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domenica 23 giugno 2013

Spartacus e i Bruzi

by Salvatore Piccoli

Discendenti degli antichi popoli Enotri sfuggiti alle razzie dei Lucani che li chiamarono Brettii, cioè schiavi fuggitivi ribelli, ma oramai chiamati dai romani  Bruzi, si erano stabilmente insediati nel vasto territorio Teurinense compreso tra i fiumi Sabutum, Lamatum e Crotalus. 

Teura era il loro centro più importante e la montagna la loro patria.

 Dopo cent’anni dalle ordinanze consolari romane sui baccanali, avevano organizzato commerci diffusi anche con i greci della costa e spesso vendevano i loro prodotti anche ai Romani, battevano monete regolarmente e possedevano scuole dove donne educavano i bambini. 
Avevano organizzato una importante comunità fatta di reticoli abitativi comunicanti tra loro che permise di sopravvivere e conservare molte loro usanze anche dopo le guerre pirriche e puniche che i potenti romani avevano vinto instaurando un dominio che pareva non dovesse mai barcollare. La loro tenace resistenza alla sottomissione era motivo di continue incursioni romane , ma destinate all’insuccesso per via della selvaggia e inestricabile foresta che li proteggeva.

I Romani, però,  da sempre avevano assaporato delusioni cocenti per potere stanare definitivamente i Bruzi dai loro covi, chiamandoli homini mali, latrones,  Brigantes come i popoli dell’Ibernia che nemmeno  Cesare era  riuscito a soggiogare: popoli incapaci alla sottomissione!

 L’antica propensione ad esplorare luoghi impervi e difficilmente raggiungibili aveva spinto alcuni gruppi bruzi a inerpicarsi lungo gli argini del fiume Crotalus, così chiamato per l’irruenza delle sue acque, posto nell’angustissima valle a est della grande montagna dove di regola vivevano.La loro disposizione a spargersi in estensioni territoriali vaste era dettata da motivi di  sopravvivenza.

Uno dei capi , di nome Shorot, assieme alla sua tribù costituita dai sette figli, dalla moglie, dal vecchio padre Karob, da alcune donne e da altri appartenenti alla sua stirpe , risalì il tambureggiante fiume spingendosi verso nord fino a  immergersi in boschi  intricati e fitti per un’erta che pareva non finisse mai fino all’altopiano e subito dopo digradante su una dolce pianura tratteggiata solo radamente da alberi; una sorta di oasi celata tra le foreste che apparve come un segno di un qualche dio particolarmente generoso. Shorot, capo tribù, volle piantare in quel luogo il suo accampamento per una esplorazione appropriata delle terre. La sua sorpresa fu grande quando si accorse che a valle, una valle sinuosa, scorreva un delicato fiumiciattolo che si srotolava senza rumore. Sentì che quello era il luogo che il dio gli aveva assegnato perché lì vivesse con la sua tribù.

Ma non fecero in tempo a  sistemarsi che il vecchio genitore morì. 
Cosi chiamarono quel luogo Karoboli.

Si era sparsa notizia che uno schiavo trace fatto dai romani  gladiatore, di nome Spartacus, era fuggito e  stava da tempo ribellandosi energicamente a Roma.Egli, dopo aver saccheggiato alcuni carri romani che trasportavano armi ad altri gladiatori, aveva costituito un forte esercito fatto di schiavi pronti al sacrificio pur di riavere la propria libertà. Spartacus apparteneva in origine ad una tribù nomade, era dotato di grande intelligenza e di un’educazione quasi ellenica.Tante erano state le battaglie e Spartacus aveva intrapreso la via del Bruzio per raggiungere l’isola di Sicilia per ravvivare le rivolte servili. Così le tribù bruzie si stavano organizzando per accoglierlo e seguirlo.

Dopo le sonore sconfitte inferte ai Romani  nel Piceno, nell’autunno del 72 Spartaco e il suo esercito composto da schiavi Galli, Celti e Balcanici, giunse nella Silua.

A Turi  barattò i bottini vinti con ferro e rame per fare armi.

Shorot raggruppò uomini di ogni età e di varie tribù e parti verso le grandi foreste. Lunga marcia al freddo e alle intemperie ma con il cuore caldo di pensieri di rivincite contro i fortissimi romani.

Sulle rive del Targines, tra faggi millenari che incorniciavano le umide radure fluviali , sparsi come funghi migliaia di schiavi attendevano ordini. Spartaco era lì, in mezzo  a loro. Shorot e i suoi uomini s’avvicinarono a  lui offrendo le loro armi e i loro corpi alla causa della libertà.  Pelli d’orso coprivano gli uomini reduci da interminabili cammini e violente battaglie, partiti dalla Gallia. Spartaco portava addosso le vesti di gladiatore, incurante del freddo.

Si marciò quindi verso Sud, verso la Trinacria!

Giunto Spartaco con il suo esercito in prossimità dello stretto di Scilla, contattò i pirati cilici per la traversata: questi però lo ingannarono e non potè attraversare quella lingua di mare: fu costretto a risalire.

Gli astuti romani, intanto, avevano deciso di concentrare nel Bruzio le loro agguerrite legioni poichè temevano quel che poteva accadere se Spartaco avesse potuto consolidare una vera alleanza con quei popoli testardi e insensibili ad ogni oppressione: i Bruzi.  Questi erano stati già alleati di Pirro e Annibale, avrebbero certamente aiutato  anche Spartaco e ne avrebbero fatto un brigante come loro: imprendibile!

Per questo mandarono il pretorehttp://parolesemplici.wordpress.com/2011/06/08/spartacus-e-i-bruzi-posted-by-salvatore-piccoli/ il migliore stratega militare romano del tempo, con ben otto legioni, per fermarlo.

Le avanguardie servili, composte per lo più da elementi bruzi, che ben conoscevano quegli aspri territori, informarono Spartaco della presenza romana nei pressi di Hypponion. Le legioni di Crasso, in effetti si erano sistemate e presidiavano in maniera capillare, nella parte più stretta del bruzio, tutto il territorio da una costa all’altra per impedire il passaggio ai rivoltosi con una diga umana di soldati armati fino ai denti sistemata lungo l’istmo tra Scillunte e Hypponion.

Crasso era memore della costruzione di un muro fatta tre secoli prima da Dionisio Primo per difendere Locri dai Lucani e nello stesso luogo scavò un vallo profondo venticinque piedi, lungo trecento stadi da costa a costa e vi eresse a cornice un muro molto alto e robusto.

 Ma gli armati schiavi, spregiudicati e temerari, non avevano grossi timori e tentarono di forzare le linee romane. Vennero respinti più di una volta. Poi, con il freddo pungente che avanzava e le nevi copiose che cadevano, sfondate le selve, Spartaco ordinò di ricoprire il fosso con terra e sterpi: così a capo do un manipolo  dei suoi ribelli oltrepassò l’ostacolo. Ci si diresse verso Petelia ove si pensava di potersi imbarcare per l’Epiro:  mentre dal cielo cadeva grandine dura. Impossibilitato però a prendere il mare, venne inseguito e chiuso in un angolo da Crasso.
 Costui, però sempre timoroso, non riuscendo a  dare il colpo finale e perdendo continuamente uomini in agguati guerriglieri, chiese aiuto al senato di Roma. Il governo romano richiamò Licinio Lucullo dalla Macedonia che sbarcò immediatamente a Brindisi, mentre il governo di Roma interessò addirittura  Pompeo che si trovava con le truppe in Spagna.

 Spartaco comunque impossibilitato a imbarcarsi cambiò  progetto decidendo di dirigersi nuovamente verso l’Apulia via terra.

Ma Shorot , che gli era divenuto amico e confidente gli disse che oramai l’immensa macchina da guerra romana lo avrebbe stritolato.

Mai cadrò nelle mani dell’odiato romano, meglio morto!

 Pensò Spartaco.

 Shorot lo convinse così a far partire il suo esercito senza di lui. Stanco oramai e voglioso di libertà o di morte, pensò che in quella maniera avrebbe donato  agli astuti romani un’ultima beffa!

Nei pressi del fiume Sele l’esercito dei disperati venne definitivamente sconfitto, ma il corpo di Spartaco non fu mai trovato! Spartaco non era mai partito dal Bruzio anzi era rimasto celato nelle foreste. 

Tornò con Shorot a Carroboli.

 Alla fine della guerra i Romani condussero una spietata caccia ai bruzi, colpevoli di sempiterna ribellione.   Molti vennero decapitati, molte tribù smembrate con una deportazione coatta. Shorot e altri capi tribù vennero caricati su carri dentro gabbie di legno come gli schiavi orientali e portati in una terra lontana.

La terra che li accolse era però molto simile al Bruzio: aspre montagne e fiumi scroscianti, terre selvagge e ricche di boschi.

Gli abitatori di quella terra chiesero a  Shorot da dove venissero così brutali e disperati, e Shorot rispondeva in lingua latina per farsi comprendere: …a bruzio…

Cosi da allora quella terra fu chiamata Abruzzo.

Shorot e gli altri vennero sistemati ai piedi di una collina in zona non distante dal mare per scuoterne le usanze rurali e fiaccarne l’identità montanara.

Si trattava di un luogo segnato da remoti insediamenti protostorici e quindi già antropizzati in cui apparivano tracce antiche di vita umana ma oramai deserte.  

Shorot e gli altri s’accamparono e cercarono di edificare abitazioni.
 Poi  chiamarono Corropoli, a ricordo della loro perduta patria, quel luogo e vi rimasero per sempre.

Spartaco, non riconosciuto dai romani, sopravvisse nelle terre bruzie per molti anni ancora in libertà. Sposò una figlia di Shorot che era rimasta in patria ed ebbe due figli che coltivarono le idee di libertà e fierezza in quella terra.

Morì molti anni dopo supino all’ombra di un albero rigoglioso sulle rive del fiume Crotalus guardando il cielo e i corvi che volavano liberi!

fonte: http://parolesemplici.wordpress.com/2011/06/08/spartacus-e-i-bruzi-posted-by-salvatore-piccoli/

domenica 31 marzo 2013

L’ove di Pasque.

L’ove di Pasque.
Ogne anne a Pasque rumpeme l’ove
e pinzeme – Chissà che ci trove!-
O li pijeme grosse e fafone
o piccirille ma di sustanze,
ci fa lu busce la panze,
nin videme l’ore di scartarle,
e nghe na botte di sfracchiarle
arvusciucheme ‘mezze a li pizzitte
e finalmente truveme… è mije che mi stinghe zitte,
li scarteme con trepidazione
e dapù l’auardeme con grande delusione!
Ogne anne diceme – Chi è sta frignarije! –
e cuntinueme, è proprie na’ manije,
- Erene belle li surprese di na’ vote,
nin mi ci ‘abbe cchiù, nin so’ cretine.
L’anne che ve’ mi li sparagne li quatrine!-

Vittorina Castellano


Vittorina Castellano Laureata in Scienze Naturali. Scrittrice di racconti in lingua , poesie e commedie dialettali.Attrice e regista teatrale del Coro Folk di Spoltore.

pagina facebook: https://www.facebook.com/VittorinaCastellanoScrittrice 

venerdì 29 marzo 2013

Le Due Sicilie? Ma … cosa è?







di Francesco Romano

Scrive un nostro lettore :“ è questo sentimento nostalgico verso i Borbone che, per quanto illuminati ed unici veri promotori dello sviluppo economico e culturale del Sud, appartengono ad un passato che non è più proponibile, è una forma di nostalgia malinconica e consolatoria che somiglia tanto al “si stava meglio quando si stava peggio” degli orfani di Mussolini.”



Quello che maggiormente rattrista è parlare di nostalgia dei Borboni. Parlare di Borboni non sta proprio a significare “nostalgia” perché la nostalgia appartiene a fatti vissuti e siccome, sino a prova contraria, non si è vissuti negli anni dei Borboni, non si può parlare di nostalgia.Infatti la nostalgia è per un luogo dove si è stati, per degli amici con cui si è diviso tutto, ma non per i Borbone. Come non si può essere nostalgicamente monarchici e nemmeno fascisti e neanche comunisti. Si può apprezzare o meno, ma non si può essere nostalgici in quanto la maggior parte dei meridionali non ha vissuto nessuno questi fenomeni. Ma abbiamo vissuto la nostra terra e le difficoltà della stessa.

E’ necessario convenire che le cose vanno fatte passo per passo. Per prima cosa è necessario continuare a parlare di duosicilianismo per far riconoscere ai meridionali di oggi che eravamo un popolo. E’ questa una precondizione essenziale per riconoscersi. Se si va in uno stadio si vedrà che chi tifa per una squadra, pur non conoscendosi personalmente, scambierà qualche parola con il suo simile e quindi parleranno in nome di un obiettivo comune, la vittoria della propria squadra.

Tutta la questione meridionale sta proprio qui. Il vicendevole riconoscimento del “da dove veniamo”. Se non si assimila prima questo concetto non si può passare al successivo “chi siamo” per poi passare al “dove andare”.

Ed è per questo che si invitano i meridionali a riconoscersi come duosiciliani, per rendere più facile un riconoscimento vicendevole e a riconoscere la bandiera gigliata come simbolo comune. Ad indossare la coccarda rossa dei briganti, vero veicolo di curiosità della gente che sente la necessità di conoscere. La coccarda è essenziale. Rappresenta il simbolo dell’ultima ribellione del popolo duosiciliano.




Quindi il duosiciliano, una volta identificatosi, libero da ogni ideologia e scevro da ogni condizionamento, quasi automaticamente avrà un progetto politico.

E il progetto politico non potrà non tener conto della territorialità che diventa condizione essenziale per la crescita di tutti. Non si possono continuare ad ascoltare le relazioni dell’Istat che disegna un’Italia che ha una zona con un reddito pro-capite superiore alla Germania ed un’altra zona con un reddito medio inferiore alla molto inguaiata Grecia.

Dalla vita quotidiana si impara molto come molto sta dando Beppe Grillo in questo momento politico dell’Italia. Iniziare da una spending review è importante ma non deve essere solo demagogia. Il progetto dovrebbe essere più ampio con riforme strutturali che inizino dall’accorpamento delle regioni che non vogliono minimamente scimmiottare la Lega Nord da cui è necessario prendere ogni distanza per la politica che conducono, non in difesa del territorio tanto sbandierato, ma per la politica antimeridionale con la colpevole alterazione della verità dei politici meridionali.

Dichiararsi duosiciliano e brigante è il punto di partenza per ricominciare, e questa volta facciamolo noi.

fonte:http://www.ondadelsud.it/?p=9775

sabato 23 marzo 2013

Brigantesse in Abruzzo



Le temibili Signore della macchia.




Tra i briganti ci fu posto anche per le donne: alcune erano madri, mogli o amanti di briganti, ma molte altre erano brigantesse

La fama dei briganti ancora oggi caratterizza, nell’immaginario collettivo, i territori montuosi ed impervi dell’Abruzzo, per secoli ideale nascondiglio delle bande dei fuorilegge. Ma non a tutti è noto che il brigantaggio post unitario conta la presenza di un cospicuo numero di donne. Molte furono semplicemente madri, mogli o amanti dei briganti, ma tante furono vere e proprie brigantesse. I documenti del tempo narrano le vicende, o più spesso l’epilogo delle vicende di figure come Angela Maria, madre del brigante Sottocarrao di Thurimparte che nel 1864 fu arrestata con l’ imputazione di "manutengoismo" per avere somministrato viveri ed altro al brigantaggio.

Si perché loro spesso vivendo nei paesi e facevano da tramite per i loro coniugi costretti a nascondersi tra le montagne. Appartenevano ad un ceto sociale delle plebi rurali, donne molto innamorate dei propri uomini, pronte a rinunciare ad una vita tranquilla, pur di seguire o di agevolare il loro compagno. Erano consapevoli di non avere scampo, eppure di fronte ad azioni pericolose non si tiravano mai in dietro.

Erano le confidenti più sicure, le messaggeri più fidate
.

Indossavano spesso abiti maschili, per entrare in un nuovo ruolo, un ruolo tutto maschile che però non le privava della loro femminilità.
Nascondevano i lunghi capelli sotto il cappello a falda larga ed indossavano anche orecchini d’oro.

La maggior parte delle volte capitava che, solo dopo averle catturate, ci si accorgeva del loro sesso e allora si adottava il criterio di commutare l’ergastolo in 15 anni di lavori forzati: fu il caso di Maria Capitanio, Gioconda Marini e Chiara Nardi. Spesso ebbero anche ruoli di primo piano, combattendo o comandando piccoli nuclei briganteschi: fu il caso della bella Michelina De Cesare che fu alla guida di un drappello del brigante Francesco Guerra di cui era l’amante pronte a combattere contro l’esercito piemontese che imperversava nell’Abruzzo e nel Lazio.

Le loro tracce sulle montagne dell’Abruzzo si sono ormai perse, sebbene la loro memoria continui a vivere nei documenti e nelle foto conservate presso gli archivi della regione o ancora di più nei racconti e nelle vecchie storie di briganti e brigantesse.


Lettera della brigantessa Maria Suriani al compagno

Mio caro Domenico, questa cosa che mi avete scritte mi avete fatto mettere a piangere mentre io non voleva andarci a San Nicola, ma la famiglia e i parenti m’anno voluto portarci per forza e mi dicevano se non adempiva al voto mi succedevano discrazie. Ecco vedete che cosa dovevo fare io e non poteva sapere che vi dispiaceva tanto. Perciò se volete seguitare ad amarmi, io vi prometto di fare sempre quello che voi mi dicete. E poi vi avete trovato un’altra sposa comme mi diceste l’altra volta, allora io pazienza faccio la Madonna del Carmine e io mi farò sempre in pianto. Vi mando quattro fazzoletti che tenete per mia memoria, altri sei ve lo manderò in appresso. In tanto vi dico se voi non mi amate più, io me ne andrò da Atessa e non mi vedrete più. Non vi dico la vostra amante ma vostra serva Maria Suriani.


fonte:http://antonello2.tripod.com/storia/brigantesse.htm