sabato 22 ottobre 2011

Razzismo strisciante alimentato dai media


Di recente assistiamo ad un fenomeno davvero curioso e per molti versi incomprensibile. 
Che leghisti o gente del nord scriva lettere ai giornali e ai blog, intervenga in diretta a trasmissioni televisive (se hanno faccia tosta) e radiofoniche (in modo da nascondersi dietro l’anonimato), sbraiti allo stadio e alle più svariate manifestazioni contro il Sud, contro il Mezzogiorno d’Italia e soprattutto contro Napoli è ritenuto un fenomeno quasi fisiologico rispetto al quale alcuni provano assuefazione e altri reagiscono energicamente come la Rete Due Sicilie (http://www.reteduesicilie.it/) dell’instancabile Alessandro Romano, il Movimento V.a.n.t.o. dell’ottimo blogger Angelo Forgione (http://angeloxg1.wordpress.com/vanto/), nonché il nostro giornale
  1. QUESTIONE MERIDIONALE O SETTENTRIONALE? (Stanislao Barretta)
  2. RISPOSTA A TELEPADANIA:  Arrivano i Na-polentoni (ascolta)
Ma che gente del Sud (regnicoli e nostri conterranei) parli male di se stessa quasi con rassegnazione e inveisca contro Napoli, ovvero contro la città che ha scritto la storia della più grande macroregione d’Italia, nel bene e nel male e negli ultimi millenni, è sintomo di una gravissima malattia psichica che ha infettato parte della comunità meridionale più concentrata su vitali questioni di sopravvivenza ma soprattutto più condizionata da un vero e proprio tsunami mediatico scatenato violentemente contro le nostre genti e le nostre menti sin dall’indomani del 1861 e tuttora in atto.
Ovviamente centocinquanta anni fa l’attacco fu condotto attraverso i giornali nazionali e la pubblicistica di stampo risorgimentale e filosavoiarda; oggigiorno l’attacco è meticoloso e si realizza attraverso datati e menzogneri programmi scolastici con cui gli studenti vengono condizionati, per mezzo di talk show televisivi con cui gli impigriti teledipendenti vengono manipolati fin dentro le loro case e grazie a giornali finanziati dallo Stato e fortemente ispirati da partiti e gruppi di potere.
Dunque un flusso di informazioni a senso unico che accompagna il cittadino italiano, e anche quello meridionale, per tutta la vita e ne indeboliscono lo spirito critico.
Usi e tradizioni, comportamenti e atteggiamenti, modalità di pensiero e filosofie di vita tipiche di coloro che discendevano dagli antichi popoli del Sud: Sanniti, Osco-Sabelli, Greci, Messapi, Lucani, Bruzii e Apuli, sono stati in gran parte dissolti costringendo i nostri più recenti e ottocenteschi antenati a aderire a principi di conformismo e di massificazione che ne hanno fiaccato il forte carattere nonchè la ferma volontà di indipendenza.
Perfino la formidabile conquista romana, circa duemila anni fa, non riuscì a piegare del tutto i nostri orgogliosi e battaglieri progenitori.
Perché tutti i nordisti che si esprimono in modo indegno nei confronti del Sud o dei meridionali non vengono incriminati con l’infamante accusa di istigazione all’odio razziale quando la legge prevede tale reato, ad esempio, nei confronti delle minoranze etniche?
E per quale ragione i conduttori di programmi radiotelevisivi non censurano le opinioni di coloro che istigano all’odio razziale contro gli italiani del Sud? 
Forse questi agitatori godono di una speciale immunità di fronte alla legge?
Appare una contraddizione in termini eppure gli stessi che hanno voluto l’Unità d’Italia avvalendosi della forza, dell’aggressione militare e dell’annessione del Regno delle Due Sicilie, Stato sovrano e tradizionalmente pacifico, oggi vogliono la secessione e l’abbandono al proprio destino di un territorio che ha rappresentato, per lungo tempo, un serbatoio immenso di risorse umane, industriali, agricole, intellettuali e finanziarie.
Il nord conquistatore impose tasse inique fra cui la più odiosa era quella che veniva applicata sull’emigrazione interna da sud a nord. Evidentemente la logica del limone spremuto e gettato, ancorché nel 2011, regge ancora.
Dunque alla vena razzista di un nord, rabbioso per essersi ritrovato in crisi economica e industriale ma che nulla avrebbe potuto realizzare fino ad ora senza la forzata emigrazione e il lavoro di milioni di meridionali, si sovrappone una vena razzista di casa nostra che viene continuamente alimentata da una lunga serie di luoghi comuni che, a furia di essere ripetuti (repetita iuvant), diventano dogmi accettati acriticamente dalla massa.
“Immondizia, criminalità (micro o macro è indifferente tanto tutto fa brodo), parassitismo, assistenzialismo, ignoranza, arretratezza, evasione fiscale, inciviltà e maleducazione” sono gli stereotipi che subito rintracciamo nella nostra mente e che vengono in modo arbitrario associati da un gruppo sociale a un altro gruppo; in questo caso dal nord dove risiedono gruppi dominanti capaci di condizionare pesantemente l’opinione pubblica con sofisticati, potentissimi e collaudati sistemi mediatici, al sud dove una classe politica venduta agli interessi geostrategici, economici e massonici delle centrali di potere nordiste, post – risorgimentali e forse anche straniere, ha fatto strage dei prinicipi di diritto, ha definitivamente interrotto i rapporti tra governanti e governati pensando solo alle ricche prebende e alle proprie fulminanti carriere, ha tradito sistematicamente il giuramento prestato sulla Costituzione, ma soprattutto ha insozzato con vera inettitudine, uno dei territori più belli e ricchi del mondo ovvero Napoli e l’intera Campania Felix.
Un vero e proprio genocidio culturale tenendo presente che si vuole, in ogni modo, occultare o banalizzare la plurimillenaria storia della nostra città.
Una vera e propria pulizia etnica ricordando gli oltre undici milioni di Meridionali che furono costretti a emigrare all’indomani dell’Unità d’Italia. Già è molto che la nostra Partenope sia sopravvissuta a tanto odio.
Non contenti delle ferite quasi mortali inferte dai “patrioti risorgimentali” a suo tempo, gli amministratori succedutisi nel tempo continuano a ricoprire la nostra splendida città di rifiuti, per settimane, per mesi e a conti fatti per anni (almeno 17) mortificandone l’essenza solare e portatrice di civiltà; non provvedono alla manutenzione di monumenti che da secoli sono meta di visite da parte di turisti provenienti dal mondo intero (basta vedere lo spessore della sporcizia e del guano dei colombi che li ricopre); continuano a espropriare ai cittadini interi pezzi di città con improbabili Zone a Traffico Limitato (http://www.youtube.com/watch?v=_ENeb5uiwAI) attraverso cui imporre multe con l’unica finalità di fare cassa e cercare forsennatamente di risanare i bilanci ormai compromessi.
Peraltro non sono stati realizzati sufficienti parcheggi per auto e moto gettando nel panico decine di migliaia di residenti che vivono in un territorio pieno di salite e discese ripide, dove l’uso del mezzo privato in molti casi diventa necessario a causa della presenza massiccia, all’interno del nucleo familiare, di anziani, bambini piccoli e disabili.
Non viviamo certamente in una delle pianeggianti città del nord dove la bicicletta può essere efficacemente utilizzata.
A proposito perché non si condannano le amministrazioni cittadine che non provvedono a realizzare posti auto gratuiti con strisce bianche così come prevede il Codice della Strada?
Inoltre tornando alle cose cattive fatte o alle cose buone non fatte, come lorsignori preferiscono, questi tristi figuri che compaiono in pubblico solo per festeggiare il raggiungimento di successi elettorali, continuano a prendere in giro coloro che li votano con la stessa retorica di sempre, si isolano nei palazzi del potere per paura della gente che è esasperata e cerca di sopravvivere come può, si ostinano a militarizzare la città gettando fumo negli occhi ma senza arrecare il benché minimo danno alle imprese criminali che, paradossalmente e sfortunatamente, sono le uniche sul territorio a offrire lavoro a chi è costretto a vivere nella più completa emarginazione.
Le genti del nord sanno bene (fanno finta di non saperlo o semplicemente non lo sanno poiché sono ignoranti) che la colpa di ciò che accade alle nostre latitudini non dipende dalle popolazioni locali bensì dalle classi dominanti che periodicamente si avvicendano ai posti di comando e che mantengono saldamente la barra del timone, rispettando una incredibile e ferrea continuità, senza mai confrontarsi con i cittadini che sono il vero datore di lavoro dei pubblici amministratori, e anche dei burocrati e dei colletti bianchi in quanto questi dipendono in tutto e per tutto da coloro che hanno vinto le elezioni.
Ciò accade mentre alcuni elettori in buona fede credono ancora in una qualche obsoleta o improbabile fede politica e in qualche partito che ormai, da troppo tempo, non li rappresenta più.
Ci chiediamo perché gli amministratori che riducono una città in questo stato pietoso non paghino per i loro errori e per le loro malefatte, riuscendo a farla franca rispetto alla legge e rispetto all’opinione pubblica sempre più sbigottita e desiderosa di riscatto sociale.
Eppure nei discorsi di insediamento dei vari Sindaci, la magica parola “democrazia” continua a essere pronunciata sia pur in maniera minore rispetto al passato.
Il nostro attuale Sindaco, che pure parrebbe animato da buone intenzioni, l’ha usata tre volte abbinandole una volta l’aggettivo “partecipativa” mentre i Sindaci precedenti l’hanno usata molte più volte; in realtà sono decenni che la partecipazione dei cittadini è annichilità e ogni forma di comunicazione fra governanti e governati è relegata all’interno dell’arido linguaggio di una spaventosa burocrazia che interpreta tutto in maniera tale da avere sempre e comunque ragione; nonostante il ministro Brunetta che, teorizzando una utopistica burocrazia dal volto umano, non ha fatto altro, nella pratica, che incattivire ancor di più i “colletti bianchi” e gli impiegati con funzioni amministrative.
Il rapporto fra Stato e cittadini è inesistente e nel migliore dei casi disastroso. 
I palazzi del potere, finanche la casa comunale, sono praticamente blindati e impenetrabili.
Praticamente non c’è scampo: il cittadino, in caso di problemi individuali, ha sempre torto e deve subire senza potersi confrontare con interlocutori capaci di ascoltare le istanze che vengono dai veri abitanti della città.
Per le forme di comunicazione erga omnes invece, il cittadino è costretto a barcamenarsi in una selva di segnaletica orizzontale e verticale quasi sempre improntata al divieto, alla sanzione e in una vera e propria raccolta di ordinanze sindacali complesse, di difficile interpretazione e la cui ratio, per forza di cose, viene compresa solo da persone che per muoversi di certo non usano il mezzo pubblico e neanche quello privato bensì il mezzo istituzionale ovvero le numerose e famigerate auto blu dotate di scorta, sirena e lampeggiante.
Possono finalmente muoversi senza il traffico provocato dai comuni mortali che, incredibilmente, sono obbligati a pagare supertasse di possesso, assicurazioni tra le più care d’Italia e balzelli inverosimili, come bollini blu e multe di ogni genere, pur non potendo impiegare i propri mezzi di locomozione su un territorio espropriato all’uso comune.
D’altra parte, e secondo la definizione classica, quando facciamo riferimento a personalità politiche ci riferiamo essenzialmente a coloro che”partecipano attivamente alla vita pubblica e che operano le scelte necessarie alla crescita civile ed economica del proprio Stato o della propria comunità”; ebbene da quanto tempo ciò non accade nella nostra città e nella nostra regione?
In effetti le cosiddette “personalità politiche” che abbiamo avuto la disgrazia di ritrovarci davanti per innumerevoli anni, non hanno fatto altro che contribuire al consolidamento di quei numerosi luoghi comuni cui prima abbiamo accennato facendo sì che, non solo il nord Italia ma anche il resto del mondo, senza esclusione di meridiani e paralleli, abbiano recepito come vere un insieme di credenze, di rappresentazioni ipersemplificate della realtà e opinioni rigidamente connesse tra di loro.
La vera “macchina del fango” è quella che cerca di ricoprire di immondizia la nostra città e di desertificare l’intera Campania, basta vedere gli scarichi tossici (provenienti dal nord) scoperti proprio in questi giorni a Castelvolturno e non quella finta, strumentale e patetica che i nostri politici, furbescamente, agitano quando si sentono attaccati e vedono i loro assurdi privilegi messi in pericolo.
E non capiamo cosa c’entra il “vento dell’antipolitica” quando esprimiamo critiche nei confronti dei partiti e degli amministratori che ad essi fanno riferimento; tenendo presente che la politica nacque proprio nei territori della Magna Grecia, ovvero nell’Italia Meridionale dove già a partire dall’VIII° sec. a.C. si sviluppò il concetto di città-stato in continuità con le “poleis” greche.
Ma senza andare così a ritroso nel tempo, e per cercare di colmare il vuoto provocato dalla crassa ignoranza dei nordisti, gioverà ricordare che anche Benjamin Franklin e la Costituzione degli Stati Uniti, nella seconda metà del ‘700, furono ispirati dal grande giurista partenopeo Gaetano Filangeri che con la sua Scienza della Legislazione propose di mettere ordine nel caotico diritto feudale che caratterizzava la legislazione di tutti i Paesi d’Europa.
Dunque al Sud non spira il “vento dell’antipolitica” poiché il colto uomo meridionale sa perfettamente che la politica affonda le sue radici nelle concezioni filosofiche elaborate da Socrate, Platone e Aristotele bensì soffia forte il “vento dell’antipartitocrazia” e, alla luce di quanto accaduto in questi ultimi decenni di malgoverno, non crediamo che ci sia qualcuno che si azzardi a prendere le difese di un sistema partitocratrico che ha quasi condannato l’Italia al default finanziario.
Tale governo dei partiti è stato molto opportunamente definito “Peste italiana” in uno studio promosso dai Radicali.
Quanto affermato vale non solo per la nostra Napoli bensì per tutte le altre città, anche per le più piccole (pensiamo al recentissimo caso di Parma dove il sindaco è stato costretto alle dimissioni a furor di popolo) e dunque per l’intero Paese.
Ma del resto d’Italia e dei suoi guai locali non si parla, se non sporadicamente; tutto deve apparire in ordine rispetto alla Napoli senza regole.
Vorremmo stendere un velo pietoso sulle invettive razziste dello pseudointellettuale Giorgio Valentino Bocca (a quanto pare tra i firmatari del Manifesto della Razza nel 1938), di cui la nostra testata si è occupata più volte e speriamo che rimanga confinato nelle sconosciute lande cuneesi dove risiede.
Tuttavia non possiamo non ricordare che, a suo tempo, nel programma della Rai “Che tempo fa”, Bocca parlò di Napoli come “città decomposta da migliaia di anni” e dei Napoletani come “plebe che vive di magia” (http://www.youtube.com/watch?v=KDG_-GIrpCQ) senza essere censurato e svolgendo il devastante ruolo di testa di ponte di quella compagine formata da opinion leader, scrittori e giornalisti (sic!) che dirigono la “macchina del fango” cui prima abbiamo fatto riferimento.
Un vero e proprio esercito mercenario, profumatamente pagato con denaro pubblico, cui è stato accordato prestigio e mezzi per influenzare in modo determinante l’opinione pubblica.
Certo a Napoli la vita non è facile perché c’è una bassissima qualità dei servizi pubblici, una burocrazia paludosa dove per avere un semplice rimborso dal Comune di cifre erroneamente versate per la refezione scolastica occorrono anche otto mesi e per ottenere lo sgravio di una sanzione amministrativa ingiustamente erogata possono occorrere circa sette anni; prenotare una prestazione sanitaria può richiedere file lunghissime e tempi biblici per l’erogazione della stessa.
Muoversi in Metropolitana significa viaggiare in carrozze moderne e tecnologicamente avanzate ma strettissime rispetto al numero esorbitante dei viaggiatori (circa 110mila nei giorni feriali). C’è troppa gente e all’interno delle carrozze manca l’aria soprattutto quando queste si fermano per motivi non chiari, non comunicando nulla agli utenti intrappolati e l’aria condizionata smette di funzionare come è capitato un paio di settimane fa; forse sarebbe opportuno rivisitare le norme di sicurezza.
Ci chiediamo perché il privato che viaggia con la propria auto viene supercontrollato e fortemente penalizzato se trovato non in regola, pur non creando pericoli per chicchessia, mentre sui mezzi pubblici nessuno fa controlli per verificarne l’uso in sicurezza; alcune delle stazioni della Metro sono molto profonde (anche fino a 47 mt.) e in caso d’incidente grave, vista la forte utenza e i treni insufficienti, il prezzo in vite umane potrebbe essere altissimo.
Stando alle lamentele degli utenti il prezzo dei mezzi pubblici è sempre più caro mentre il servizio è sempre più scadente e alcune corse, come sta avvenendo per la Circumflegrea, vengono inspiegabilmente eliminate proprio nelle ore di punta obbligando migliaia di pendolari a litigare pesantemente solo per essere trasportati come capre al macello.
Tutto, dicono le persone informate, a causa dei tagli ai finanziamenti; che dire allora del numero crescente dei dirigenti che percepiscono ottimi stipendi e del numero sempre più inferiore di operai, macchinisti e addetti alla manutenzione con retribuzioni davvero scarse?
Tuttavia pur senza tacere, per onestà intellettuale, i problemi che affliggono la nostra metropoli, pare esserci una specie di legge del caos controllato per cui mentre intere aree della città sono abbandonate a sé stesse altre come quelle relative alla nuova Zona a Traffico Limitato, sono presidiate da oltre 600 vigili e le zone limitrofe sono prese di mira da ausiliari del traffico che, setacciando palmo a palmo l’intera zona, infliggono numerosissime multe su cui evidentemente prendono una percentuale (cosa questa non del tutto chiarita).
Possiamo dire che il parcheggio abusivo che in passato ha caratterizzato la città oggi è stato completamente sostituito dal parcheggio a pagamento sempre ben delimitato da strisce blu ben visibili, ripittate di frequente e a disposizione dell’automobilista che paga salato. In effetti si tratta dell’unica cosa che funziona alla perfezione oltre alla riscossione delle multe e che fa adirare i cittadini che, di contro, devono misurarsi costantemente con le infinite disfunzioni degli uffici pubblici.
Abbiamo posto l’accento solo su alcuni punti riguardanti la vivibilità a Napoli ma siamo convinti che problemi analoghi esistano in molte altre città senza però che la “macchina del fango” si metta in moto perché è sempre e solo Napoli che deve fare notizia come vittima sacrificale di un sistema mediatico dove una certa polarizzazione del pensiero obbliga il cittadino medio a identificare, per esempio, Napoli con la spazzatura anche quando questa è stata rimossa e le strade sono pulite. In quest’ottica ci si guarda bene dall’evidenziare le cose positive fra cui ad esempio le decine e decine di eventi culturali che quotidianamente animano, nonostante le immense difficoltà e a dispetto degli intralci frapposti da ottusi burocrati, un panorama antropologico estremamente vitale e interessante.
D’altra parte questa immagine ferocemente distopica della realtà consente di raggiungere molteplici obiettivi: scaricare le tensioni in eccesso presenti su tutto il restante territorio nazionale cosicché, in un rituale sfogo collettivo, ci si possa scagliare contro la città sporca e camorrista per antonomasia; mantenere in vita un mito volutamente negativo per giustificare il saccheggio del Mezzogiorno d’Italia più volte ricordato negli studi compiuti dallo scomparso scrittore meridionalista Nicola Zitara (http://it.wikipedia.org/wiki/Nicola_Zitara) e da un’infinità di studiosi e storici revisionisti; cercare di comprimere il senso di libertà e indipendenza di un particolare tipo di comunità, ovvero quella partenopea, che di rado si è ribellata alle ingiustizie ma che quando lo ha fatto non si è fatta fermare facilmente; e per ultimo, fare sperimentazione politica in un laboratorio sociale dalle infinite risorse e dalle illimitate potenzialità.
Purtroppo il plagio mentale esercitato sui cittadini partenopei, facendo leva sui sensi di colpa e sulla incapacità di evolversi secondo regole di una massificazione universalmente accettata, sta producendo effetti negativi a tal punto che una mentalità razzista diretta contro sé stessi pare prendere piede finanche nella popolazione; significherebbe mettere gli uni contro gli altri portandoci a un’ulteriore imbarbarimento all’interno delle nostre strade e delle nostre case.
È un campanello d’allarme che contribuiremo a far squillare forte e chiaro affinché il pericoloso fenomeno si arresti e venga provocato il risveglio delle coscienze. Dovremo opporci con tutte le forze a quella “damnatio memoriae” cui il nord vorrebbe condannarci senza appello e senza aver commesso, come popolo, alcuna colpa.
La stessa meritevole opera letteraria di Roberto Saviano, che ha concepito la penna come arma contro la camorra e quindi come una denuncia potente e definitiva contro la criminalità organizzata, è stata manipolata dai media ispiratori della “macchina del fango” trasformandola in una cluster bomb (bomba a grappolo) capace di detonare sulle teste dei napoletani, dei campani e dei meridionali.
A tal punto che l’opera di sminamento e di disinnesco di luoghi comuni, cliché, stereotipi, frasi fatte e banalità diventa complessa e davvero difficile.
Dimenticavamo.
Sappiano i nuovi razzisti del Sud, mentalmente plagiati, che se non fosse stato per le tante Storie Patrie scritte nel corso dei secoli da studiosi, storici, scienziati e filososofi napoletani e quindi per la storia antica e gloriosa di Megaride, Partenope o Neapolis, come si preferisce, forse di molte realtà meridionali e degli innumerevoli piccoli centri che costellano il nostro territorio, sia appenninico che costiero, mai nulla si sarebbe saputo con la conseguente condanna all’oblio.

di Antonio Tortora

napoli.com
“Giornalismo è diffondere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è propaganda” – Horacio Verbitsky

venerdì 21 ottobre 2011

Gioco del Lotto, una Smorfia dedicata ai 150 anni dell'Unità d'Italia

.Presentata una pubblicazione che celebra l'Italia Unita con i 90 numeri del Lotto associati a personaggi ed eventi che hanno fatto la storia del nostro Paese.
Milano 19 ott. (Adnkronos) - Una Smorfia dedicata ai 150 anni dell'Unita' d'Italia. La pubblicazione, dal titolo ''90 sogni che hanno fatto l'Italia'' e presentata nella serata di ieri al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci, e' nata da un'idea del Gioco del Lotto, ed e' stata realizzata grazie a un sondaggio che ha coinvolto in tutto 4648 persone. ''Carosello'' e Manzoni, le notti magiche di ''Italia '90'' e l'Inno di Mameli, e' solo l'inizio della lista: i numeri, proprio come al Lotto, sono 90; per ognuno ci sono da scoprire record, ricorrenze e dettagli talvolta dimenticati.

Per dar vita alla speciale Smorfia, i votanti hanno espresso sul portale Virgilio le proprie preferenze in base a sogni, ricordi, eventi e gesti scaramantici. ''Il Lotto e' sempre stato questo - spiega Marco Tasso, direttore Lotterie Lottomatica - tentare di trasformare la realta' di tutti i giorni in un sogno, e tutti i personaggi e gli eventi che hanno fatto l'Unita' d'Italia per fare la storia hanno avuto anche bisogno dei sogni''.
Semplicissimo partecipare al sondaggio: bastava indicare per le diverse categorie i personaggi, i fatti o gli avvenimenti che venissero alla mente come rappresentativi dei dieci settori suggeriti (eventi storici, invenzioni, televisione, folklore, sport, musica, cinema, cultura, cucina, costume & societa'). Se alcuni risultati non sorprendono affatto, come la pizza regina dei piatti italiani o la vittoria ai Mondiali di Spagna nel 1982 in testa ai fatti sportivi, qualche dato merita di essere ricordato.
Per le invenzioni, ad esempio, gli italiani sono concordi nell'assegnare la medaglia d'oro alla radio di Guglielmo Marconi, e per il cinema premiano ''La vita e' bella di Benigni'', lasciando a due icone come Alberto Sordi e Toto' il secondo e il terzo posto sul podio. Italia unita anche nella votazione: le preferenze sono arrivate dal Nord, dal Sud e dalle isole: Roma, Milano, Agrigento e Napoli le citta' che hanno contribuito alla creazione della Smorfia con il maggior numero di partecipanti


Giochi: Lotto, in 90 numeri le figure piu' rappresentative Unita' Italia


Breve storia del Regno delle Due Sicilie


Nel 1130, notte di Natale, con una fastosa cerimonia Re Ruggero II sancì a Palermo la nascita del Regno di Sicilia. Da quella notte, tutto il Sud della penisola italiana, dagli Abruzzi alla Sicilia, fu unificato nel primo vero Stato come nazione indipendente con capitale Palermo.

Quel 25 dicembre è una data simbolica: Ruggero II si presentava come il redentore di tutte le popolazioni del Sud della penisola e, nello stesso tempo, come il fondatore di un regno cristiano. Il Regno, a quella data, aveva circa tre milioni d'abitanti, ed era da sempre considerato il territorio più bello dell'Europa per l'antica cultura, per il clima, per gli stupendi paesaggi e per lo stesso modo di vivere della gente, che già per questo poteva ben dirsi una nazione. Nel resto d'Italia vi erano altri cinque milioni d'abitanti, divisi in tanti piccoli agglomerati feudali, qualcuno non più grande della sua cerchia di mure, aventi origini, tradizioni e idiomi diversi.

I Normanni restarono al potere fino al 1194, poi arrivarono gli Svevi, il cui più illustre rappresentante fu Federico II. Seguirono, nel 1266, gli Angioini che trasferirono la capitale del Regno di Sicilia a Napoli. A seguito dei 'vespri siciliani' del 1282 la Sicilia fu occupata dagli Aragonesi e divenne Regno di Trinacria, mentre la parte continentale divenne Regno di Napoli. Nel 1443 gli Angioini, che non avevano mai formalmente rinunciato al titolo di re della Sicilia, dovettero cedere agli Aragonesi anche la parte continentale del Regno che fu riunito da Alfonso il Magnanimo (Regnum utriusque Siciliae, Regno delle Due Sicilie). Nel 1503 il Regno fece parte della Spagna, che costituì due vicereami autonomi: quello di Napoli e quello di Sicilia. Così restò nel breve periodo austriaco, che va dal 1707 al 1734, anno in cui tutta la Nazione duosiciliana diventò nuovamente indipendente con i Borbone.

Il primo sovrano fu Carlo, figlio di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese, già duca di Parma. Egli prese possesso del regno, succedendo agli Austriaci, a seguito delle vicende connesse alla guerra di successione polacca: tale avvicendamento gli fu riconosciuto poi dal trattato di Vienna del 1738.

Il ripristino dell'antico nome delle Due Sicilie avvenne nel 1816, a seguito del Congresso di Vienna dell'anno precedente, congresso che mirò a riordinare politicamente l'Europa dopo gli sconvolgimenti delle guerre napoleoniche. Le potenze che avevano sconfitto Napoleone, Inghilterra, Austria, Russia e Prussia, come fanno sempre i vincitori, "sistemarono" l'Europa seguendo logiche che avrebbero dovuto rafforzare sempre di più il loro potere anche a costo di dividere artificialmente le nazioni. La Francia fu ricacciata negli antichi confini e fu privata di suoi territori a favore della Prussia, decisione che fu poi all'origine di continue guerre. Gli Stati tedeschi furono sconvolti da ingrandimenti e dimezzamenti territoriali senza che fosse tenuto conto della loro aspirazione a costituire uno Stato unitario. La Polonia fu divisa fra tre Stati (Austria, Russia e Prussia). L'Austria s'ingrandì a spese di una varietà di popoli del tutto diversi tra loro. Nella penisola italiana, la repubblica di Genova e l'Alto Novarese furono incorporate dal regno sardo-piemontese; il Veneto e la Lombardia furono assegnate all'Austria; il Regno delle Due Sicilie, pur essendo una delle potenze vincitrici, fu spogliato di Malta e dello Stato dei Presidii. Le decisioni del Congresso di Vienna, insomma, pur riuscendo a mantenere poi per numerosi anni un equilibrio tra le varie potenze, non considerarono in alcun modo le aspirazioni degli altri Stati, ponendo così le premesse per i successivi conflitti.

Il Congresso di Vienna era avvenuto a seguito del Patto di Chaumont, stipulato nel 1814, per effetto del quale era stata costituita la Quadruplice Alleanza tra Inghilterra, Prussia, Austria e Prussia: l'alleanza fu sottoscritta con l'impegno reciproco di liberare l'Europa dal dominio napoleonico e di ricondurre la Francia nei confini del 1792. Dopo il Congresso, si costituì, il 26 settembre 1816, la Santa Alleanza tra Russia, Prussia e Austria, potenze che si accordarono per darsi reciproca assistenza per la conservazione della situazione territoriale e delle dinastie istituzionali europee. Soprattutto l'Austria aveva interesse a questo accordo perché costituita da un mosaico di popoli che aspiravano all'indipendenza. A quest'ultimo patto non partecipò l'Inghilterra, che era interessata non tanto alla stabilità del continente, ma solo a mantenere controbilanciate le forze delle potenze europee e di conservare il dominio sui mari, dominio che le permetteva di rendersi arbitra della politica degli altri Stati. La Francia fino al 1850 fu ingabbiata da questa alleanza che le impedì ogni azione tendente a modificare le decisioni fissate al Congresso di Vienna.

La politica europea, in seguito, dovette abbandonare tali principi conservatori, ormai non più rispondenti alla realtà, e si apprestò a fronteggiare i pericoli ben più gravi causati dai moti liberali, i cui principali ispiratori, Giuseppe Mazzini e Carlo Marx, sostenevano soprattutto il principio dell'uguaglianza dei popoli più che la loro indipendenza. A tali principi erano particolarmente interessati gli ebrei, i quali, da secoli, lottavano per la loro emancipazione: fu per questo  che fecero parte delle società segrete nelle quali si attivarono sostenendole anche economicamente.

Questa nuova ideologia spaventò soprattutto la piccola e media borghesia dell'Europa continentale che appoggiò la conseguente reazione ed ebbe come risultato la formazione degli Stati costituzionali, i quali divennero strumento per opporsi agli sconvolgimenti rivoluzionari, ma anche all'assolutismo monarchico che impediva una politica liberista.

I moti del 1848, infatti, avevano scompaginato gli accordi del Congresso di Vienna con il prevalere delle idee nazionaliste che avevano portato allo scontro dei tedeschi contro polacchi, danesi e slavi; ungheresi contro slovacchi; croati contro ungheresi e italiani. Gli Asburgo soffocarono le rivolte in Italia, in Ungheria, in Germania e in Boemia, con la sola forza dell'esercito: fu il Metternich, artefice di questa politica, a pensare che bastava imporre il rispetto dell'ordine costituito perché si potessero tenere insieme popoli così diversi in un unico organismo politico.

In un primo tempo l'Inghilterra, volendo bilanciare le contrapposizioni degli Stati europei, aveva appoggiato l'Austria perché la considerava pur sempre un baluardo contro l'espansionismo francese. Dopo il 1846, però, guidata da Palmerston, cominciò anche ad interessarsi degli avvenimenti che accadevano nella penisola italiana ed iniziò a condannare apertamente gli interventi austriaci: ciò avveniva perché l'Austria aveva stretto rapporti con Francia e Russia, due potenze verso le quali gli Inglesi nutrivano forte ostilità. Per questo nel 1847 il governo inglese inviò in Italia lord Minto con il compito ufficiale di sostenere gli Stati riformatori e la causa della libertà in senso moderato, anche se la vera missione consisteva  nell'evitare una crisi dell'equilibrio europeo, e nell'impedire che tutta la penisola cadesse sotto l'influenza francese a seguito di un eventuale disimpegno austriaco. Altro compito di Lord Minto nella penisola era quello di favorire la costituzione di una lega doganale tra i vari Stati italiani: l'Inghilterra, infatti, sovrastava tutti gli altri Stati europei nell'industria e nel commercio e, per questo, aveva tutto l'interesse ad imporre in Europa una politica di libero scambio, che, permettendo il libero ingresso di prodotti a basso costo, avrebbe stroncato sul nascere le economie emergenti che non avrebbero avuto la forza di competere con essa.

Inaspettatamente, però, nel 1848 l'Inghilterra prese le parti dell'Austria nel conflitto contro i piemontesi. La ragione di questa svolta è da ricercarsi nel movimento rivoluzionario che era scoppiato in Francia con la cacciata di Luigi Filippo e la formazione di una repubblica con a capo il nipote di Napoleone, Luigi. Si temeva, infatti, che tale rivoluzione potesse interessare tutta l'Europa com'era successo nel 1789. Palmerston cercò perfino di impedire l'intervento duosiciliano, prospettando al Re Ferdinando II una sicura vittoria dell'Austria e i gravi danni che gli sarebbero derivati da un eventuale ingrandimento del Piemonte. Il governo inglese temeva, com'era in effetti nelle intese della Francia, che questa avrebbe approfittato degli avvenimenti insurrezionali italiani per aumentare la sua influenza in Italia a scapito di quella austriaca. Lo stesso lord Minto fu incaricato di diffidare il governo piemontese dal provocare un intervento francese e, nel contempo, fu incaricato di evitare che la Sicilia, a seguito dell'insurrezione che vi era scoppiata, potesse cadere sotto l'influenza francese. L'Inghilterra propose che fosse posto sul trono siciliano il figlio del savoiardo Carlo Alberto in contrapposizione alla Francia che proponeva un principe francese: la vittoria dell'Austria sul Piemonte pose fine a questi contrasti che non riguardavano minimamente l'indipendenza della Sicilia, ma solo ed esclusivamente gli interessi mediterranei delle due potenze.

Napoleone III, d'altra parte, avendo compreso che il principio delle nazionalità avrebbe alla lunga prevalso, mirò a cambiare l'Europa nata nel 1815 e indirizzava la sua politica contro l'impero austriaco per imporre il proprio predominio sugli altri Stati europei. Tuttavia la sua politica era impossibile da realizzare perché contraddittoria: da una parte, infatti voleva rifare l'Europa, dall'altra voleva mantenere il vecchio equilibrio europeo.

Nel Regno delle Due Sicilie, primo fra gli altri Stati europei, Ferdinando II, ma con obiettivi diversi, concesse  il 29 gennaio del 1848 la Costituzione, che in rapida successione fu concessa anche dagli altri Stati con l'interessata pressione del governo inglese. I movimenti rivoluzionari che si erano manifestati nelle Due Sicilie, tuttavia, non erano spontanee rivolte popolari: esse erano provocate da una parte della borghesia, quella mercantile, d'idee liberali, nonché da quel ceto ancora legato a consuetudinari privilegi feudali, che si opponeva alla amministrazione duosiciliana  tradizionalmente molto disponibile nei confronti delle classi meno abbienti.

La concessione della Costituzione, per il sovrano duosiciliano, aveva motivazioni diverse da quelle liberali, perché ben diverse erano le condizioni del popolo. Non vi era nelle Due Sicilie, come invece vi era nell'Italia settentrionale, il dominio di un governo straniero, né l'assolutismo era oppressivo come in Piemonte, ma illuminato e popolare, tanto che in brevissimo tempo aveva portato il Regno ad un'economia di buon livello. Questo successo era avvenuto in modo naturale, senza l'aggressività della rivoluzione industriale inglese che aveva causato milioni di derelitti in Inghilterra e in Francia, ma anzi con un crescente e diffuso benessere, relativamente ai tempi, che, senza l'interruzione dell'invasione piemontese, avrebbe portato correttamente il Regno ai più alti vertici economici e sociali.

Nel regno sardo-piemontese la borghesia, priva di capitali e di mercati più vasti, amministrata in modo ottuso, desiderando di voler "risorgere" dalle sue misere condizioni, ad imitazione delle fortune coloniali inglesi e francesi, concepì la conquista degli altri, più ricchi, territori della penisola italiana. Il Regno savoiardo, tuttavia, non aveva le capacità per compiere da solo queste conquiste. La monarchia sabauda, tra l'altro, si era dimostrata la più retriva e reazionaria della penisola soffocando nel sangue il più piccolo tentativo di rivolta. Essa fu spinta, in ogni modo, dalla sua classe politica ad espandersi territorialmente verso la Lombardia e il Veneto, ma gli Austriaci, nonostante disordini interni, sconfissero facilmente nel luglio del 1849 i piemontesi a Custoza.

La Russia, intanto, che da qualche tempo cercava di espandere il proprio territorio in direzione del Mediterraneo, aveva progettato di annettersi la Valacchia e la Moldavia allo scopo di avere un più facile accesso nel Mar Nero. Il suo scontro vittorioso contro la Turchia nel 1853 determinò però un altro conflitto, quello cosiddetto di Crimea, che i francesi e gli inglesi, uniti dagli stessi interessi, organizzarono per contrastare l'espansionismo russo. Al conflitto volle partecipare il governo piemontese retto da Cavour, che in tal modo contava di liberare il Piemonte dall'isolamento internazionale e di stringere forti alleanze per non avere ostacoli ai suoi disegni espansionistici.

Dopo la guerra di Crimea, al successivo congresso di pace di Parigi del 1856, Francia e Inghilterra, anche se con altre intenzioni, affermarono tra l'altro che il governo pontificio, quello austriaco e quello duosiciliano opprimevano le popolazioni a loro sottomesse. A seguito di questi pronunciamenti Cavour si recò a Londra sperando di ottenere un aiuto armato per una guerra contro l'Austria, ma si rese conto che le dichiarazioni inglesi avevano solo il fine di ottenere un favorevole voto piemontese al Congresso per la questione della Valacchia e della Moldavia. L'Inghilterra, infatti, mai avrebbe permesso un indebolimento dell'Austria che continuava a considerare in funzione antifrancese, anche se si era dimostrata favorevole alla creazione di un più forte Stato nel nord della penisola italiana.

Cavour allora si rivolse alla Francia e si giunse così al Convegno di Plombières, dove furono poste le basi delle successive conquiste piemontesi. Nel Convegno fu stabilito che, a seguito dell'intervento francese, si sarebbe creato un regno dell'Alta Italia sotto i Savoia; Luciano Murat sarebbe stato posto a Napoli e Gerolamo Bonaparte a Firenze, costituendo con questo nuovo assetto della penisola una confederazione italiana sotto la presidenza del Papa, che avrebbe però avuto un ridimensionamento del proprio territorio. Il Piemonte, non vendo risorse economiche per sostenere una guerra, si obbligò di vendere alla Francia i suoi possedimenti di Nizza e Savoia, ed era in procinto di vendere anche la Sardegna se non fosse stato fermato dall'Inghilterra che temeva la formazione di una supremazia della Francia nel bacino mediterraneo.

L'Inghilterra, infatti, appena aveva saputo di questo piano, diffidò immediatamente Napoleone III e Cavour, chiedendo anche alla Prussia di intervenire militarmente per evitare una guerra contro l'Austria. Il conflitto, tuttavia, scoppiò ugualmente a causa dell'ingenuità del governo austriaco che inviò un ultimatum al Piemonte, che per questo fu considerato uno Stato aggredito, e che, com'era nei patti, fece scattare l'intervento francese. Durante il conflitto Cavour, noncurante degli accordi di Plombières, attivò numerose rivolte in Toscana, nei ducati di Parma e di Modena, e nelle Legazioni delle Romagne per poterle annettere al Piemonte: fu per questo che Napoleone III si affrettò a firmare un armistizio con gli Austriaci a Villafranca, ma anche per la pressante minaccia di un intervento prussiano alle sue frontiere.

In seguito l'Inghilterra ritenne più confacente ai suoi interessi una modifica radicale dell'assetto politico della penisola italiana. Determinante fu innanzitutto la progettata apertura del canale di Suez, fatto che rendeva indispensabile avere il dominio del Mediterraneo, e poi i contemporanei accordi commerciali tra le Due Sicilie e l'impero russo, che aveva iniziato a far navigare la sua flotta nel Mediterraneo, avendo come base d'appoggio proprio i porti delle Due Sicilie. L'Inghilterra, tra l'altro, aveva considerato che la creazione di un unico Stato nella penisola italiana potesse fare da contrappeso alla Francia nel Mediterraneo e avrebbe eliminato o ridotto fortemente l'influenza cattolica in Europa.

Non vanno sottovalutati anche altre vicende che determinarono un cambiamento della politica inglese nei confronti delle Due Sicilie: innanzitutto l'abolizione di fatto della Costituzione concessa nel 1848 e la mancata partecipazione delle Due Sicilie alla Lega Doganale. Tale situazione contrastava fortemente gli interessi commerciali inglesi che traevano buoni profitti dai traffici con gli Stati che avevano già una politica di libero scambio.

L'Austria non poté intervenire a causa delle sue lotte interne, mentre la Russia era troppo distante dal teatro degli avvenimenti. La Francia cercò di impedire le intenzioni annessionistiche del Piemonte, ma la successiva formazione di una intesa tra Austria, Prussia e Russia non le consentì di opporsi all'Inghilterra per non correre il rischio di rimanere politicamente isolata. Napoleone III si limitò a mantenere le sue truppe nello Stato pontificio con lo scopo dichiarato di proteggere il Papa, ma in realtà per tenere il nuovo Stato italiano sotto tutela francese.

La spinta verso l'annessione fu, senza dubbio, però, l'alleanza sotterranea tra la borghesia piemontese e di una parte di quella delle Due Sicilie, quella soprattutto liberale. Una gran parte della borghesia duosiciliana, infatti, restò legittimista e fornì non pochi aiuti alla resistenza subito formatasi dopo l'invasione delle truppe piemontesi. Gli obiettivi della borghesia piemontese erano quelli di impossessarsi di più ricchi territori e di sfruttare quest'ampliamento con l'opportunità di più vasti traffici e appalti, mentre gli scopi di quella duosiciliana, che era soprattutto una borghesia legata alla terra, erano quelli di sottrarsi alla tradizionale amministrazione dei Borbone e di impossessarsi delle vaste terre demaniali che erano concesse gratuitamente in uso civico ai contadini.

Conclusi tali accordi, che minarono dall'interno lo stesso governo delle Due Sicilie, l'azione di Garibaldi, enormemente aiutato dagli inglesi (sbarcarono anche truppe indiane in Sicilia), fu una facile passeggiata fino a Napoli, sebbene costellata da numerosi episodi di violenza, di stragi e di ruberie. Colpevole fu, infine, anche la dirigenza militare duosiciliana, quella che non tradì, che non aveva capito che nella guerra portata dai piemontesi non esisteva più la moralità, la cavalleria ed il rispetto del diritto di un tempo. L'invasione piemontese fu attuata, infatti, con una guerra totale che non rispettò principio alcuno.

La principale causa del crollo delle Due Sicilie va, senza dubbio, inquadrata nel marciume generato dalla corruzione massonica. Esso era dappertutto: nelle articolazioni statali, nell'esercito, nella magistratura, nell'alto clero (fatta salva gran parte dell'episcopato), nella corte del Re, vera tana di serpenti. Infatti, come ha esattamente analizzato Eduardo Spagnuolo: "addebitare ai piemontesi le colpe del nostro disastro è vero solo in parte e contrasta anche con i documenti dell'epoca. La responsabilità della perdita della nostra indipendenza e della nostra rovina è per intero della classe dirigente duosiciliana, che si fece corrompere in ogni senso. Non a caso le bande guerrigliere più motivate, come quella del generale Crocco e del sergente Romano, si muovevano per colpire, innanzitutto, i collaborazionisti e gli ascari delle guardie nazionali".

Dopo il 1860 non ci fu soltanto un popolo in lotta contro un esercito aggressore, come nel 1799, ma una guerra civile tra gli strati popolari e la minoranza collaborazionista, tutta proveniente dalle classi più abbienti della società meridionale. I piemontesi, come ha giustamente indicato ancora Eduardo Spagnuolo: "vinsero perché si erano precedentemente assicurati, attraverso l'azione sovversiva della massoneria, l'adesione dei "galantuomini" del Sud, i veri criminali briganti. Se non avessero avuto questo consenso fondamentale, mai e poi mai si sarebbero azzardati ad attaccarci. Se un popolo, infatti, insieme alla sua classe dirigente (o almeno con una parte consistente di essa) ha veramente voglia di resistere, non c'è repressione che tenga, anche se la vittoria piemontese sul campo era stata ottenuta soprattutto grazie ad una schiacciante superiorità di mezzi materiali e ad un'ottima organizzazione bellica frutto dell'esperienza delle varie guerre precedenti. All'eliminazione della "classe dirigente borbonica" contribuì, purtroppo, lo stesso Francesco II, che, nel concedere la costituzione, corrispose esattamente al piano diabolico dei liberali. Con la promulgazione della costituzione (che Ferdinando II aveva espressamente raccomandato al figlio di non concedere) furono eliminati legalmente i funzionari fedeli e soprattutto fu paralizzato il popolo attraverso il disarmo legale della Guardia Urbana, milizia popolare in stragrande maggioranza fedele al Re. Nonostante lo sfaldamento del nostro esercito, la partita poteva ancora essere vinta, o quanto meno si poteva veramente colpire con efficacia l'aggressore piemontese, ma la concessione reale della costituzione (nell'illusione di avere favorevoli i liberali, decisi, invece, a svendere la propria terra allo straniero) chiuse i giochi ancora prima di iniziare la partita. Attraverso di essa, infatti, quella parte della borghesia traditrice, proprio in nome di Francesco II, si impadronì di tutte le leve del potere, disarmando il popolo e armando, attraverso la ricostituita Guardia Nazionale, i sostenitori dei "galantuomini". A quel punto, regnando ancora nominalmente Francesco II, la magistratura, le autorità municipali e le forze di polizia finirono saldamente in mano al nemico. Il popolo si ritrovò completamente abbandonato e soprattutto senza possibilità di comunicazione con la "classe dirigente borbonica" legalmente allontanata da ogni carica istituzionale.

Contemporaneamente, primissima operazione delle "autorità", fu quella di allontanare tutti i vescovi dalle loro diocesi, episcopato che, essendo di nomina reale, poteva costituire una serissima e autorevolissima opposizione. È da rilevare, inoltre, che la resistenza non iniziò quando vennero i piemontesi, ma cominciò proprio quando fu concessa la costituzione liberale, che anche alcuni vescovi, specie delle Puglie, contrastarono attivamente. Se ben si osserva, da un punto di vista strettamente giuridico, i primissimi moti popolari avevano infatti un carattere "antiborbonico", poiché andavano contro la costituzione, in altre parole contro un corpo di leggi del Regno delle Due Sicilie promulgate su espressa volontà del legittimo Re Francesco II di Borbone. Il popolo, in realtà, aveva compreso immediatamente tutta la malizia dei liberali e si era mosso per contrastarla".

L'opposizione armata, tuttavia, fu soltanto un aspetto della più vasta resistenza all'invasione piemontese, perché tale resistenza si sviluppò per anni in modo civile con proteste della magistratura e dei militari, con la resistenza passiva dei dipendenti pubblici, con il rifiuto della classe colta a partecipare alle cariche pubbliche. Innumerevoli furono le manifestazioni di malcontento della popolazione, che si astenne spesso dal partecipare alle elezioni; non poche furono le iniziative di diffondere la stampa clandestina legittimista contro l'occupazione piemontese.

La resistenza duosiciliana, definita "brigantaggio", è stato analizzata e variamente spiegata, volendo dimostrare da una parte che essa era una specie di esercito sanfedista, sorretto dai reazionari duosiciliani, ma senza un capo carismatico, come lo era stato il cardinale Fabrizio Ruffo nel 1799; dall'altra che era un fenomeno esclusivamente sociale dovuto alle lotte contadine contro i cosiddetti "galantuomini", che avevano usurpato le terre demaniali e i beni della Chiesa, lotte che poi sfociarono nel crimine. In realtà, se qualcosa di vero di queste due tesi può essere considerata una componente di tutto l'insieme, è evidente dai fatti che tutto un popolo ha lottato contro l'invasione di un esercito considerato straniero e contro i collaborazionisti per lunghissimi anni. A questa guerra di resistenza, parteciparono, infatti, oltre ai contadini, militari del disciolto esercito duosiciliano, avvocati ed impiegati, operai e studenti, sindaci e magistrati. Numerosi furono anche legittimisti stranieri, particolarmente spagnoli, che fecero parte della resistenza duosiciliana. Il "brigantaggio", in sostanza, fu la reazione di una nazione intera in difesa della sua autonomia e della sua cultura. Una resistenza che avvenne spontaneamente, dunque, quando ormai, però, il Regno delle Due Sicilie, nei suoi gangli vitali, era controllato dagli occupanti piemontesi. Ben diversi sarebbero stati i risultati se Francesco II avesse egli stesso spronato tutto il popolo alla resistenza ancor prima che avesse avuto luogo l'invasione.

La resistenza duosiciliana iniziò con spontanei piccoli isolati episodi nell'agosto del 1860, subito dopo lo sbarco dei garibaldini provenienti dalla Sicilia. Inizialmente fu soprattutto la popolazione delle campagne che si rivoltò contro i comitati liberali filogaribaldini, ripristinando i simboli duosiciliani e i legittimi poteri nei vari paesi dell'entroterra. La resistenza divenne più consistente subito dopo l'occupazione piemontese e ad essa parteciparono migliaia di soldati duosiciliani sbandati, coscritti che rifiutavano di servire un'altra bandiera e persone d'ogni settore sociale. Divenne, poi, una vera e propria rivolta popolare quando le truppe piemontesi iniziarono una feroce repressione con esecuzioni sommarie e con arresti in massa. Nel corso dell'anno 1861 e del 1862 fu tutto un intero popolo che si sollevò, tanto che furono perseguitati anche il clero e i nobili lealisti che dovettero emigrare lasciando la resistenza priva di guida politica. Particolare attenzione fu data dagli occupanti all'informazione a mezzo stampa, mediante la quale era deformata qualsiasi notizia al fine di presentare la resistenza duosiciliana come espressione di criminalità comune e per nascondere le atrocità commesse dagli stessi invasori. Il compito di eseguire questa criminale azione di repressione fu affidato principalmente al generale Cialdini che ordinò eccidi, rappresaglie, saccheggi e distruzioni di centinaia di centri abitati per impedire che l'insurrezione diventasse del tutto incontrollabile.

Prima dell'invasione, della cosiddetta "Unità d'Italia" non se n'era mai sentita l'esigenza tra le restanti popolazioni italiane; trovare documenti o pubblicazioni che parlino di "spirito nazionale" prima dei "fatti risorgimentali" è estremamente difficile. L'idea unitaria, infatti, non ebbe mai alcun sostegno popolare: fu un pugno di massoni "borghesi", legati soltanto ad interessi materiali, a diffondere i cosiddetti "ideali risorgimentali"

Il colmo era poi dato dal Piemonte dei Savoia che, pur essendo francesi, dicevano di voler "liberare l'Italia dagli stranieri".

Il marchese Villamarina fu l'anello di congiunzione tra la dinastia sabauda e la massoneria che riuscì a "piazzare" Cavour, notoriamente massone, e uomo di fiducia degli inglesi, come primo ministro del Regno di Sardegna.  Della libertà e della indipendenza degli Italiani, d'altronde, ai Savoia non interessava alcunché: il loro obiettivo era quello  di espandere i possedimenti territoriali, utilizzarli ai loro interessi, rafforzarsi sempre di più sulla scena europea. Proprio questo, ma soprattutto la politica di rapina messa in opera a danno del Mezzogiorno d'Italia, è la dimostrazione di come, al di là delle dichiarazioni di unità e indipendenza, il Piemonte, sostenuto in questo dalla borghesia lombardo-veneta, arrivò al Sud con la mentalità del conquistatore.

Dal giorno della conquista, l'ex Regno delle Due Sicilie è diventato un grande mercato per i prodotti del Nord, mentre i suoi abitanti diventarono carne di cannone per le guerre che seguirono all'indomani della cosiddetta unità nazionale. E tutto questo avvenne con la complicità di una classe politica meridionale che è stata, purtroppo, sempre prona agli interessi delle lobby del cosiddetto "triangolo industriale". Di qui la nascita della cosiddetta "questione meridionale" e  le continue devastanti «tangentopoli» che ci impongono da oltre un secolo e che dimostrano come certi interessi dei vecchi conquistatori sono rimasti inalterati.

Il Popolo delle Due Sicilie, in tutta la sua lunghissima storia, non ha mai fatto una guerra d'aggressione contro altre nazioni. Ha dovuto, invece, sempre  difendersi dalle altrui aggressioni, fatte con le armi e con le menzogne. Ancora oggi dal Nord dell'Italia, per una congenita ignoranza, alimentata continuamente dalla falsa propaganda risorgimentale fatta instancabilmente dai vertici dello Stato "italiano", i Duosiciliani sono puerilmente aggrediti con violenze verbali e con luoghi comuni. Considerando tutti gli avvenimenti succedutisi dopo il 1860 ad oggi, si può affermare che con il "risorgimento" ebbe inizio quel processo politico, che, passando attraverso continue guerre suggestivamente etichettate, portò al fascismo prima, alla repubblica successivamente. Una repubblica che, mentre condanna il fascismo, esalta contraddittoriamente i cosiddetti «valori» del "risorgimento" che costituirono le fondamenta della retorica del regime.

lunedì 10 ottobre 2011

Li chiamarono...briganti - Epilogo con Lina Sastri

L'epilogo del film capolavoro di Pasquale Squitieri "Li chiamarono...briganti" interpretato da una sublime Lina Sastri.
Il film è stato l'unico ad aver avuto il coraggio di narrare la vera storia del risorgimento italiano.

Gli attori principali del film:
Enrico Lo Verso, Claudia Cardinale, Giorgio Albertazzi, Carlo Croccolo, Franco Nero, Lina Sastri.

Il video ha sottotitoli in italiano e in inglese.
This video has italian and english subtitles.
(SUB ITA - SUB ENG)

http://www.youtube.com/watch?v=RjYZtxMhMHs

Giovani, belle e spietate: le Brigantesse

Donne di Piombo: le antenate delle brigatiste degli anni Settanta. Si chiamavano Michelina, Filomena, Maria, Marianna donne passate alla storia come le Brigantesse. Donne giovani e spietate, con vaghi ideali politici, che dopo il 1860, in
unItalia appena unita, imbracciarono il fucile e si misero a capo di bande di briganti con cui contesero il controllo delle regioni dellex Regno delle Due Sicilie allesercito italiano. La loro storia, quasi sempre dallepilogo drammatico, può essere raccontata grazie alla ricostruzione delle vicende che videro protagoniste alcune famose donne brigante: Marianna Olivierio, Filomena Pennacchio, Michelina De Cesare, Maria Capitano.



http://www.youtube.com/watch?v=AmGk41QU8kY&feature=share