Visualizzazione post con etichetta Brigantesse d'Abruzzo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Brigantesse d'Abruzzo. Mostra tutti i post

sabato 10 agosto 2013

IL SIRENTE: CROCEVIA DI BRIGANTI

l contadino non ha casa, non ha campo non ha vigna, non ha prato, non ha bosco, non ha armento: non possiede che un metro in comune al camposanto... Il brigantaggio non è che miseria, è miseria estrema, disperata...una buona legge sul censimento a piccoli lotti dei beni della casa ecclesiastica e demanio pubblico ad esclusivo vantaggio dei contadini nullatenenti, e il fucile scappa di mano al brigante..." Così scriveva Francesco Saverio Sipari nella "Storia del Regno di Napoli" e da quelle frasi si possono individuare le cause, o se vogliamo, una parte di esse che dettero inizio nel mezzogiorno e soprattutto nella zona Subequana al fenomeno del brigantaggio. Dopo le leggi eversive del 1806 e le ripartizioni degli ex-demani feudali ed ecclesiastici, il ceto contadino attese invano un miglioramento delle proprie condizioni socio-economiche che dovevano derivare dalla quotizzazione e dalla assegnazione delle terre. La maggior parte di quelle superfici andarono, invece ad ingrossare i patrimoni dei notabili dei paesi della Valle Subequana e della Valle del medio-Aterno, i quali dopo la restaurazione borbonica (1815) e sino al periodo dell'unità d'Italia rimasero i soli proprietari delle terre più fertili dei loro paesi, e i contadini, viceversa continuarono a condurre una vita di stenti. La questione dei demani Comunali usurpati o ancora indivisi, l'occupazione delle terre, il pagamento di canoni e tasse, cominciarono a far crescere il malcontento del mondo contadino, che continuò a vivere in condizioni di miseria. Il brigantaggio nella Valle Subequana e nella Valle del medio - Aterno si alimentò dalla miseria e dalla disperazione delle masse contadine prive di terra, oppresse e sfruttate dai galantuomini, e dalla pressione fiscale dello Stato unitario. Se in altre zone del meridione si formarono delle corposissime bande brigantesche alquanto politicizzate, che in alcuni casi ingaggiarono vere e propri conflitti a fuoco con interi reparti dell'esercito, nelle nostre zone ci si limitò ad un brigantaggio diciamo casereccio. Le banda Cannone di Gagliano Aterno, la banda Francescone di Tione degli Abruzzi, e Angelo del Guzzo di Fagnano, la bandaStramenga di Secinaro commisero i loro crimini sulle montagne della catena del Sirente. L'altopiano delle Rocche aveva relazioni commerciali (già nel periodo feudale) con la sottostante valle Subequana, e i mercanti e i commercianti si scambiavano dopo lunghi tragitti su quei monti le loro merci, e proprio questi furono spesso presi di mira dai briganti, appostati su quei monti. La strada di cui sopra si incrociava con un altra che dall'Aquilano portava verso la Marsica, passando sulle montagne di Secinaro e di Gagliano Aterno, formando quindi un crocevia da dove i briganti si muovevano per colpire le loro prede, ma anche per nascondersi nei boschi e nelle grotte di quelle zone impervie del Sirente. Con la repressione il Governo del nuovo stato Unitario piegò e pose fine al brigantaggio, iniziato con la reazione delle classi meno abbienti, e dal 1870 al 1900 le popolazioni dei comuni subequani assistettero ai mutamenti dettati dagli ordinamenti dello Stato liberale. Le classi popolari radicate nell'ambiente subequano si trovarono di nuovo a fare i conti con l'inclemenza delle stagioni, con la fame con la miseria, la violenza dei potenti... L'impianto del nuovo stato unitario comportò anche un pesante aggravio fiscale, necessario alla costruzione delle scuole, delle strade, delle ferrovie, dell'esercito, ed una di quelle tasse, la tassa sul macinato, scatenò le ire dei contadini, generando sommosse in tutto il meridione d'Italia enella nostra zona ne fu coinvolta la popolazione di Fontecchio. La classe contadina che aveva generato il brigantaggio si trovò discriminata ed emarginata alla fine del secolo. Nel 1882 la nuova legge elettorale la escluse ancora dal diritto di voto nel senso che fu stabilito che poteva votare chi aveva 21 anni, ma soprattutto chi aveva frequentato la quarta classe elementare. In quel periodo l'analfabetismo colpiva l 80% della popolazione, e pertanto quelle classi rimasero ancora senza diritti, oppresse ancora dai potenti locali. A questo punto aggiungiamo che l'apertura dei traffici commerciali con l'America fece giungere in Italia ingenti quantitativi di grano a basso prezzo che mise in ginocchio la fragile economia agraria nazionale e locale, generando la grande crisi agraria di fine secolo, con conseguente espulsione di molte persone dalle campagne. Tutte quelle situazioni iniziarono ad avere delle risposte politiche con la nascita dei movimenti politici, socialisti e popolari. Ma a quel punto la povertà, l'oppressione, la disperazione del ceto contadino dei nostri territori stava per dare inizio ad un altro doloroso e triste fenomeno: l'emigrazione. Oggi quelle montagne, quei boschi, quelle contrade, rappresentano il cuore del Parco, che ne tutela non solo la flora, la fauna , il paesaggio, l'ambiente, ma anche la storia e la cultura delle popolazioni ivi residenti. Ieri erano i luoghi per il rifugio dei briganti, oggi sono frequentati per le loro bellezze naturali. Quel periodo storico, violento e affascinante che sia stato, riecheggia in quell'ambiente protetto, come se si fosse sottratto all'usura del tempo.

LA BANDA CANNONE
Primavera 1859. A Gagliano Aterno si registrano i primi atti di aperta ostilità dei contadini nei confronti dei nobili del paese, chiamati con scherno "Pantaloni", in quanto erano gli unici che indossavano i costosi calzoni lunghi. Si distinguono per la particolare animositàGiuseppe di Cenzo detto "Birichino", e Vincenzo Vacca detto "Cannone", braccianti agricoli che erano usi emigrare, dall'Autunno alla Primavera nello Stato Pontificio.
Ottobre 1860. A Gagliano esplode la rivolta contro i Savoia e contro i Pantaloni, che si erano prontamente schierati con il nuovo sovrano. Duecento contadini armati di bastoni, manici di scure e pietre si scontrarono con la Guardia Nazionale. Fu assediato il palazzo diDon Francesco Voce, proprietario terriero, che fu minacciato di decapitazione. Pierluigi del Campo, ricco artigiano, viene linciato dalla folla e sfugge miracolosamente alla morte, ma rimarrà storpio a vita. Lo stemma sabaudo viene distrutto.
Gennaio-Aprile 1861. Dopo lunghe indagini le autorità giudiziarie puniscono i protagonisti della rivolta con arresti e provvedimenti restrittivi. Molti rivoltosi si danno così alla latitanza: alcuni si rifugiano sugli altopiani ai piedi del Monte Sirente, come Domenicantonio Boccabella. Altri, come "Cannone", "Birichino", e Carmine Bucci detto "Bracchicello", tornano nello Stato Pontificio. Da lì sono però costretti a fuggire dopo aver malmenato il proprietario terriero presso cui lavoravano come braccianti. Tornano dunque a Gagliano, per farsi "uccelli di montagna": costituiscono cioè il primo nucleo della banda di briganti che diverrà famosa col nome di "banda Cannone".
Novembre 1865- Agosto 1866. La banda Cannone si aggira per i fitti boschi, le valli e gli altopiani del Sirente, spostandosi a cavallo e dormendo in rifugi di fortuna o presso abitazioni di manutengoli. La banda assalta i pastori derubandoli di pecore, denari e vestiti; tende agguati ai ricchi mercanti soliti transitare sui sentieri ai piedi del Sirente. La banda controllava l'intera valle Subequana appostandosi in avvistamento su di una altura ancora oggi conosciuta col nome di " grotta dei briganti"
Settembre 1866. La banda Cannone sequestra un ricco mercante di Rocca di Mezzo, sorpreso con un ingente carico di vino nella impervia e boscosa Valle di Canale, presso la fonte. Viene rilasciato in cambio di 187 lire d'argento, 60 lire in monete d'oro, più tre camicie e tre paia di calze.
Settembre 1866. I contadini di Gagliano racimolano con una colletta 4.000 ducati e li consegnano ai briganti chiedendo in cambio di eliminare l'odiatissimo proprietario terrieroErnesto De Angelis. La banda Cannone sorprende e cattura quest'ultimo in località Ara di Catolle. Lo sventurato viene dunque trasportato in una località impervia, le "Fosse di Pasqualetti", dove i briganti gli tagliano i testicoli, gli recidono le dita delle mani, gli cavano gli occhi, e infine lo decapitano. La testa viene infilata in un palo ed esibita come macabro trofeo.
Gennaio- Maggio 1867. La banda Cannone prende di mira Francesco Pace, altro ricco proprietario terriero, su esplicito invito anche questa volta dei contadini di Gagliano, e in particolare dagli stessi braccianti alle dipendenze del Pace. Dapprima gli viene recapitata una lettera con due proiettili ed un invito a consegnare loro 50 piastre, un prosciutto, un barile di vino e 10 pagnotte. In seguito viene sequestrato, con la complicità dei suoi vetturini, nei pressi di Castel di Ieri, mentre con 32 somari carichi di grano si recava a Sulmona. I briganti trasportano l'ostaggio sulla montagna di Canale dove viene custodito sino al pagamento di un cospicuo riscatto.
Maggio-Giugno 1867. Il prefetto invia sulle montagne intorno a Gagliano i reparti del 44° reggimento di fanteria, che battono a tappeto il territorio, scoprendo i nascondigli usati dai briganti. Gagliano viene cinta d'assedio e vengono passate al setaccio abitazioni, stalle, cantine e fienili. Cannone viene catturato mentre si nasconde nella soffitta di un parente.Bracchicello, Birichino, e Anacleto Salutari dopo essersi nascosti per giorni in una vigna si costituiscono alla Guardia Nazionale. Sono tutti condotti ed imprigionati nelle segrete del Castello di Gagliano.
Ottobre 1868. La corte di Appello dell'Aquila condanna Salutati Anacleto ai lavori forzati a vita; Montemurri Gaetano, Vacca Vincenzo (alias Cannone), Di Cenzo Giuseppe, (alias "Birichino"), Bucci Carmine, (alias "Bracchicello") alla pena di morte, pena in seguito commutata ai lavori forzati a vita.
1930 o giù di lì. Anacleto Salutati, ormai ultraottantenne, giunge a Castelvecchio, suo paese natale. Alla nipote, incontrata sulla via che porta al mulino, dice di essere un mendicante vagabondo, ma tradisce più volte la sua vera identità. La nipote lo invita a quella che fu la sua casa. Beve del vino e mangia i "quejè tiej" ammassati dalla nipote. Chiede notizie di una ragazza (che fu vicina di casa di Anacleto Salutati). Dorme nel pagliaio e all'alba va via prima che la nipote si svegli. Questo è quello che si racconta ancora oggi a Castelvecchio.

LA BANDA FRANCESCONI
Autunno 1860. A Tione degli Abruzzi scoppiano i moti reazionari. Il guardaboschiFrancesco Presutti, il soldato borbonico Domenico Camilli e Nicola Avellani, si rendono protagonisti di aggressioni contro i benestanti locali. Ricercati dalle forze dell'ordine fuggono nello Stato Pontificio.
Estate 1861. Presutti e Camilli tornano al paese nascondendosi nelle montagne di Tione, che il Presutti essendo stato guardaboschi, conosce come le sue tasche. I due, assieme ad altri tre latitanti incontrati in quelle montagne, decidono di darsi al brigantaggio: nasce la banda Francescone.
Agosto 1861. La banda sorprende il località Sacco del Sirente una carovana che stava trasportando lana per conto di Don Marinucci, ricco mercante di Sulmona. A vetturali viene ordinato di riferire al loro padrone che se avesse voluto la lana indietro, avrebbe dovuto consegnare 100 abiti da uomo, cravatte, cappelli e scarpe entro due giorni. Il riscatto non andrà a buon fine e così la banda decide di distribuire la lana alle famiglie povere di Tione degli Abruzzi.
Settembre 1861. Giacomo Rosati è sorpreso dalla banda in località Pozzi della Prata, e fu ucciso con due fucilate al petto dal Chiaravalle, che consuma così la sua vendetta nei confronti del Rosati, reo di aver infamato il padre del brigante, e averne determinato la condanna a 25 anni di carcere. In seguito all'omicidio la banda si scioglie, il Presutti torna nello Stato Pontificio. Sabatino Chiaravalle viene arrestato vicino Avezzano.
Aprile 1863. Domenico Camilli viene arrestato a Genova, dove si era arruolato nella Real marina Italiana. Viene condannato a 25 anni di lavori forzati.
Giugno 1864. Francesco Presutti, dopo una lunga latitanza nelle campagne romane, torna sulle montagne del Sirente. In poco tempo riunisce attorno a sè ben 30 uomini, ben armati ed equipaggiati.
Giugno 1864. La banda estorce ai frati francescani di Celano una pagnotta di pane, tre prosciutti, sessanta forme di cacio, 4 pacchi di sigari e un barile di vino, minacciando di sgozzare le mule dei religiosi. Analoghe minacce vengono profferite nei confronti di Don Tommasetti, nobile di Celano, alla Signora Pasqua di Ovindoli, e ai baroni Masciarelli, a cui vengono chiesti 7.000 ducati e due orologi d'oro. Pochi giorni dopo la banda aggredisce alcuni pastori in località Valle Faita, mozza la testa a sei agnelli, ruba 25 Kg di pane e 4 coperte. Pochi giorni dopo assale lo stazzo di Giovanni Iannuzzi in località Vallone di Forca, ruba le scarpe ai poveri pastori che lavoravano per conto del Iannuzzi.
23 giugno 1865. La banda fa irruzione nel casolare di Vincenzo Di Michele, guardia nazionale, nelle pagliare di Fagnano. Il Di Michele viene portato nel bosco. QuiFrancescone estrae il pugnale, cava gli occhi al malcapitato e lo lascia morire dissanguato. La banda raggiunge quindi la località Sacco del Sirente dove si imbatte in altre due guardie nazionali, che bivaccavano intorno ad un fuoco assieme ad alcuni pastori. Le guardie vengono legate e portate nel bosco. Dopo pochi minuti torna al bivacco un brigante succhiando compiaciuto il sangue colante dal suo coltello.
Agosto 1865. In seguito ai tre efferati omicidi, il Prefetto dell'Aquila organizza una gigantesca caccia all'uomo per sgominare la banda. Vengono arrestati a Tione, con l'accusa di favoreggiamento, tutti i fratelli del feroce brigante, tra i quali anche un ex -monaco. La banda si scioglie in attesa di tempi migliori, e i briganti cercano di nascondersi in luoghi più sicuri delle montagne del Sirente, oramai pattugliate quotidianamente da centinaia di guardie nazionali.
Settembre 1865. Francescone viene arrestato con tre suoi uomini sulle montagne nei presi di Vicovaro, mentre cercava di raggiungere il Lazio.
Aprile 1868. La corte d'Assise di l'Aquila condanna Francesco Presutti a 25 anni di lavori forzati.

venerdì 14 giugno 2013

Brigantesse e Briganti tra storia e musica popolare

Omme se nasce, brigante se more,
ma fino all’ultimo aimme sparà
e si murimme menate nu fiore
è 'na bestemmia pe stà libertà,
è 'na bestemmia pe stà libertà
Sempre alla ricerca di avvenimenti e personaggi che riuscissero a catturare l’interesse degli spettatori delle piazze, la tradizione dei cantastorie meridionali, che come sappiamo risale al medioevo, ad un certo punto incontrò i Briganti, che entrarono a pieno titolo nel repertorio musicale del tempo. I briganti entrati in guerra per difendere la loro terra. Passati dal canto alla guerra, dalle chitarre alla scoppetta, da un tempo di pace, alla lotta contro l’invasore. Ma se la diffusione dei testi dei cantastorie a quei tempi era il principale strumento di comunicazione di massa, i cantastorie vennero quindi investiti inconsapevolmente di fini politici e sociali, soprattutto nell’Italia post Unitaria, quando la figura del brigante carico di quell’aurea leggendaria di umanità e spirito di sacrificio per la patria non poteva essere accettata in nessun modo. Così la figura del brigante meridionale cambiò dal periodo preunitario a quello post unitario, e mentre il popolo continuava ad idealizzare la figura del brigante come eroe leggendario e benefattore, gli intellettuali tentavano in tutti i modi di denigrarla in nome della creazione di un identità italiana unitaria.
Amm pusat chitarr e tambur
pecchè 'sta music s'adda cagnà.
Simm brigant e facimm' paur,
e cu 'a scupett vulimm cantà.
E le brigantesse?
Tra i tanti nomi che sono giunti fino ai giorni nostri quello di Maria Oliveiro, “ La brigantessa delle brigantesse”, pare essere quello che maggiormente ha stimolato la produzione musicale dei cantastorie dell’epoca. Nata nel 1841, non conosciamo con precisione la data della sua morte, ma sappiamo però in che modo è morta, condannata mediante fucilazione alla schiena, venne alla fine condannata al carcere a vita da scontare nella prigione delle Finestrelle in Piemonte. La sua storia è legata con forza al tema dell’onore e della famiglia. Decise di entrare in lotta dopo l’ omicidio di sua sorella Teresa. Si travestì da uomo, e sì unì al marito nella lotta, come molte altre sue coetanee, e quando lui perse la vita in battaglia, decise di prendere il comando. Ciccilla, così veniva chiamata. La narrazione che esce fuori dal racconto delle vite dei briganti, dalle storie, dalle parole dei cantastorie e della musica popolare, e della letteratura, è quella reale? I cantastorie possono rappresentare alla luce del nostro modo di intendere la comunicazione come giovani antenati dei mass-media, che con i loro canti, la maggior parte scritti in ottave, fungevano da specchio della realtà del tempo, maneggiandola con la musica, e creando auree leggendarie attorno ai personaggi che rendevano protagonisti. L’attendibilità storica dei cantastorie deve però sempre scontrarsi con la questione che riguarda la tradizione orale. Lo strumento orale rimane infatti sempre libero e aperto alle trasposizioni di significato,e anche alle idealizzazioni leggendarie. E’ difficile fare quindi una distinzione netta tra realtà e mito nella cultura che aleggia attorno alle storie dei briganti e delle brigantesse Italiane.
La musica popolare tradizionale legata alla vita delle brigantesse, chiamate con un termine dispregiativo anche “ drude”, sembra idealizzare fino all’osso la vita di quelle che furono donne coraggiose, abili, forti e desiderose di libertà, ma che non bisogna mai dissociare anche da una carica di violenza e spirito sanguinario non indifferente. Tanti gli aspetti di queste donne che si potrebbero analizzare, dall’aspetto fisico, estremamente mascolinizzato, al rapporto con la femminilità, forte ma a tratti contrastato, alla questione dell’onore, all’importanza della loro lotta in relazione all’emancipazione femminile del tempo. Una battaglia nella battaglia quella delle brigantesse, la loro partecipazione alla lotta era un modo per fuggire dalla gerarchia familiare e imporre la propria presenza nella società, così come nella battaglia.

“ Chiamateci Brigantesse e avete ragione
non dite assassine perchè anche noi abbaiamo sentimenti,
ma abbiamo scelto questa vita
montagna e dolore
per difendere questa terra dall'invasore”.
“ Tu, che stai li prigioniera, perché sei donna del sud, così bella così fiera, nella consapevolezza, che più forte del brigante, non puoi esserci che la sua brigantessa”.
Ribelli e spietate, violenti e crude, non possono essere lasciate in disparte nel dibattito relativo a quegli anni per un solo motivo, combattevano una loro guerra personale, ancor prima di combattere una guerra di popolo. Le brigantesse, infatti, con il loro modo di essere donne, e con la loro partecipazione alla battaglia, compirono il primo passi verso quel processo di emancipazione femminile, che tutt’ora non è concluso
“ sul tuo cuore una bandiera che non hai tradito mai, sul tuo viso un sorriso che per sempre porterai.” .
L’immagine che ci è giunta è quella di una donna vestita in abiti maschili, dalla femminilità nascosta, molto spesso repressa, forti e audaci come gli stessi uomini che sostenevano in battaglia. Ma erano veramente così , Luigia Cannalonga, Maria Rosa Marinelli, Maria Capitanio, Gioconda Marini, Mariannina Corfù, Chiara Nardi, Filomena Pennacchio, Arcangela Cotugno, Elisabetta Blasucci, Teresa Ciminelli, Filomena Pennarulo, Luigina Vitale, Giovanna Tito, Maria Lucia Nella, Maria Consiglio, Filomena di Pote, Maria Orsola D'Acquisto, Carolina Casale, Maria Pelosi, Rosa Giuliani, Michelina De Cesare, e tutte le altre giovani donne delle quali non ci è giunto il nome ne la storia? Partiamo da Michelina de Cesare, la donna a cui Eugenio Bennato, sempre nel solco della tradizione della musica popolare, ha dedicato una canzone, “ Il sorriso di Michela”. Sottoposta ad atroci torture Michelina de Cesare, preferì morire piuttosto che tradire la fedeltà della sua banda. Aveva solo vent’anni quando venne catturata insieme a suo marito Francesco Guerra e ad altri compagni, il giorno successivo venne spogliata ed esposta nella pubblica piazza . “Donna del sud, donna bianca, donna nera”, dice ancora Bennato. Donna dalla doppia faccia, amante fedele, ma anche spietata giustiziera.

Femm'na bell' ca dat' lu cor'
se 'stu brigant' u vulit' salvà
nun c' cercat' scurdat'v' o nome
chi ce fa a guerra nun tien' a pietà
chi ce fa a guerra nun tien' a pietà

Donne per salvarci, dimenticateci, abbiate paura di chi ci fa la guerra, poichè non ha pietà.
Quel modo di essere donna, così viscerale e profondo ma non tanto da non poter affrontare una guerra, non troppo per non scegliere di ritrovarsi nude di fronte alla lotta e alle battaglie, che con la loro crudeltà riuscirono a cacciare da queste donne la parte più nera e assassina. E allora cancellare la femminilità diventava una necessità, un opportunità per combattere insieme agli uomini, per rendersi utili. Ma nonostante tutto, quando venivano incarcerate ritornavano ad essere donne devote e femminee, tornando a dedicarsi al ricamo di fazzolettini dedicati ai loro uomini. Sono tante le storie di queste donne del sud, Filomena Pennacchio, la regina delle selve, Maria Maddalena de Lellis, la Padovella, la scrittrice di lettere sanguinarie, ecc ecc. Mentre molte di loro sono rimaste nell’anonimato, altre invece hanno lasciato i loro nomi e le loro storie incise negli annali dell’unificazione di questo paese. Le possiamo immaginare, idealizzare, anche grazie a quell’aurea romantica che le loro esistenze si sono lasciate dietro, anche grazie a coloro che hanno musicato la loro idea di femminilità, anche grazie a coloro che raccontandole ci ha dato la possibilità di leggere di loro e di provare a concretizzare la loro idea. La musica spesso crea un aurea romantica della storia, e in questo caso delle storie. Idealizza in musica vite passate, passate alla storia e da alcuni forse anche dimenticate.

… Contro 'e surdate 'e rre Vittorio
mò c'è rimasto sulo sta paranza,
ma nu brigante nun cagna 'a storia
quanno cumbatte sulo, senza speranza.
E quann'o pigliano 'ncopp'a muntagna
more senza paura, senza rimpianto,
e quanno 'e ppigliano dint'e paise
diceno: quann'e bello murire acciso.

Carla Giannini [ 01/10/2011 ]

lunedì 1 ottobre 2012

Le Brigantesse Raccontano.....

Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero. 
(cit)



" Chiamateci Brigantesse e avete ragione
non dite assassine perchè anche noi abbiamo sentimenti,
ma abbiamo scelto questa vita 
montagna e dolore
per difendere questa terra dall'invasore".