Visualizzazione post con etichetta Gabriella A. Rapposelli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gabriella A. Rapposelli. Mostra tutti i post

domenica 23 giugno 2013

Spartacus e i Bruzi

by Salvatore Piccoli

Discendenti degli antichi popoli Enotri sfuggiti alle razzie dei Lucani che li chiamarono Brettii, cioè schiavi fuggitivi ribelli, ma oramai chiamati dai romani  Bruzi, si erano stabilmente insediati nel vasto territorio Teurinense compreso tra i fiumi Sabutum, Lamatum e Crotalus. 

Teura era il loro centro più importante e la montagna la loro patria.

 Dopo cent’anni dalle ordinanze consolari romane sui baccanali, avevano organizzato commerci diffusi anche con i greci della costa e spesso vendevano i loro prodotti anche ai Romani, battevano monete regolarmente e possedevano scuole dove donne educavano i bambini. 
Avevano organizzato una importante comunità fatta di reticoli abitativi comunicanti tra loro che permise di sopravvivere e conservare molte loro usanze anche dopo le guerre pirriche e puniche che i potenti romani avevano vinto instaurando un dominio che pareva non dovesse mai barcollare. La loro tenace resistenza alla sottomissione era motivo di continue incursioni romane , ma destinate all’insuccesso per via della selvaggia e inestricabile foresta che li proteggeva.

I Romani, però,  da sempre avevano assaporato delusioni cocenti per potere stanare definitivamente i Bruzi dai loro covi, chiamandoli homini mali, latrones,  Brigantes come i popoli dell’Ibernia che nemmeno  Cesare era  riuscito a soggiogare: popoli incapaci alla sottomissione!

 L’antica propensione ad esplorare luoghi impervi e difficilmente raggiungibili aveva spinto alcuni gruppi bruzi a inerpicarsi lungo gli argini del fiume Crotalus, così chiamato per l’irruenza delle sue acque, posto nell’angustissima valle a est della grande montagna dove di regola vivevano.La loro disposizione a spargersi in estensioni territoriali vaste era dettata da motivi di  sopravvivenza.

Uno dei capi , di nome Shorot, assieme alla sua tribù costituita dai sette figli, dalla moglie, dal vecchio padre Karob, da alcune donne e da altri appartenenti alla sua stirpe , risalì il tambureggiante fiume spingendosi verso nord fino a  immergersi in boschi  intricati e fitti per un’erta che pareva non finisse mai fino all’altopiano e subito dopo digradante su una dolce pianura tratteggiata solo radamente da alberi; una sorta di oasi celata tra le foreste che apparve come un segno di un qualche dio particolarmente generoso. Shorot, capo tribù, volle piantare in quel luogo il suo accampamento per una esplorazione appropriata delle terre. La sua sorpresa fu grande quando si accorse che a valle, una valle sinuosa, scorreva un delicato fiumiciattolo che si srotolava senza rumore. Sentì che quello era il luogo che il dio gli aveva assegnato perché lì vivesse con la sua tribù.

Ma non fecero in tempo a  sistemarsi che il vecchio genitore morì. 
Cosi chiamarono quel luogo Karoboli.

Si era sparsa notizia che uno schiavo trace fatto dai romani  gladiatore, di nome Spartacus, era fuggito e  stava da tempo ribellandosi energicamente a Roma.Egli, dopo aver saccheggiato alcuni carri romani che trasportavano armi ad altri gladiatori, aveva costituito un forte esercito fatto di schiavi pronti al sacrificio pur di riavere la propria libertà. Spartacus apparteneva in origine ad una tribù nomade, era dotato di grande intelligenza e di un’educazione quasi ellenica.Tante erano state le battaglie e Spartacus aveva intrapreso la via del Bruzio per raggiungere l’isola di Sicilia per ravvivare le rivolte servili. Così le tribù bruzie si stavano organizzando per accoglierlo e seguirlo.

Dopo le sonore sconfitte inferte ai Romani  nel Piceno, nell’autunno del 72 Spartaco e il suo esercito composto da schiavi Galli, Celti e Balcanici, giunse nella Silua.

A Turi  barattò i bottini vinti con ferro e rame per fare armi.

Shorot raggruppò uomini di ogni età e di varie tribù e parti verso le grandi foreste. Lunga marcia al freddo e alle intemperie ma con il cuore caldo di pensieri di rivincite contro i fortissimi romani.

Sulle rive del Targines, tra faggi millenari che incorniciavano le umide radure fluviali , sparsi come funghi migliaia di schiavi attendevano ordini. Spartaco era lì, in mezzo  a loro. Shorot e i suoi uomini s’avvicinarono a  lui offrendo le loro armi e i loro corpi alla causa della libertà.  Pelli d’orso coprivano gli uomini reduci da interminabili cammini e violente battaglie, partiti dalla Gallia. Spartaco portava addosso le vesti di gladiatore, incurante del freddo.

Si marciò quindi verso Sud, verso la Trinacria!

Giunto Spartaco con il suo esercito in prossimità dello stretto di Scilla, contattò i pirati cilici per la traversata: questi però lo ingannarono e non potè attraversare quella lingua di mare: fu costretto a risalire.

Gli astuti romani, intanto, avevano deciso di concentrare nel Bruzio le loro agguerrite legioni poichè temevano quel che poteva accadere se Spartaco avesse potuto consolidare una vera alleanza con quei popoli testardi e insensibili ad ogni oppressione: i Bruzi.  Questi erano stati già alleati di Pirro e Annibale, avrebbero certamente aiutato  anche Spartaco e ne avrebbero fatto un brigante come loro: imprendibile!

Per questo mandarono il pretorehttp://parolesemplici.wordpress.com/2011/06/08/spartacus-e-i-bruzi-posted-by-salvatore-piccoli/ il migliore stratega militare romano del tempo, con ben otto legioni, per fermarlo.

Le avanguardie servili, composte per lo più da elementi bruzi, che ben conoscevano quegli aspri territori, informarono Spartaco della presenza romana nei pressi di Hypponion. Le legioni di Crasso, in effetti si erano sistemate e presidiavano in maniera capillare, nella parte più stretta del bruzio, tutto il territorio da una costa all’altra per impedire il passaggio ai rivoltosi con una diga umana di soldati armati fino ai denti sistemata lungo l’istmo tra Scillunte e Hypponion.

Crasso era memore della costruzione di un muro fatta tre secoli prima da Dionisio Primo per difendere Locri dai Lucani e nello stesso luogo scavò un vallo profondo venticinque piedi, lungo trecento stadi da costa a costa e vi eresse a cornice un muro molto alto e robusto.

 Ma gli armati schiavi, spregiudicati e temerari, non avevano grossi timori e tentarono di forzare le linee romane. Vennero respinti più di una volta. Poi, con il freddo pungente che avanzava e le nevi copiose che cadevano, sfondate le selve, Spartaco ordinò di ricoprire il fosso con terra e sterpi: così a capo do un manipolo  dei suoi ribelli oltrepassò l’ostacolo. Ci si diresse verso Petelia ove si pensava di potersi imbarcare per l’Epiro:  mentre dal cielo cadeva grandine dura. Impossibilitato però a prendere il mare, venne inseguito e chiuso in un angolo da Crasso.
 Costui, però sempre timoroso, non riuscendo a  dare il colpo finale e perdendo continuamente uomini in agguati guerriglieri, chiese aiuto al senato di Roma. Il governo romano richiamò Licinio Lucullo dalla Macedonia che sbarcò immediatamente a Brindisi, mentre il governo di Roma interessò addirittura  Pompeo che si trovava con le truppe in Spagna.

 Spartaco comunque impossibilitato a imbarcarsi cambiò  progetto decidendo di dirigersi nuovamente verso l’Apulia via terra.

Ma Shorot , che gli era divenuto amico e confidente gli disse che oramai l’immensa macchina da guerra romana lo avrebbe stritolato.

Mai cadrò nelle mani dell’odiato romano, meglio morto!

 Pensò Spartaco.

 Shorot lo convinse così a far partire il suo esercito senza di lui. Stanco oramai e voglioso di libertà o di morte, pensò che in quella maniera avrebbe donato  agli astuti romani un’ultima beffa!

Nei pressi del fiume Sele l’esercito dei disperati venne definitivamente sconfitto, ma il corpo di Spartaco non fu mai trovato! Spartaco non era mai partito dal Bruzio anzi era rimasto celato nelle foreste. 

Tornò con Shorot a Carroboli.

 Alla fine della guerra i Romani condussero una spietata caccia ai bruzi, colpevoli di sempiterna ribellione.   Molti vennero decapitati, molte tribù smembrate con una deportazione coatta. Shorot e altri capi tribù vennero caricati su carri dentro gabbie di legno come gli schiavi orientali e portati in una terra lontana.

La terra che li accolse era però molto simile al Bruzio: aspre montagne e fiumi scroscianti, terre selvagge e ricche di boschi.

Gli abitatori di quella terra chiesero a  Shorot da dove venissero così brutali e disperati, e Shorot rispondeva in lingua latina per farsi comprendere: …a bruzio…

Cosi da allora quella terra fu chiamata Abruzzo.

Shorot e gli altri vennero sistemati ai piedi di una collina in zona non distante dal mare per scuoterne le usanze rurali e fiaccarne l’identità montanara.

Si trattava di un luogo segnato da remoti insediamenti protostorici e quindi già antropizzati in cui apparivano tracce antiche di vita umana ma oramai deserte.  

Shorot e gli altri s’accamparono e cercarono di edificare abitazioni.
 Poi  chiamarono Corropoli, a ricordo della loro perduta patria, quel luogo e vi rimasero per sempre.

Spartaco, non riconosciuto dai romani, sopravvisse nelle terre bruzie per molti anni ancora in libertà. Sposò una figlia di Shorot che era rimasta in patria ed ebbe due figli che coltivarono le idee di libertà e fierezza in quella terra.

Morì molti anni dopo supino all’ombra di un albero rigoglioso sulle rive del fiume Crotalus guardando il cielo e i corvi che volavano liberi!

fonte: http://parolesemplici.wordpress.com/2011/06/08/spartacus-e-i-bruzi-posted-by-salvatore-piccoli/

venerdì 14 giugno 2013

Brigantesse e Briganti tra storia e musica popolare

Omme se nasce, brigante se more,
ma fino all’ultimo aimme sparà
e si murimme menate nu fiore
è 'na bestemmia pe stà libertà,
è 'na bestemmia pe stà libertà
Sempre alla ricerca di avvenimenti e personaggi che riuscissero a catturare l’interesse degli spettatori delle piazze, la tradizione dei cantastorie meridionali, che come sappiamo risale al medioevo, ad un certo punto incontrò i Briganti, che entrarono a pieno titolo nel repertorio musicale del tempo. I briganti entrati in guerra per difendere la loro terra. Passati dal canto alla guerra, dalle chitarre alla scoppetta, da un tempo di pace, alla lotta contro l’invasore. Ma se la diffusione dei testi dei cantastorie a quei tempi era il principale strumento di comunicazione di massa, i cantastorie vennero quindi investiti inconsapevolmente di fini politici e sociali, soprattutto nell’Italia post Unitaria, quando la figura del brigante carico di quell’aurea leggendaria di umanità e spirito di sacrificio per la patria non poteva essere accettata in nessun modo. Così la figura del brigante meridionale cambiò dal periodo preunitario a quello post unitario, e mentre il popolo continuava ad idealizzare la figura del brigante come eroe leggendario e benefattore, gli intellettuali tentavano in tutti i modi di denigrarla in nome della creazione di un identità italiana unitaria.
Amm pusat chitarr e tambur
pecchè 'sta music s'adda cagnà.
Simm brigant e facimm' paur,
e cu 'a scupett vulimm cantà.
E le brigantesse?
Tra i tanti nomi che sono giunti fino ai giorni nostri quello di Maria Oliveiro, “ La brigantessa delle brigantesse”, pare essere quello che maggiormente ha stimolato la produzione musicale dei cantastorie dell’epoca. Nata nel 1841, non conosciamo con precisione la data della sua morte, ma sappiamo però in che modo è morta, condannata mediante fucilazione alla schiena, venne alla fine condannata al carcere a vita da scontare nella prigione delle Finestrelle in Piemonte. La sua storia è legata con forza al tema dell’onore e della famiglia. Decise di entrare in lotta dopo l’ omicidio di sua sorella Teresa. Si travestì da uomo, e sì unì al marito nella lotta, come molte altre sue coetanee, e quando lui perse la vita in battaglia, decise di prendere il comando. Ciccilla, così veniva chiamata. La narrazione che esce fuori dal racconto delle vite dei briganti, dalle storie, dalle parole dei cantastorie e della musica popolare, e della letteratura, è quella reale? I cantastorie possono rappresentare alla luce del nostro modo di intendere la comunicazione come giovani antenati dei mass-media, che con i loro canti, la maggior parte scritti in ottave, fungevano da specchio della realtà del tempo, maneggiandola con la musica, e creando auree leggendarie attorno ai personaggi che rendevano protagonisti. L’attendibilità storica dei cantastorie deve però sempre scontrarsi con la questione che riguarda la tradizione orale. Lo strumento orale rimane infatti sempre libero e aperto alle trasposizioni di significato,e anche alle idealizzazioni leggendarie. E’ difficile fare quindi una distinzione netta tra realtà e mito nella cultura che aleggia attorno alle storie dei briganti e delle brigantesse Italiane.
La musica popolare tradizionale legata alla vita delle brigantesse, chiamate con un termine dispregiativo anche “ drude”, sembra idealizzare fino all’osso la vita di quelle che furono donne coraggiose, abili, forti e desiderose di libertà, ma che non bisogna mai dissociare anche da una carica di violenza e spirito sanguinario non indifferente. Tanti gli aspetti di queste donne che si potrebbero analizzare, dall’aspetto fisico, estremamente mascolinizzato, al rapporto con la femminilità, forte ma a tratti contrastato, alla questione dell’onore, all’importanza della loro lotta in relazione all’emancipazione femminile del tempo. Una battaglia nella battaglia quella delle brigantesse, la loro partecipazione alla lotta era un modo per fuggire dalla gerarchia familiare e imporre la propria presenza nella società, così come nella battaglia.

“ Chiamateci Brigantesse e avete ragione
non dite assassine perchè anche noi abbaiamo sentimenti,
ma abbiamo scelto questa vita
montagna e dolore
per difendere questa terra dall'invasore”.
“ Tu, che stai li prigioniera, perché sei donna del sud, così bella così fiera, nella consapevolezza, che più forte del brigante, non puoi esserci che la sua brigantessa”.
Ribelli e spietate, violenti e crude, non possono essere lasciate in disparte nel dibattito relativo a quegli anni per un solo motivo, combattevano una loro guerra personale, ancor prima di combattere una guerra di popolo. Le brigantesse, infatti, con il loro modo di essere donne, e con la loro partecipazione alla battaglia, compirono il primo passi verso quel processo di emancipazione femminile, che tutt’ora non è concluso
“ sul tuo cuore una bandiera che non hai tradito mai, sul tuo viso un sorriso che per sempre porterai.” .
L’immagine che ci è giunta è quella di una donna vestita in abiti maschili, dalla femminilità nascosta, molto spesso repressa, forti e audaci come gli stessi uomini che sostenevano in battaglia. Ma erano veramente così , Luigia Cannalonga, Maria Rosa Marinelli, Maria Capitanio, Gioconda Marini, Mariannina Corfù, Chiara Nardi, Filomena Pennacchio, Arcangela Cotugno, Elisabetta Blasucci, Teresa Ciminelli, Filomena Pennarulo, Luigina Vitale, Giovanna Tito, Maria Lucia Nella, Maria Consiglio, Filomena di Pote, Maria Orsola D'Acquisto, Carolina Casale, Maria Pelosi, Rosa Giuliani, Michelina De Cesare, e tutte le altre giovani donne delle quali non ci è giunto il nome ne la storia? Partiamo da Michelina de Cesare, la donna a cui Eugenio Bennato, sempre nel solco della tradizione della musica popolare, ha dedicato una canzone, “ Il sorriso di Michela”. Sottoposta ad atroci torture Michelina de Cesare, preferì morire piuttosto che tradire la fedeltà della sua banda. Aveva solo vent’anni quando venne catturata insieme a suo marito Francesco Guerra e ad altri compagni, il giorno successivo venne spogliata ed esposta nella pubblica piazza . “Donna del sud, donna bianca, donna nera”, dice ancora Bennato. Donna dalla doppia faccia, amante fedele, ma anche spietata giustiziera.

Femm'na bell' ca dat' lu cor'
se 'stu brigant' u vulit' salvà
nun c' cercat' scurdat'v' o nome
chi ce fa a guerra nun tien' a pietà
chi ce fa a guerra nun tien' a pietà

Donne per salvarci, dimenticateci, abbiate paura di chi ci fa la guerra, poichè non ha pietà.
Quel modo di essere donna, così viscerale e profondo ma non tanto da non poter affrontare una guerra, non troppo per non scegliere di ritrovarsi nude di fronte alla lotta e alle battaglie, che con la loro crudeltà riuscirono a cacciare da queste donne la parte più nera e assassina. E allora cancellare la femminilità diventava una necessità, un opportunità per combattere insieme agli uomini, per rendersi utili. Ma nonostante tutto, quando venivano incarcerate ritornavano ad essere donne devote e femminee, tornando a dedicarsi al ricamo di fazzolettini dedicati ai loro uomini. Sono tante le storie di queste donne del sud, Filomena Pennacchio, la regina delle selve, Maria Maddalena de Lellis, la Padovella, la scrittrice di lettere sanguinarie, ecc ecc. Mentre molte di loro sono rimaste nell’anonimato, altre invece hanno lasciato i loro nomi e le loro storie incise negli annali dell’unificazione di questo paese. Le possiamo immaginare, idealizzare, anche grazie a quell’aurea romantica che le loro esistenze si sono lasciate dietro, anche grazie a coloro che hanno musicato la loro idea di femminilità, anche grazie a coloro che raccontandole ci ha dato la possibilità di leggere di loro e di provare a concretizzare la loro idea. La musica spesso crea un aurea romantica della storia, e in questo caso delle storie. Idealizza in musica vite passate, passate alla storia e da alcuni forse anche dimenticate.

… Contro 'e surdate 'e rre Vittorio
mò c'è rimasto sulo sta paranza,
ma nu brigante nun cagna 'a storia
quanno cumbatte sulo, senza speranza.
E quann'o pigliano 'ncopp'a muntagna
more senza paura, senza rimpianto,
e quanno 'e ppigliano dint'e paise
diceno: quann'e bello murire acciso.

Carla Giannini [ 01/10/2011 ]

giovedì 13 giugno 2013

"Diciamo la Verità" da sabato 15 giugno 2013 con Bartolo Di Luca e Gabriella Anna Rapposelli

"Diciamo la Verità" da sabato 15 giugno 2013

con documenti storici e filmati un viaggio per scoprire come andarono veramente i fatti durante "l'Unità (?) d'Italia "
in studio
Bartolo Di Luca, Orazio Di Stefano e Gabriella A. Rapposelli 
tutti i sabato sera a partire da sabato 15 giugno alle ore 18,15 su Oltre.tv - sul canale 119 del digitale terrestre, uno dei canali del bouquet di Trsp

"Diciamo la Verità" perchè:

"Siamo stati un grande popolo. Siamo stati alle origini della civiltà occidentale in tutti i campi. L'umiliazione di essere cornuti e mazziati come Pulcinella deve finire. Per noi. Pe i nostri figli e nipoti. Per i nostri padri e avi".-Nicola Zitara

Garibaldi:"Quando i posteri esamineranno gli atti del governo e del Parlamento italiano durante il Risorgimento, vi troveranno cose da cloaca".

-Cosa fu veramente il Brigantaggio e chi furono i briganti? Delinquenti o resistenti, malfattori o patrioti?

-Chi furono, allora le brigantesse? Vittime o carnefici? Drude (parola allora di moda) assatanate o amanti disposte al massimo sacrificio? Sanguinarie che attingevano al peggior repertorio maschile o donne capaci di soffrire e combattere? ( Marco Patricelli)

-"Per liquidare i popoli si comincia col privarli della memoria. Si distruggono i loro libri, la loro cultura, la loro storia. E qualcun altro scrive loro altri libri, li fornisce di un'altra cultura, inventa per loro un'altra storia. Dopo di che il popolo comincia lentamente a dimenticare quello che è e quello che è stato. E, intorno, il mondo lo dimentica ancora più in fretta." Milan Hubl

-Alla base dell'unità d'Italia ci fu una violazione del diritto internazionale perché l'esercito piemontese invase uno stato amico, quello delle Due Sicilie, senza neanche una dichiarazione di guerra, appoggiato soprattutto dall'Inghilterra che aveva grossi interessi nel Meridione. (Gigi Di Fiore)

-PERCHE' A SCUOLA NON SI STUDIA LA VERA STORIA DEL SUD ITALIA?
150 ANNI DI SFRUTTAMENTO, 150 ANNI DI FALSA UNITA', 150 ANNI DI TASSE, DI MAFIA, DI MASSONERIA, 150 ANNI DI OFFESE, 150 ANNI DI RAZZISMO, 150 ANNI DI QUESTIONE MERIDIONALE... MA PERCHE 'ABBIAMO DOVUTO SUBIRE TUTTO CIO'? CERCATE LE RISPOSTA E' SEMPLICE....


"Diciamo la Verità" tutti i sabato sera a partire da sabato 15 giugno alle ore 18,15 su Oltre.tv - sul canale 119 del digitale terrestre, uno dei canali del bouquet di Trsp 

lunedì 1 ottobre 2012

Le Brigantesse Raccontano.....

Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero. 
(cit)



" Chiamateci Brigantesse e avete ragione
non dite assassine perchè anche noi abbiamo sentimenti,
ma abbiamo scelto questa vita 
montagna e dolore
per difendere questa terra dall'invasore".