era un vecchio crocifisso in legno, al quale avevan legato con dello spago un pezzo di stoffa rossa, strappata da qualche parato di chiesa: l'asta era un bastone di tenda tolto ai soldati piemontesi. Fra i fucilati della Scurcola figuravano due preti, un monsignore e il curato di Montesabinese. A Poggio Filippo, villaggio vicino, è morto un disgraziato in seguito delle sue ferite. Spogliandolo, hanno scoperto che portava calze violette".

 
LA FINE
 

Il brigantaggio post-unitario rese quasi ingovernabili, per due o tre anni, numerose zone dell'Abruzzo. Soltanto dopo la legge Pica (un abruzzese anche lui!) del 1863 la situazione comincerà a normalizzarsi, pur continuando a permanere motivi di tensione, sia di carattere politico, sia di carattere sociale:
"Articolo uno. Fino al 31 dicembre, nelle province infestate dal brigantaggio, e che tali saranno dichiarate con decreto reale, i componenti comitiva o banda armata composta almeno di tre persone, la quale vada scorrendo le pubbliche strade o le campagne per commettere crimini o delitti, ed i loro complici, saranno giudicati dai Tribunali Militari. Articolo due. Colpevoli del reato di brigantaggio, i quali armata mano oppongono resistenza alla forza pubblica, saranno puniti con la fucilazione, o coi lavori forzati a vita concorrendovi circostanze attenuanti".
Ormai lo Stato italiano ha preso il sopravvento: con le fucilazioni di massa, con gli arresti indiscriminati, il brigantaggio pian piano verrà eliminato. E con le leggi del 1866-67 per la confisca dei beni ecclesiastici e la soppressione degli ordini religiosi, con i provvedimenti concernenti la trasformazione del Tavoliere di Puglia, con la conquista di Roma nel 1870, cambiano radicalmente le condizioni di vita, strutturali e culturali, di tutto l'Abruzzo e di tutto il meridione.

L'Abruzzo dei briganti è finito. 
Autore testo: 

Angelo Melchiorre

MELCHIORRE Angelo, nato a L'Aquila il 23.4.1935, residente in Avezzano (AQ)   -   e-mail:angelo.melchiorre@libero.it   
TITOLI ACCADEMICI:

-       diplomato presso il Liceo Classico "D.Cotugno" dell'Aquila (anno 1953)
-       laureato in lettere classiche (tesi in latino) presso l'Università di Genova
-       vincitore (1964 e 1966) di concorsi a cattedre per l'insegnamento; vincitore di
         concorso a preside (1990) nei Licei di Stato
ESPERIENZE LAVORATIVE:
-       docente di materie letterarie (italiano e storia) negli istituti di istruzione secondaria di II grado (Istituti Magistrali e Licei) dal 1958 al 1990 nelle province di Frosinone (Cassino), Imperia (Ventimiglia, Sanremo, Imperia...), L'Aquila (Avezzano)
-       comandato presso l'IRRSAE-Abruzzo per ricerca e sperimentazione
-       attività didattica nelle università di Roma (cattedra di filosofia morale, anni 1975-76) e di Chieti (cattedra di letteratura delle tradizioni popolari, anni 1989-90)
-       conduzione seminario universitario di studio su "Herder, Schiller, Nietzsche e il mito della Griechentum nel mondo tedesco dal Settecento all'Ottocento"
-       docente nei corsi organizzati dall'Istituto Superiore di Scienze Sociali dell'Aquila
-       preside nei Licei statali dal 1991 al 1999 (sedi di CLES; FERMO; AVEZZANO; L'AQUILA)
-       direttore di corsi di aggiornamento per docenti e dirigenti scolastici
-       commissario e presidente di commissione in concorsi a cattedre
-       attualmente in pensione (dopo 42 anni di servizio attivo)
 
COMPETENZE SPECIFICHE:
-       letteratura italiana, didattica della storia, antropologia culturale
-       realizzazione di ipertesti in power point concernenti gli aspetti salienti della storia mondiale (dall'antichità ai giorni nostri) e di altre discipline scolastiche: si tratta di "unità didattiche", utili ai fini dell'insegnamento-apprendimento nelle scuole medie inferiori e superiori
CONOSCENZA LINGUE STRANIERE:
-       tedesco, inlgese e spagnolo  (discreta conoscenza),
ESPERIENZE EXTRA-PROFESSIONALI:
-       autore di pubblicazioni in volume (ad es. Storia d'Abruzzo tra fatti e memoria, Penne 1988, pp.400; sul folklore marsicano; sulla storia della Marsica; ecc.) o di articoli su riviste specializzate (es.: su "Il Cannocchiale", bollettino della cattedra di filosofia morale dell'università "La Sapienza" di Roma), concernenti storia nazionale e regionale, antropologia culturale, folklore, religiosità popolare, ecc.
-       attività radiofonica e televisiva (per la RAI di Pescara, programmi culturali; per radio e televisioni locali, inserti culturali e musicali vari)
-       pluriennale esperienza giornalistica (collaboratore di "Il Globo", "Il Tempo", ecc.)
-       riordinatore e direttore dell'archivio storico della diocesi di Avezzano; ispettore archivistico onorario (con decreto del Ministro dei Beni Culturali)
-       relatore in corsi di aggiornamento per insegnanti sul tema "Didattica e computer"
-      docente nei corsi organizzati dall'Università della Terza Età