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domenica 23 giugno 2013

Spartacus e i Bruzi

by Salvatore Piccoli

Discendenti degli antichi popoli Enotri sfuggiti alle razzie dei Lucani che li chiamarono Brettii, cioè schiavi fuggitivi ribelli, ma oramai chiamati dai romani  Bruzi, si erano stabilmente insediati nel vasto territorio Teurinense compreso tra i fiumi Sabutum, Lamatum e Crotalus. 

Teura era il loro centro più importante e la montagna la loro patria.

 Dopo cent’anni dalle ordinanze consolari romane sui baccanali, avevano organizzato commerci diffusi anche con i greci della costa e spesso vendevano i loro prodotti anche ai Romani, battevano monete regolarmente e possedevano scuole dove donne educavano i bambini. 
Avevano organizzato una importante comunità fatta di reticoli abitativi comunicanti tra loro che permise di sopravvivere e conservare molte loro usanze anche dopo le guerre pirriche e puniche che i potenti romani avevano vinto instaurando un dominio che pareva non dovesse mai barcollare. La loro tenace resistenza alla sottomissione era motivo di continue incursioni romane , ma destinate all’insuccesso per via della selvaggia e inestricabile foresta che li proteggeva.

I Romani, però,  da sempre avevano assaporato delusioni cocenti per potere stanare definitivamente i Bruzi dai loro covi, chiamandoli homini mali, latrones,  Brigantes come i popoli dell’Ibernia che nemmeno  Cesare era  riuscito a soggiogare: popoli incapaci alla sottomissione!

 L’antica propensione ad esplorare luoghi impervi e difficilmente raggiungibili aveva spinto alcuni gruppi bruzi a inerpicarsi lungo gli argini del fiume Crotalus, così chiamato per l’irruenza delle sue acque, posto nell’angustissima valle a est della grande montagna dove di regola vivevano.La loro disposizione a spargersi in estensioni territoriali vaste era dettata da motivi di  sopravvivenza.

Uno dei capi , di nome Shorot, assieme alla sua tribù costituita dai sette figli, dalla moglie, dal vecchio padre Karob, da alcune donne e da altri appartenenti alla sua stirpe , risalì il tambureggiante fiume spingendosi verso nord fino a  immergersi in boschi  intricati e fitti per un’erta che pareva non finisse mai fino all’altopiano e subito dopo digradante su una dolce pianura tratteggiata solo radamente da alberi; una sorta di oasi celata tra le foreste che apparve come un segno di un qualche dio particolarmente generoso. Shorot, capo tribù, volle piantare in quel luogo il suo accampamento per una esplorazione appropriata delle terre. La sua sorpresa fu grande quando si accorse che a valle, una valle sinuosa, scorreva un delicato fiumiciattolo che si srotolava senza rumore. Sentì che quello era il luogo che il dio gli aveva assegnato perché lì vivesse con la sua tribù.

Ma non fecero in tempo a  sistemarsi che il vecchio genitore morì. 
Cosi chiamarono quel luogo Karoboli.

Si era sparsa notizia che uno schiavo trace fatto dai romani  gladiatore, di nome Spartacus, era fuggito e  stava da tempo ribellandosi energicamente a Roma.Egli, dopo aver saccheggiato alcuni carri romani che trasportavano armi ad altri gladiatori, aveva costituito un forte esercito fatto di schiavi pronti al sacrificio pur di riavere la propria libertà. Spartacus apparteneva in origine ad una tribù nomade, era dotato di grande intelligenza e di un’educazione quasi ellenica.Tante erano state le battaglie e Spartacus aveva intrapreso la via del Bruzio per raggiungere l’isola di Sicilia per ravvivare le rivolte servili. Così le tribù bruzie si stavano organizzando per accoglierlo e seguirlo.

Dopo le sonore sconfitte inferte ai Romani  nel Piceno, nell’autunno del 72 Spartaco e il suo esercito composto da schiavi Galli, Celti e Balcanici, giunse nella Silua.

A Turi  barattò i bottini vinti con ferro e rame per fare armi.

Shorot raggruppò uomini di ogni età e di varie tribù e parti verso le grandi foreste. Lunga marcia al freddo e alle intemperie ma con il cuore caldo di pensieri di rivincite contro i fortissimi romani.

Sulle rive del Targines, tra faggi millenari che incorniciavano le umide radure fluviali , sparsi come funghi migliaia di schiavi attendevano ordini. Spartaco era lì, in mezzo  a loro. Shorot e i suoi uomini s’avvicinarono a  lui offrendo le loro armi e i loro corpi alla causa della libertà.  Pelli d’orso coprivano gli uomini reduci da interminabili cammini e violente battaglie, partiti dalla Gallia. Spartaco portava addosso le vesti di gladiatore, incurante del freddo.

Si marciò quindi verso Sud, verso la Trinacria!

Giunto Spartaco con il suo esercito in prossimità dello stretto di Scilla, contattò i pirati cilici per la traversata: questi però lo ingannarono e non potè attraversare quella lingua di mare: fu costretto a risalire.

Gli astuti romani, intanto, avevano deciso di concentrare nel Bruzio le loro agguerrite legioni poichè temevano quel che poteva accadere se Spartaco avesse potuto consolidare una vera alleanza con quei popoli testardi e insensibili ad ogni oppressione: i Bruzi.  Questi erano stati già alleati di Pirro e Annibale, avrebbero certamente aiutato  anche Spartaco e ne avrebbero fatto un brigante come loro: imprendibile!

Per questo mandarono il pretorehttp://parolesemplici.wordpress.com/2011/06/08/spartacus-e-i-bruzi-posted-by-salvatore-piccoli/ il migliore stratega militare romano del tempo, con ben otto legioni, per fermarlo.

Le avanguardie servili, composte per lo più da elementi bruzi, che ben conoscevano quegli aspri territori, informarono Spartaco della presenza romana nei pressi di Hypponion. Le legioni di Crasso, in effetti si erano sistemate e presidiavano in maniera capillare, nella parte più stretta del bruzio, tutto il territorio da una costa all’altra per impedire il passaggio ai rivoltosi con una diga umana di soldati armati fino ai denti sistemata lungo l’istmo tra Scillunte e Hypponion.

Crasso era memore della costruzione di un muro fatta tre secoli prima da Dionisio Primo per difendere Locri dai Lucani e nello stesso luogo scavò un vallo profondo venticinque piedi, lungo trecento stadi da costa a costa e vi eresse a cornice un muro molto alto e robusto.

 Ma gli armati schiavi, spregiudicati e temerari, non avevano grossi timori e tentarono di forzare le linee romane. Vennero respinti più di una volta. Poi, con il freddo pungente che avanzava e le nevi copiose che cadevano, sfondate le selve, Spartaco ordinò di ricoprire il fosso con terra e sterpi: così a capo do un manipolo  dei suoi ribelli oltrepassò l’ostacolo. Ci si diresse verso Petelia ove si pensava di potersi imbarcare per l’Epiro:  mentre dal cielo cadeva grandine dura. Impossibilitato però a prendere il mare, venne inseguito e chiuso in un angolo da Crasso.
 Costui, però sempre timoroso, non riuscendo a  dare il colpo finale e perdendo continuamente uomini in agguati guerriglieri, chiese aiuto al senato di Roma. Il governo romano richiamò Licinio Lucullo dalla Macedonia che sbarcò immediatamente a Brindisi, mentre il governo di Roma interessò addirittura  Pompeo che si trovava con le truppe in Spagna.

 Spartaco comunque impossibilitato a imbarcarsi cambiò  progetto decidendo di dirigersi nuovamente verso l’Apulia via terra.

Ma Shorot , che gli era divenuto amico e confidente gli disse che oramai l’immensa macchina da guerra romana lo avrebbe stritolato.

Mai cadrò nelle mani dell’odiato romano, meglio morto!

 Pensò Spartaco.

 Shorot lo convinse così a far partire il suo esercito senza di lui. Stanco oramai e voglioso di libertà o di morte, pensò che in quella maniera avrebbe donato  agli astuti romani un’ultima beffa!

Nei pressi del fiume Sele l’esercito dei disperati venne definitivamente sconfitto, ma il corpo di Spartaco non fu mai trovato! Spartaco non era mai partito dal Bruzio anzi era rimasto celato nelle foreste. 

Tornò con Shorot a Carroboli.

 Alla fine della guerra i Romani condussero una spietata caccia ai bruzi, colpevoli di sempiterna ribellione.   Molti vennero decapitati, molte tribù smembrate con una deportazione coatta. Shorot e altri capi tribù vennero caricati su carri dentro gabbie di legno come gli schiavi orientali e portati in una terra lontana.

La terra che li accolse era però molto simile al Bruzio: aspre montagne e fiumi scroscianti, terre selvagge e ricche di boschi.

Gli abitatori di quella terra chiesero a  Shorot da dove venissero così brutali e disperati, e Shorot rispondeva in lingua latina per farsi comprendere: …a bruzio…

Cosi da allora quella terra fu chiamata Abruzzo.

Shorot e gli altri vennero sistemati ai piedi di una collina in zona non distante dal mare per scuoterne le usanze rurali e fiaccarne l’identità montanara.

Si trattava di un luogo segnato da remoti insediamenti protostorici e quindi già antropizzati in cui apparivano tracce antiche di vita umana ma oramai deserte.  

Shorot e gli altri s’accamparono e cercarono di edificare abitazioni.
 Poi  chiamarono Corropoli, a ricordo della loro perduta patria, quel luogo e vi rimasero per sempre.

Spartaco, non riconosciuto dai romani, sopravvisse nelle terre bruzie per molti anni ancora in libertà. Sposò una figlia di Shorot che era rimasta in patria ed ebbe due figli che coltivarono le idee di libertà e fierezza in quella terra.

Morì molti anni dopo supino all’ombra di un albero rigoglioso sulle rive del fiume Crotalus guardando il cielo e i corvi che volavano liberi!

fonte: http://parolesemplici.wordpress.com/2011/06/08/spartacus-e-i-bruzi-posted-by-salvatore-piccoli/

sabato 23 marzo 2013

Brigantesse in Abruzzo



Le temibili Signore della macchia.




Tra i briganti ci fu posto anche per le donne: alcune erano madri, mogli o amanti di briganti, ma molte altre erano brigantesse

La fama dei briganti ancora oggi caratterizza, nell’immaginario collettivo, i territori montuosi ed impervi dell’Abruzzo, per secoli ideale nascondiglio delle bande dei fuorilegge. Ma non a tutti è noto che il brigantaggio post unitario conta la presenza di un cospicuo numero di donne. Molte furono semplicemente madri, mogli o amanti dei briganti, ma tante furono vere e proprie brigantesse. I documenti del tempo narrano le vicende, o più spesso l’epilogo delle vicende di figure come Angela Maria, madre del brigante Sottocarrao di Thurimparte che nel 1864 fu arrestata con l’ imputazione di "manutengoismo" per avere somministrato viveri ed altro al brigantaggio.

Si perché loro spesso vivendo nei paesi e facevano da tramite per i loro coniugi costretti a nascondersi tra le montagne. Appartenevano ad un ceto sociale delle plebi rurali, donne molto innamorate dei propri uomini, pronte a rinunciare ad una vita tranquilla, pur di seguire o di agevolare il loro compagno. Erano consapevoli di non avere scampo, eppure di fronte ad azioni pericolose non si tiravano mai in dietro.

Erano le confidenti più sicure, le messaggeri più fidate
.

Indossavano spesso abiti maschili, per entrare in un nuovo ruolo, un ruolo tutto maschile che però non le privava della loro femminilità.
Nascondevano i lunghi capelli sotto il cappello a falda larga ed indossavano anche orecchini d’oro.

La maggior parte delle volte capitava che, solo dopo averle catturate, ci si accorgeva del loro sesso e allora si adottava il criterio di commutare l’ergastolo in 15 anni di lavori forzati: fu il caso di Maria Capitanio, Gioconda Marini e Chiara Nardi. Spesso ebbero anche ruoli di primo piano, combattendo o comandando piccoli nuclei briganteschi: fu il caso della bella Michelina De Cesare che fu alla guida di un drappello del brigante Francesco Guerra di cui era l’amante pronte a combattere contro l’esercito piemontese che imperversava nell’Abruzzo e nel Lazio.

Le loro tracce sulle montagne dell’Abruzzo si sono ormai perse, sebbene la loro memoria continui a vivere nei documenti e nelle foto conservate presso gli archivi della regione o ancora di più nei racconti e nelle vecchie storie di briganti e brigantesse.


Lettera della brigantessa Maria Suriani al compagno

Mio caro Domenico, questa cosa che mi avete scritte mi avete fatto mettere a piangere mentre io non voleva andarci a San Nicola, ma la famiglia e i parenti m’anno voluto portarci per forza e mi dicevano se non adempiva al voto mi succedevano discrazie. Ecco vedete che cosa dovevo fare io e non poteva sapere che vi dispiaceva tanto. Perciò se volete seguitare ad amarmi, io vi prometto di fare sempre quello che voi mi dicete. E poi vi avete trovato un’altra sposa comme mi diceste l’altra volta, allora io pazienza faccio la Madonna del Carmine e io mi farò sempre in pianto. Vi mando quattro fazzoletti che tenete per mia memoria, altri sei ve lo manderò in appresso. In tanto vi dico se voi non mi amate più, io me ne andrò da Atessa e non mi vedrete più. Non vi dico la vostra amante ma vostra serva Maria Suriani.


fonte:http://antonello2.tripod.com/storia/brigantesse.htm

BRIGANTAGGIO A FARA SAN MARTINO (Chieti)


(In particolare, all'imbocco della gola di Santo Spirito, detto anche di San Martino) I BRIGANTI La presenza di briganti che scorrazzavano per il territorio abruzzese e che potevano facilmente trovare riparo e rifugio tra le montagne non facilmente accessibili, è stato un fenomeno presente e che viene ricordato fin dai tempi più remoti ed in special modo durante il periodo della dominazione spagnola nel XVI e XVII secolo. I cambiamenti di regime o di dominatori contribuivano ad aumentare temporaneamente il numero di coloro che si davano alla macchia e contribuivano ad accrescere gli atti delinquenziali e a diminuire lo stato di sicurezza di coloro, spesso commercianti, si spostavano sul territorio senza una sicura scorta. Un brigantaggio politico ebbe ulteriore motivo di essere tra il 1798 ed il 1799 con la proclamazione della Repubblica Partenopea dopo e i sovrani borbonici erano fuggiti in Sicilia. Un altro rigurgito si ebbe tra il 1809 ed il 1810, durante il regno di Gioacchino Murat. Quando il Murat salì al trono, tutto il Regno si può dire infestato dai briganti: ogni contadino insofferente della miseria, come ogni ribaldo desideroso di conquistare la fortuna si davano alla campagna (F.S. Nitti). Il territorio di Fara, in prevalenza montuoso, si prestava a nascondere bande di malviventi e di persone che si erano date alla macchia. Nel linguaggio popolare l'appellativo di brigante è rimasto, con la prevalente indicazione di malvivente dedito a reati contro la popolazione. IL BRIGANTAGGIO Con l'avvento dell'Unità d'Italia nel 1861 il fenomeno ebbe una ulteriore recrudescenza ed interessò pesantemente la realtà politica ed economica di Fara San Martino. Il paese nel 1861 contava 2937 abitanti e nel plebiscito a favore dell'avvento del nuovo regno tutti gli aventi diritto si espressero in modo favorevole al Regno di Savoia. Fara si trovava in un momento estremamente favorevole che vedeva lo sviluppo dell'attività laniera con i commerci aperti verso la vecchia capitale Napoli. Il confronto con le attività laniere e tessili delle industrie del nord vide l'inizio di una inversione di tendenza e la lenta decadenza di tali attività. Nei vent'anni successivi la popolazione ebbe una diminuzione di quasi trecento unità. Tornando al problema del brigantaggio sappiamo che sul territorio farese si abbatterono due diverse bande che a volte agivano unite. La banda capitanata da Domenico Di Sciascio di Guardiagrele e la banda capitanata da Domenico Valerio di Casoli, più conosciuto con il nome di Cannone. Di questi specialmente il Cannone si distinse per la efferatezza delle sue azioni e per la ferocia con la quale portava a compimento i suoi crimini. I furti, i taglieggiamenti, le rapine ed i sequestri di persona erano le attività prevalenti di queste bande di briganti. In alcuni casi si ebbero anche delle connivenza tra alcuni faresi e queste bande, ma la loro partecipazione risultò sempre marginale nei confronti delle azioni criminose di queste bande di briganti. A Fara viene di solito ricordato un episodio di quel periodo, cioè il rapimento di un industriale laniero da parte della banda del Di Sciascio (Il Monastero di San Martino in Valle) UN EPISODIO DI BRIGANTAGGIO Giovanni Di Cecco era un industriale di pannilana e tessuti di Fara e per i suoi commerci si recava spesso verso Napoli per effettuare le consegne presso i suoi clienti. In uno di questi viaggi nel giugno del 1864 fu catturato probabilmente verso la montagna nei pressi di Palena. Oltre ad essere rapinato del suo bagaglio, i briganti lo tennero prigioniero e chiesero alla famiglia il pagamento di un riscatto. Le trattative vennero intavolate con la famiglia ed il Di Cecco fu spostato, assieme ai suoi carcerieri, sulle montagne di Fara. Non si sa di preciso come avvenne, ma una notte Giovanni Di Cecco riuscì ad eludere la sorveglianza dei suoi carcerieri (qualcuno riferisce che si servì della complicità di qualche brigante, ma sarebbe da escutere vista la ferocia di cui erano capaci i loro capi) e di corsa scese giù dalla montagna lungo i ghiaioni che arrivano fin giù alla Valle di San Martino. Scoperta la sua fuga i briganti lo rincorsero, ma non riuscirono a raggiungerlo. Durante la folle discesa il Di Cecco pregò la Madonna e promise che se avesse avuto salva la vita, avrebbe, per voto, ricostruito l'antica chiesa della Madonna dell'Uliveto i cui ruderi si trovavano tra le sorgenti del fiume Verde e le gole di San Martino. Arrivò sano e salvo in paese e mantenne fede al suo voto. Oggi infatti sul versante di destra, andando verso le gole di San Martino, è possibile scorgere una piccola cappella chiamata della Madonna dell'Uliveto che conserva un'antica tela della Madonna stessa. Sulla piccola facciata, in una piccola edicola sulla sinistra, si può leggere questa dedica scritta in un italiano abbastanza impreciso: Tu che passi in questa via, ferma il pie, lodi Maria a D(ivozione) di Giovanno Di Cecco del fu Stefano, per essere liberato da questa Vergine immane dei malviventi su la cima di questa montagna. A(nno) D(omini) 31 giugno 1864 (ricordiamo che giugno anche nel 1864 aveva 30 giorni). I due documenti che seguono, consistenti in due messaggi inviati dal Comune di Fara San Martino al Prefetto di Chieti, danno l'idea di come le istituzioni di Fara fossero impegnate nel debellare il fenomeno del brigantaggio e di quanta forza fosse richiesta per arginare il fenomeno. L'allora Sindaco Vincenzo Gentile, oltre a farsi promotore di iniziative per chiedere maggiori forze e suggerire le strategie più adatte, si rende disponibile a trovare persone da infiltrare tra i briganti, Luigi Tafani, e la disponibilità di persone che si sono rese colpevoli di collusione con i briganti e desiderano tirarsi fuori, come Pietro Di Maio. ---------------------------- Municipio e Guardia Nazionale Fara S. Martino, 20 Maggio 1865 Al Sig. Prefetto di Chieti Ventitre briganti ieri sera si videro accampati nella montagna di questo Comune e propriamente sotto il piano della Casa. Nel mentre abbiamo preso dei provvedimenti affinché dal Comune non si rechi loro del vitto, facendo guardare tutt'i sbocchi che menano alla montagna da questa Guardia Nazionale, ci troviamo nella necessità di spedire alla S. V. il presente espresso, affinché trovandosi disponibile un centosettanta, oppure un centocinquanta uomini di forza regolare, dar loro l'assalto con qualche felice risultato, dividendo la forza in tre distaccamenti, uno cioè prendendo la via di Palombaro, l'altro la via di Lama, ed il terzo per questo Comune, e così stringere e chiudere i briganti da tre lati. Intanto una persona fidata è stata spedita novellamente nella montagna per guardare le mosse dei briganti, e tenerli di mira. Attendiamo le disposizioni di risulta, nella intelligenza che la forza non potrà essere minore di quella indicata, potendo però inviare una sessantina di uomini verso Palombaro, una sessantina verso Lama, e il numero minore qui, che verrà coadiuvato da questa Guardia Nazionale, ed occorrendo delle guide ai due distaccamenti, possiamo anche fornirle. Il Sindaco V. Gentile Il Capitano della Guardia Nazionale ------------------------------ Municipio di Fara San Martino 17 Ottobre 1865 Al Sig. Sotto Prefetto di Chieti Spero con certezza poter da qui a dieci giorni partecipare alla S. V. la lieta nuova della cattura di Domenico Sciascio, a presentazione di Pietro Di Maio il quale per la premura da me ricevuta, tanto per parte della moglie che per mezzo di Luigi Tafani fu Francesco, il quale unitamente al Di Maio prenderà parte attiva in questo affare, fingendo mischiarsi tra i briganti, porteranno vivo o morto il di Sciascio in dato sito per consegnarlo alla forza. Anticipazione alla S. V. che non si dica, che il Tavani fosse unito coi briganti al fine di delinquere. La riverisco con distinta stima Il Sindaco V. Gentile fonte:http://www.brigantaggio.net/brigantaggio/storia/altre/FaraSanmartino.htm

lunedì 24 ottobre 2011

La Brigantesse in Abruzzo










Le temibili Signore della macchia. Tra i briganti ci fu posto anche per le donne: alcune erano madri, mogli o amanti di briganti, ma molte altre erano brigantesse

La fama dei briganti ancora oggi caratterizza, nell’immaginario collettivo, i territori montuosi ed impervi dell’Abruzzo, per secoli ideale nascondiglio delle bande dei fuorilegge. Ma non a tutti è noto che il brigantaggio post unitario conta la presenza di un cospicuo numero di donne. Molte furono semplicemente madri, mogli o amanti dei briganti, ma tante furono vere e propri brigantesse.
 I documenti del tempo narrano le vicende, o più spesso l’epilogo delle vicende di figure come Angela Maria, madre del brigante Sottocarrao di Thurimparte che nel 1864 fu arrestata con l’ inputazione di “manutengoismo» per avere somministrato viveri ed altro al brigantaggio. Si perché loro spesso vivendo nei paesi e facevano da tramite per i loro coniugi costretti a nascondersi tra le montagne. Appartenevano ad un ceto sociale delle plebi rurali, donne molto innamorate dei propri uomini, pronte a rinunciare  ad una vita tranquilla, pur di seguire o di agevolare il loro compagno. Erano consapevoli di non avere scampo, eppure di fronte ad azioni pericolose non si tiravano mai in dietro. Erano le confidenti più sicure, le messaggeri più fidate.

 Indossavano spesso abiti maschili, per entrare in un nuovo ruolo, un ruolo tutto maschile che però non le privava della loro femminilità. Nascondevano i lunghi capelli sotto il cappello a falda larga ed indossavano anche orecchini d’oro. La maggior parte delle volte capitava che, solo dopo averle catturate, ci si accorgeva del loro sesso e allora si adottava il criterio di commutare l’ergastolo in 15 anni di lavori forzati: fu il caso di Maria Capitanio, Gioconda Marini e Chiara Nardi. Spesso ebbero anche ruoli di primo piano, combattendo o comandando piccoli nuclei briganteschi: fu il caso della bella Michelina De Cesare che fu alla guida di un drappello del brigante Francesco Guerra di cui era l’amante pronte a combattere contro l’esercito piemontese che imperversava nell’Abruzzo e nel Lazio. Le loro tracce sulle montagne dell’Abruzzo si sono ormai perse, sebbene la loro memoria continui a vivere nei documenti e nelle foto conservate presso gli archivi della regione o ancora di più nei racconti e nelle vecchie storie di briganti e brigantesse.  





lunedì 6 giugno 2011

Il brigantaggio in Abruzzo


"Uno studio del cosiddetto brigantaggio sviluppatosi nel Mezzogiorno al momento dell'unificazione risulta arduo non soltanto a causa della cortina di silenzio che la carità di patria volle stendere su di esso, ma anche perché uno studio del genere è costantemente esposto al pericolo di frammentarsi nell'analisi di un fenomeno complesso e confuso nelle sue manifestazioni, per alcuni versi ancora tanto oscuro, e che a prima vista sembra confermare la corrente convinzione che vi prevalga assolutamente l'elemento spontaneo, e quindi tutto sia frazionato, particolare, caotico".

Così scriveva nel 1964, nella sua Storia del brigantaggio dopo l'unità, Franco Molfese, riferendosi genericamente al meridione d'Italia. Ma le sue parole vanno bene anche per la nostra regione. I briganti nella storia d'Abruzzo: è il tema di questo quarto capitolo. Non si può certo dire che essi, i briganti, costituissero un ceto sociale a sé: e sembra strano, quindi, che li si presenti come una categoria ben definita, diversa da quelle, che abbiamo già trattato, dei contadini, dei pastori, dei pescatori o degli artigiani.

Briganti, infatti, potevano essere tutti: il povero bracciante, come il nobile e ribelle avventuriero; il pastore del tratturo, come l'artigiano intraprendente o squattrinato; il giovane scapestrato, come il frate devoto.

 
"Uomo si nasce, brigante si muore,
ma fino all'ultimo dobbiamo sparà;
e se moriamo, portateci un fiore,
e ‘na bestemmia pe' ‘sta libertà".
Tuttavia, essendo la storia dell'Abruzzo - specialmente dal Cinquecento all'Ottocento - costellata di episodi di banditismo o di ribellione sociale, favoriti sia dalle misere condizioni economiche di gran parte della popolazione, sia dalla struttura montuosa del terreno o dalla posizione di frontiera al confine con lo Stato Pontificio, è possibile immaginare anche questa "categoria sociale" come gruppo a sé, ben caratterizzato rispetto agli altri gruppi o al resto della popolazione.

 
LA "CULTURA" DEL BRIGANTE
 

E' vero che briganti non si nasce, ma si diventa ("Uomo si nasce, brigante si more", recita la canzone popolare citata in precedenza): e lo possono diventare tutti, ricchi e poveri, nobili e cafoni. Ma è anche vero che, allorquando si sia fatta quella scelta, di diventare cioè briganti, si debbano necessariamente assumere modi e consuetudini legati al proprio nuovo ruolo. Nasce, quindi, una "cultura" del brigante, per cui, alla fine, costui si distingue nettamente dal non-brigante.  I briganti non sono una classe sociale: ma costituiscono certamente un gruppo ben definito, con sue regole, suoi comportamenti specifici, suoi luoghi di aggregazione.

E' per questo che si è ritenuto opportuno, in questa sede, parlarne come di una specie di categoria a sé. E il primo segnale di riconoscimento, di distinzione, per un brigante, era il suo abbigliamento. Ecco come li descriveva Beniamino Costantini, autore, verso la fine dell'Ottocento, di un interessante volume sul brigantaggio negli Abruzzi: "I briganti dei nostri Abruzzi [...] studiavano ogni mezzo per incutere nel popolo maggior paura. Era loro abitudine di non tagliarsi mai né capelli né barba. Sopra il vestiario portavano una cinta di cuoio detta padroncina, entro cui si conservavano munizioni e denaro, e dove erano appesi pugnali, pistole, rivoltelle. Compivano il vestimento le così dette ciocie e un cappello a punta, ornato di piume di pavone o di cappone, di cornettini di coralli e di altri segni. Nell'inverno, si aggiungeva un ampio e pesante mantello di lana turchina o di color marrone. E spesso erano armati di ottimi fucili che, non di rado, venivan loro procurati dagli agenti borbonici del vicino Stato Romano".

D'altra parte, essere briganti significava anche obbedire ad un codice di comportamento che aveva le sue proprie regole, una specifica simbologia, precise finalità, i suoi "valori" (che, dopo il 1860, corrispondevano espressamente a quelli del legittimismo borbonico):

"Noi giuriamo dinanzi a Dio e dinanzi al mondo intiero di essere fedeli al nostro augustissimo e religiosissimo sovrano Francesco II (che Dio guardi sempre), e promettiamo di concorrere con tutta la nostra anima e con tutte le nostre forze al suo ritorno nel Regno; di obbedire ciecamente a tutti i suoi ordini, a tutti i comandi che verranno sia direttamente, sia per i suoi delegati dal Comitato Centrale residente a Roma. Noi giuriamo di conservare il segreto, affinché la giusta causa voluta da Dio, che è il regolatore de' Sovrani, trionfi col ritorno di Francesco II, re per la grazia di Dio, difensore della religione, e figlio affezionatissimo del nostro Santo Padre Pio IV. Noi promettiamo anche, coll'aiuto di Dio, di rivendicare tutti i diritti della Santa Sede e di abbattere il lucifero infernale, Vittorio Emanuele, e i suoi complici. Noi lo promettiamo e lo giuriamo!".

Questo appena letto è il testo del giuramento (tratto dal volume di Marco Monnier, Notizie storiche documentate sul brigantaggio, edito a Firenze nel 1862), che i briganti del periodo post-unitario pronunciavano prima di partire per le loro spedizioni anti-piemontesi. E' anch'esso, in fondo, un segnale delle contraddizioni presenti nella figura e nel ruolo del brigante, la cui vita era uno strano miscuglio di violenza e di pietà, di odio spietato e di religiosità profonda. E' ancora Beniamino Costantini a ricordare come i briganti abruzzesi portassero spesso, con sé, amuleti e immagini di Madonne e altri Santi protettori: e su tali immagini, poi, venivano scritte le più strane preghiere.

 
IL BRIGANTAGGIO PRE-UNITARIO
 

Ma il brigantaggio, in Abruzzo e nel meridione, non fu soltanto quello filo-borbonico e antipiemontese. Da sempre, invece, la letteratura narrativa e cronachistica sull'Abruzzo ha calcato l'accento su una permanente fisionomia brigantesca di questa regione, come se essa fosse costitutiva, quasi naturale, nella geografia antropica abruzzese. Già verso la fine del Quattrocento, un anonimo visitatore (che qualcuno ha creduto di identificare in Leonardo da Vinci), in occasione di un suo viaggio verso l'interno dell'Abruzzo, così raccontava: "Negli Abruzzi vi sono molti briganti, i quali per rubare le mercanzie uccidono coloro che fanno i mercanti". E, accomunando l'Abruzzo al resto del meridione, lo stesso viaggiatore così spiegava il fenomeno:

"Gli Abruzzi si trovano nel Regno di Napoli dove vi sono molti briganti, perché nel Regno di Napoli vi sono molte persone che non hanno nulla da mangiare".
Sintomatici sono i versi di una canzone popolare, cantata dal complesso Musicanova e intitolata Quanno sona la campana (qui ne diamo una libera trascrizione in italiano):

"E poi viene il re Normanno
che ci fa danno,
e poi viene l'Angioino che ci rovina,
e poi viene l'Aragonese, oh che sorpresa,
e poi viene il re Spagnolo che mariolo,
e poi viene il re Borbone che non è buono,
e poi viene il Piemontese che ci vuol bene:
che possa essere cecato chi non ci crede,
che possa morì' ammazzato
chi non ci crede".

Quindi, già dal XV secolo, la ragione fondamentale dell'esistenza del brigantaggio abruzzese (e meridionale in genere) veniva individuata nelle condizioni economiche, politiche e sociali di queste popolazioni. E' un'interpretazione, che farà molta fortuna in seguito, anche quando si parlerà quasi esclusivamente del brigantaggio borbonico, più vicino a noi nel tempo e politicamente meglio caratterizzato rispetto a quello quattro-seicentesco. Uno studioso abruzzese della fine dell'Ottocento, Enrico Casti, così spiegava la genesi del brigantaggio aquilano in epoca spagnola: "Le genti del contado, strappate alla materna giurisdizione della città e oppresse dal duro giogo de' nuovi feudatari, cominciarono a formare terribili comitive di banditi, che rendevano pericolosi i passi delle montagne: e i governanti, per dar la caccia a quei banditi, costrinsero i Signori del Magistrato ad imporre una nuova tassetta e riassoldare i veterani spagnoli, non meno feroci e non più sicuri de' predoni di strada".

Un banditismo endemico, dunque, le cui tracce permangono anche nei secoli successivi, tanto che un altro viaggiatore straniero, questa volta della seconda metà del Settecento, il barone Carlo Ulisse de Salis Marschlins, così annotava nel suo diario di viaggio:

"Durante il mio viaggio in Abruzzo mai, fortunatamente, ebbi la sventura di essere assalito dai briganti; però i numerosi segni posti a memoria di coloro che erano stati martirizzati o afforcati sul posto, mi provarono l'esistenza del pericolo, e le barbarie che erano state commesse dagli assassini".
E quasi un secolo dopo, il Gregorovius, parlando della provincia dell'Aquila scriveva così: "Questa solitaria contrada, dopo la Calabria, è la più frequentata dai briganti. Fino al 1860 ne era abbondantemente infestata, e ancora se ne incontrano nei dintorni di Sulmona".

 
LE "RAGIONI" DEL BRIGANTAGGIO
 

Ben presto, dunque, il brigantaggio abruzzese - pur nella varietà delle sue manifestazioni - viene considerato da gran parte della storiografia come la naturale reazione delle povere popolazioni della campagna e della montagna a condizioni di vita disumane e miserevoli. Tale interpretazione è stata alla base di un lungo e interessante programma radiofonico, La luna aggira il mondo e voi dormite, realizzato dalla RAI nel corso del 1979:

"Al fondo della ribellione c'è il problema della terra. Il contadino si organizzò la rivolta. All'inizio fu come un gioco d'infanzia: a nascondino, dietro le masserie, nelle mangiatoie e nei pagliai, coi compagni del villaggio. Dalle scarpate arrivavano gli altri: calzolai, fabbri, e persino qualche studente e qualche prete. Si costruirono armi come giocattoli, alla buona, facendo la punta ai forconi e le lame alle falci. Le donne si perfezionarono nell'arte della vivandiera, dell'amore degli uomini e dell'amore per la causa. Qualcuna, sparse le trecce morbide, confezionò munizioni e propositi di battaglia. Quando il gioco cominciò a diventare pericoloso, tutti si nascosero nei boschi: l'ombra del regno vegetale ne falsò le dimensioni e alimentò le paure, come se le radici nascondessero la città militare immaginata da Verne. La legge trovò loro un nome feroce: li chiamò briganti, per darsi coraggio e per intimidire quanti, anche senza volerlo, avessero udito il richiamo di Robin Hood".

Ed ecco quel che esprime un'altra canzone popolare, cantata dal lucano Pietro Basentini, riassuntiva - in maniera elementare - delle ragioni più profonde e più istintive delle scelte di vita dei briganti anti-piemontesi nel meridione:

"Gli avevano promesso la terra
e invece gli fecero guerra;
gli hanno ucciso moglie e figli
come se fossero conigli.
E per completare la festa,
gli tagliarono pure la testa.
E' per questa ragione
che rivolevano il re Borbone".


 
LA FIGURA DEL BRIGANTE
 

I capi-briganti, e non solo quelli dell'Ottocento, venivano spesso immaginati e descritti come uomini crudeli, ma dignitosi e quasi eroici, amanti più della giustizia che della rapina; e, talvolta, anche signorilmente originali e galanti in taluni loro comportamenti. Marco Sciarra, bandito cinquecentesco, soprannominato "il re della campagna", sapeva essere feroce con i nemici, ma raffinato con le donne e generoso con coloro che mostravano coraggio. Così ha scritto di lui lo storico teramano Niccola Palma nella sua Storia della città di Teramo: "Credesi ch'egli avesse sempre rispettato e, per quanto poté, fatto rispettare da' suoi l'onor delle donne: ch'essendo venuto in chiaro di alcune licenze de' compagni su tale materia, li convocasse, e così gli sgridasse: Figliuoli, siamo di già perduti, in breve saremo disfatti. E che incontrandosi nelle vicinanze di Ripattone con una sposa, la quale andava la prima volta a casa del marito, smontò da cavallo, volle ballare assai modestamente con essa e colle altre donne di accompagno: regalandola poscia del suo, e di una questua che col cappello in mano le procurò dagli altri banditi".Questo alone di leggenda, che abbiamo visto circondare la figura di Marco Sciarra, avvolge anche altre figure più recenti di briganti: da Giulio Pezzola a Fra Diavolo fino al famigerato Luigi Alonzi, soprannominato Chiavone:

"Partìa da Roma a Napoli
questo feroce nato,
che nel libro dell'anime
Chiavòn venìa chiamato.
E di sue imprese ignobili
diede feroce un saggio,
quando diéssi a percorrere
l'infame brigantaggio.
Sicché da ognun detèstasi
il perfido Chiavone,
che fu brigante celebre
nei fasti del Borbone".
Dunque, un "feroce nato", un uomo dalle "imprese ignobili", detestato da tutti, eppur "brigante celebre nei fasti del Borbone": così ce lo presentavano le filastrocche recitate tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento dai cantastorie popolari, allora frequenti in tutte le contrade abruzzesi.


 
UN "GIUDIZIO" SUL BRIGANTAGGIO ABRUZZESE
 

Abbiamo ricordato tre briganti celebri: Giulio Pezzola, del Seicento; Fra Diavolo, vissuto tra la fine del Settecento e gli inizi dell'Ottocento; Chiavone, operante dopo l'unità d'Italia. Il primo, il Pezzola, visse e combatté in Abruzzo in favore del potere spagnolo, ai tempi della rivolta napoletana di Masaniello: ed è ricordato ancor oggi - secondo una certa tradizione popolare - come "il fantasma del convento", l'amico dei frati e... delle belle donne. Fra Diavolo, l'inafferrabile capo-massa di Fondi, il cui vero nome era Michele Pezza duca di Cassano, agì nel periodo delle due occupazioni francesi del meridione in Terra di Lavoro e nella Val Roveto in Abruzzo. Infine, il terribile Chiavone fu famoso per i suoi assalti improvvisi e i suoi folli amori lungo tutta la zona di confine tra l'Abruzzo e lo Stato Pontificio.

Quale giudizio possiamo dare, oggi, di questo brigantaggio abruzzese dal Cinquecento all'Ottocento? Di contro all'interpretazione tradizionale, quella cioè del brigantaggio come "attacco in massa alla ricchezza privata" e "prosecuzione ed estensione anarchica della lotta contro la rendita" (che è la tesi sostenuta da Rosario Villari), l'aquilano Raffaele Colapietra propone una diversa ipotesi:
"L'interpretazione del Villari, della quale sono evidenti le connessioni più o meno arbitrarie con espressioni rivoluzionarie contadine abissalmente diverse nel tempo e nello spazio da quella abruzzese cinquecentesca, è stata sottoposta a critica radicale tanto per quanto concerne i criteri metodologici generali, quanto nello specifico ambito regionale, che qui più propriamente ci concerne".

Secondo Colapietra, dunque, il brigantaggio di prima del Cinquecento sarebbe stato "essenzialmente aristocratico e altoborghese, d'ispirazione esclusivamente politica"; quello dal Cinquecento in poi, un miscuglio tra rivendicazioni di carattere economico e sociale dei ceti umili e "particolarismo anarchico feudale", con la complicità "del clero regolare dei conventi rurali"; quello del 1799 e 1806 (contro l'invasione francese del Mezzogiorno) "di ispirazione tradizionalista armentaria e aristocratica"; e, infine, quello dal 1860 in poi, un compromesso tra politica legittimistica borbonica ed esigenze sociali contadine:

"L'Abruzzo è naturalmente la regione in cui le due componenti principali del brigantaggio, la politica legittimistica borbonica e la sociale contadina autonoma, si intersecano più strettamente, almeno all'indomani dell'unità. La vicinanza di Roma e di Gaeta, il gran numero di sbandati specie dopo la battaglia del Macerone, le tradizioni del fuoruscitismo e del contrabbando attraverso la frontiera pontificia, tutto cospirava a ribadire legami considerevoli con Francesco II, il quale, non si dimentichi, si era personalmente indirizzato agli Abruzzi alla fine del 1860 in termini arieggianti quelli [...] del bisnonno Ferdinando". Come si vede, dunque, con Colapietra si ribalta la visione tradizionale del brigantaggio abruzzese, che non è più soltanto "una forma di protesta estrema che nasceva dalla miseria" (come aveva scritto Franco Molfese), ma diventa un fenomeno di gran lunga più articolato e complesso, che va al di là di una pura e semplice divisione in classi o di una troppo schematica contrapposizione tra ricchi e poveri.

Siamo sostanzialmente d'accordo con Raffaele Colapietra. Vorremmo aggiungere, però, un ulteriore spunto di riflessione: sarebbe molto interessante, ad esempio, studiare l'intreccio dei rapporti tra clero (non solo quello rurale) e contadini o le ragioni più profonde del contrasto tra la Chiesa locale e le nuove autorità politiche italiane, tra vecchia nobiltà terriera e nuova borghesia agraria e imprenditoriale, per poter comprendere le cause più vere e profonde dell'ultimo brigantaggio abruzzese. "La Curia vescovile di Teramo è composta da soggetti che sono notoriamente designati siccome avversari dell'attuale ordine di cose e come tali grandemente invisi agli uomini liberali senza distinzioni".

Sono, queste, le parole che il prefetto di Teramo, in data 7 gennaio 1864, indirizzava al Ministero dell'Interno, aggiungendo di essere contrario al ritorno del vescovo monsignor Michele Milella nella sua sede, perché "si potrebbe temere che Monsignor Vescovo possa servire di capo al Partito Borbonico, per promuovere la reazione e il brigantaggio". A queste notizie, che ricaviamo da uno studio di Nicola Petrone sul periodo post-unitario, si aggiungono quelle riguardanti le altre province abruzzesi, dove le autorità politiche si mostravano, se non ostili, certamente diffidenti nei confronti sia del basso clero, sia della stessa gerarchia ecclesiastica, di cui sospettavano i legami con i nostalgici e persino con i briganti.

 
L'ORGANIZZAZIONE DEL BRIGANTE
 

Ma torniamo al tema vero e proprio di questo capitolo: come nasceva, cioè, e come si organizzava il "brigante". "E a noi contadini ci chiamano briganti, noi lottiamo per il pane e per tirare avanti, ma non ci fermeranno né carcere né fame, la terra, l'acqua, il sole sapremo liberare".

Franco Molfese, nella sua Storia del brigantaggio dopo l'unità, così scrive a proposito del reclutamento dei briganti: "I componenti delle bande venivano, in generale, reclutati dai comitati borbonici e, in particolare, dal generale Statella, tra i braccianti abruzzesi che annualmente si recavano a lavorare nelle grandi tenute dell'Agro Romano. Questi miseri lavoratori venivano allettati col miraggio della paga e del bottino, oppure venivano spaventati con la minaccia di un rifiutato ingaggio per i lavori agricoli dell'anno successivo". Era, questa, una delle modalità di arruolamento dei briganti. Le bande, tutte dirette da un capo ("il più abile, il più energico, il più coraggioso, il più spietato"), erano guidate con ferrea disciplina. Le loro basi, poste sui monti e in mezzo ai boschi dell'Appennino abruzzese, erano costituite da "baraccamenti fatti con legno o con frasche", o semplicemente da grotte naturali. E il loro armamento era molto vario: fucili sottratti ai nemici, doppiette da caccia tipiche dei contadini: "I sistemi di segnalazione erano multiformi e adeguati all'ambiente rurale: le bande comunicavano tra loro con colonne di fumo durante il giorno, e con falò e lampade nella notte".

Insomma, tutto contribuiva a creare quell'alone di fascino e di leggenda attorno alla figura del brigante, fosse egli l'aristocratico bandito cinquecentesco, difensore dei deboli, nemico dei prepotenti e degli spagnoli; fosse anche il tenace reazionario borbonico, come lo sfortunato generale Borjes, fucilato a Tagliacozzo nel 1861, dopo un'avventurosa fuga dal sud lungo tutte le montagne dell'Appennino:

"De profundis, è morto Borjes,
il diavolo ora lo spella
anima e corpo, amen.
Dies irae, dies irae.
Disse,
quando in mezzo al petto ebbe un colpo:
viva l'Italia.
Dies irae, dies irae.
Voleva servire un re,
ma è morto da brigante,
onoratamente.
Dies irae, dies irae.
Coraggioso e uomo forte,
combatteva da morto,
salute a noi.
Dies irae, dies irae".

Altri episodi meriterebbero di essere segnalati: altri personaggi, altre avventure, altri momenti di questa storia a metà tra il vero documentato e il vero immaginario. Leggiamo la conclusione del racconto, riportato da Aldo De Jaco nella sua Cronaca inedita dell'unità d'Italia, concernente il tragico episodio di Scurcola, nella Marsica, dove il 19 gennaio 1861 si svolse uno dei combattimenti più sanguinosi fra le truppe piemontesi e le bande dei ribelli: "Il paese fu circondato: tutti gli insorti presi in un sol colpo, salvo quelli che non erano entrati per anco nel villaggio; questi furono dispersi ed uccisi. Nel combattimento fu presa una delle loro bandiere. Era un vecchio crocifisso in legno, al quale avevan legato con dello spago un pezzo di stoffa rossa, strappata da qualche parato di chiesa: l'asta era un bastone di tenda tolto ai soldati piemontesi. Fra i fucilati della Scurcola figuravano due preti, un monsignore e il curato di Montesabinese. A Poggio Filippo, villaggio vicino, è morto un disgraziato in seguito delle sue ferite. Spogliandolo, hanno scoperto che portava calze violette".

 
LA FINE
 

Il brigantaggio post-unitario rese quasi ingovernabili, per due o tre anni, numerose zone dell'Abruzzo. Soltanto dopo la legge Pica (un abruzzese anche lui!) del 1863 la situazione comincerà a normalizzarsi, pur continuando a permanere motivi di tensione, sia di carattere politico, sia di carattere sociale:
"Articolo uno. Fino al 31 dicembre, nelle province infestate dal brigantaggio, e che tali saranno dichiarate con decreto reale, i componenti comitiva o banda armata composta almeno di tre persone, la quale vada scorrendo le pubbliche strade o le campagne per commettere crimini o delitti, ed i loro complici, saranno giudicati dai Tribunali Militari. Articolo due. Colpevoli del reato di brigantaggio, i quali armata mano oppongono resistenza alla forza pubblica, saranno puniti con la fucilazione, o coi lavori forzati a vita concorrendovi circostanze attenuanti".
Ormai lo Stato italiano ha preso il sopravvento: con le fucilazioni di massa, con gli arresti indiscriminati, il brigantaggio pian piano verrà eliminato. E con le leggi del 1866-67 per la confisca dei beni ecclesiastici e la soppressione degli ordini religiosi, con i provvedimenti concernenti la trasformazione del Tavoliere di Puglia, con la conquista di Roma nel 1870, cambiano radicalmente le condizioni di vita, strutturali e culturali, di tutto l'Abruzzo e di tutto il meridione.

L'Abruzzo dei briganti è finito. 
Autore testo: 

Angelo Melchiorre

MELCHIORRE Angelo, nato a L'Aquila il 23.4.1935, residente in Avezzano (AQ)   -   e-mail:angelo.melchiorre@libero.it   
TITOLI ACCADEMICI:

-       diplomato presso il Liceo Classico "D.Cotugno" dell'Aquila (anno 1953)
-       laureato in lettere classiche (tesi in latino) presso l'Università di Genova
-       vincitore (1964 e 1966) di concorsi a cattedre per l'insegnamento; vincitore di
         concorso a preside (1990) nei Licei di Stato
ESPERIENZE LAVORATIVE:
-       docente di materie letterarie (italiano e storia) negli istituti di istruzione secondaria di II grado (Istituti Magistrali e Licei) dal 1958 al 1990 nelle province di Frosinone (Cassino), Imperia (Ventimiglia, Sanremo, Imperia...), L'Aquila (Avezzano)
-       comandato presso l'IRRSAE-Abruzzo per ricerca e sperimentazione
-       attività didattica nelle università di Roma (cattedra di filosofia morale, anni 1975-76) e di Chieti (cattedra di letteratura delle tradizioni popolari, anni 1989-90)
-       conduzione seminario universitario di studio su "Herder, Schiller, Nietzsche e il mito della Griechentum nel mondo tedesco dal Settecento all'Ottocento"
-       docente nei corsi organizzati dall'Istituto Superiore di Scienze Sociali dell'Aquila
-       preside nei Licei statali dal 1991 al 1999 (sedi di CLES; FERMO; AVEZZANO; L'AQUILA)
-       direttore di corsi di aggiornamento per docenti e dirigenti scolastici
-       commissario e presidente di commissione in concorsi a cattedre
-       attualmente in pensione (dopo 42 anni di servizio attivo)
 
COMPETENZE SPECIFICHE:
-       letteratura italiana, didattica della storia, antropologia culturale
-       realizzazione di ipertesti in power point concernenti gli aspetti salienti della storia mondiale (dall'antichità ai giorni nostri) e di altre discipline scolastiche: si tratta di "unità didattiche", utili ai fini dell'insegnamento-apprendimento nelle scuole medie inferiori e superiori
CONOSCENZA LINGUE STRANIERE:
-       tedesco, inlgese e spagnolo  (discreta conoscenza),
ESPERIENZE EXTRA-PROFESSIONALI:
-       autore di pubblicazioni in volume (ad es. Storia d'Abruzzo tra fatti e memoria, Penne 1988, pp.400; sul folklore marsicano; sulla storia della Marsica; ecc.) o di articoli su riviste specializzate (es.: su "Il Cannocchiale", bollettino della cattedra di filosofia morale dell'università "La Sapienza" di Roma), concernenti storia nazionale e regionale, antropologia culturale, folklore, religiosità popolare, ecc.
-       attività radiofonica e televisiva (per la RAI di Pescara, programmi culturali; per radio e televisioni locali, inserti culturali e musicali vari)
-       pluriennale esperienza giornalistica (collaboratore di "Il Globo", "Il Tempo", ecc.)
-       riordinatore e direttore dell'archivio storico della diocesi di Avezzano; ispettore archivistico onorario (con decreto del Ministro dei Beni Culturali)
-       relatore in corsi di aggiornamento per insegnanti sul tema "Didattica e computer"
-      docente nei corsi organizzati dall'Università della Terza Età