sabato 23 marzo 2013

BRIGANTAGGIO A FARA SAN MARTINO (Chieti)


(In particolare, all'imbocco della gola di Santo Spirito, detto anche di San Martino) I BRIGANTI La presenza di briganti che scorrazzavano per il territorio abruzzese e che potevano facilmente trovare riparo e rifugio tra le montagne non facilmente accessibili, è stato un fenomeno presente e che viene ricordato fin dai tempi più remoti ed in special modo durante il periodo della dominazione spagnola nel XVI e XVII secolo. I cambiamenti di regime o di dominatori contribuivano ad aumentare temporaneamente il numero di coloro che si davano alla macchia e contribuivano ad accrescere gli atti delinquenziali e a diminuire lo stato di sicurezza di coloro, spesso commercianti, si spostavano sul territorio senza una sicura scorta. Un brigantaggio politico ebbe ulteriore motivo di essere tra il 1798 ed il 1799 con la proclamazione della Repubblica Partenopea dopo e i sovrani borbonici erano fuggiti in Sicilia. Un altro rigurgito si ebbe tra il 1809 ed il 1810, durante il regno di Gioacchino Murat. Quando il Murat salì al trono, tutto il Regno si può dire infestato dai briganti: ogni contadino insofferente della miseria, come ogni ribaldo desideroso di conquistare la fortuna si davano alla campagna (F.S. Nitti). Il territorio di Fara, in prevalenza montuoso, si prestava a nascondere bande di malviventi e di persone che si erano date alla macchia. Nel linguaggio popolare l'appellativo di brigante è rimasto, con la prevalente indicazione di malvivente dedito a reati contro la popolazione. IL BRIGANTAGGIO Con l'avvento dell'Unità d'Italia nel 1861 il fenomeno ebbe una ulteriore recrudescenza ed interessò pesantemente la realtà politica ed economica di Fara San Martino. Il paese nel 1861 contava 2937 abitanti e nel plebiscito a favore dell'avvento del nuovo regno tutti gli aventi diritto si espressero in modo favorevole al Regno di Savoia. Fara si trovava in un momento estremamente favorevole che vedeva lo sviluppo dell'attività laniera con i commerci aperti verso la vecchia capitale Napoli. Il confronto con le attività laniere e tessili delle industrie del nord vide l'inizio di una inversione di tendenza e la lenta decadenza di tali attività. Nei vent'anni successivi la popolazione ebbe una diminuzione di quasi trecento unità. Tornando al problema del brigantaggio sappiamo che sul territorio farese si abbatterono due diverse bande che a volte agivano unite. La banda capitanata da Domenico Di Sciascio di Guardiagrele e la banda capitanata da Domenico Valerio di Casoli, più conosciuto con il nome di Cannone. Di questi specialmente il Cannone si distinse per la efferatezza delle sue azioni e per la ferocia con la quale portava a compimento i suoi crimini. I furti, i taglieggiamenti, le rapine ed i sequestri di persona erano le attività prevalenti di queste bande di briganti. In alcuni casi si ebbero anche delle connivenza tra alcuni faresi e queste bande, ma la loro partecipazione risultò sempre marginale nei confronti delle azioni criminose di queste bande di briganti. A Fara viene di solito ricordato un episodio di quel periodo, cioè il rapimento di un industriale laniero da parte della banda del Di Sciascio (Il Monastero di San Martino in Valle) UN EPISODIO DI BRIGANTAGGIO Giovanni Di Cecco era un industriale di pannilana e tessuti di Fara e per i suoi commerci si recava spesso verso Napoli per effettuare le consegne presso i suoi clienti. In uno di questi viaggi nel giugno del 1864 fu catturato probabilmente verso la montagna nei pressi di Palena. Oltre ad essere rapinato del suo bagaglio, i briganti lo tennero prigioniero e chiesero alla famiglia il pagamento di un riscatto. Le trattative vennero intavolate con la famiglia ed il Di Cecco fu spostato, assieme ai suoi carcerieri, sulle montagne di Fara. Non si sa di preciso come avvenne, ma una notte Giovanni Di Cecco riuscì ad eludere la sorveglianza dei suoi carcerieri (qualcuno riferisce che si servì della complicità di qualche brigante, ma sarebbe da escutere vista la ferocia di cui erano capaci i loro capi) e di corsa scese giù dalla montagna lungo i ghiaioni che arrivano fin giù alla Valle di San Martino. Scoperta la sua fuga i briganti lo rincorsero, ma non riuscirono a raggiungerlo. Durante la folle discesa il Di Cecco pregò la Madonna e promise che se avesse avuto salva la vita, avrebbe, per voto, ricostruito l'antica chiesa della Madonna dell'Uliveto i cui ruderi si trovavano tra le sorgenti del fiume Verde e le gole di San Martino. Arrivò sano e salvo in paese e mantenne fede al suo voto. Oggi infatti sul versante di destra, andando verso le gole di San Martino, è possibile scorgere una piccola cappella chiamata della Madonna dell'Uliveto che conserva un'antica tela della Madonna stessa. Sulla piccola facciata, in una piccola edicola sulla sinistra, si può leggere questa dedica scritta in un italiano abbastanza impreciso: Tu che passi in questa via, ferma il pie, lodi Maria a D(ivozione) di Giovanno Di Cecco del fu Stefano, per essere liberato da questa Vergine immane dei malviventi su la cima di questa montagna. A(nno) D(omini) 31 giugno 1864 (ricordiamo che giugno anche nel 1864 aveva 30 giorni). I due documenti che seguono, consistenti in due messaggi inviati dal Comune di Fara San Martino al Prefetto di Chieti, danno l'idea di come le istituzioni di Fara fossero impegnate nel debellare il fenomeno del brigantaggio e di quanta forza fosse richiesta per arginare il fenomeno. L'allora Sindaco Vincenzo Gentile, oltre a farsi promotore di iniziative per chiedere maggiori forze e suggerire le strategie più adatte, si rende disponibile a trovare persone da infiltrare tra i briganti, Luigi Tafani, e la disponibilità di persone che si sono rese colpevoli di collusione con i briganti e desiderano tirarsi fuori, come Pietro Di Maio. ---------------------------- Municipio e Guardia Nazionale Fara S. Martino, 20 Maggio 1865 Al Sig. Prefetto di Chieti Ventitre briganti ieri sera si videro accampati nella montagna di questo Comune e propriamente sotto il piano della Casa. Nel mentre abbiamo preso dei provvedimenti affinché dal Comune non si rechi loro del vitto, facendo guardare tutt'i sbocchi che menano alla montagna da questa Guardia Nazionale, ci troviamo nella necessità di spedire alla S. V. il presente espresso, affinché trovandosi disponibile un centosettanta, oppure un centocinquanta uomini di forza regolare, dar loro l'assalto con qualche felice risultato, dividendo la forza in tre distaccamenti, uno cioè prendendo la via di Palombaro, l'altro la via di Lama, ed il terzo per questo Comune, e così stringere e chiudere i briganti da tre lati. Intanto una persona fidata è stata spedita novellamente nella montagna per guardare le mosse dei briganti, e tenerli di mira. Attendiamo le disposizioni di risulta, nella intelligenza che la forza non potrà essere minore di quella indicata, potendo però inviare una sessantina di uomini verso Palombaro, una sessantina verso Lama, e il numero minore qui, che verrà coadiuvato da questa Guardia Nazionale, ed occorrendo delle guide ai due distaccamenti, possiamo anche fornirle. Il Sindaco V. Gentile Il Capitano della Guardia Nazionale ------------------------------ Municipio di Fara San Martino 17 Ottobre 1865 Al Sig. Sotto Prefetto di Chieti Spero con certezza poter da qui a dieci giorni partecipare alla S. V. la lieta nuova della cattura di Domenico Sciascio, a presentazione di Pietro Di Maio il quale per la premura da me ricevuta, tanto per parte della moglie che per mezzo di Luigi Tafani fu Francesco, il quale unitamente al Di Maio prenderà parte attiva in questo affare, fingendo mischiarsi tra i briganti, porteranno vivo o morto il di Sciascio in dato sito per consegnarlo alla forza. Anticipazione alla S. V. che non si dica, che il Tavani fosse unito coi briganti al fine di delinquere. La riverisco con distinta stima Il Sindaco V. Gentile fonte:http://www.brigantaggio.net/brigantaggio/storia/altre/FaraSanmartino.htm

domenica 10 marzo 2013


Ministero della Guerra, Segretariato Generale, Divisione Gabinetto del Ministro, Affari confidenziali e riservati, Brigantaggio

Pasquale Domenico Romano, noto come Sergente Romano ufficiale e brigante italiano


Cippo funerario nel bosco tra Gioia del Colle e Santeramo in onore del sergente Romano Pasquale Domenico Romano, noto come Sergente Romano (Gioia del Colle, 24 agosto 1833 – Gioia del Colle, 5 gennaio 1863), è stato un ufficiale e brigante italiano. Come militare servì nell'Esercito borbonico. Nacque da Giuseppe e Angela Concetta Lorusso, semplici pastori. Nel 1851, a soli 17 anni, si arruolò nell'Esercito borbonico dove raggiunse il grado di sergente divenendo "Alfiere" della Prima Compagnia del 5º Reggimento di Fanteria di linea. A seguito dell'Unità d'Italia divenne il comandante del Comitato Clandestino Borbonico di Gioia del Colle. Ben presto lasciò il comitato volendo passare subito all'azione, formando in poco tempo una squadra composta dalla maggior parte di ex-militari dell'Esercito Borbonico. Rifornitosi di armi e munizioni, il 26 luglio 1861 attaccò la guarnigione di Alberobello facendola prigioniera insieme ai militari del presidio di Cellino. A Cellino si decise di fucilare i prigionieri: il milite Vitantonio Donadeo inginocchiandosi durante la fucilazione gridò "Madonna del Carmine, aiutami!". Il fucile, puntato sulla nuca, fece cilecca e il sergente Romano risparmiò Donadeo ed altri 8 prigionieri.[1] Due giorni dopo, il 28 luglio, attaccò Gioia del Colle vincendo. Era conosciuto, ai tempi del brigantaggio, non come il sergente Romano, ma come Enrico La Morte. Ebbe anche contatti con Carmine "Donatello" Crocco, leader dei briganti del Vulture e parteciparono, assieme, ad alcuni assalti alle truppe unitarie, come nel febbraio 1862, quando Crocco e Romano giunsero con i loro uomini nei pressi di Andria e Corato, uccidendo dei militi della Guardia Nazionale in servizio di perlustrazione e depredando alcune masserie. Romano invitò il capobrigante lucano ad un'alleanza, con l'obiettivo di conquistare Terra d'Otranto e i comuni del barese innalzando ovunque il vessillo borbonico ma Crocco, reduce dell'esito negativo dei precedenti tentativi di restaurazione, rifiutò la proposta.[2] Il 24 luglio 1862, quattro commilitoni si distaccarono dal sergente Romano che non era a favore, dimostrando pietà, della morte del prigioniero caporale della Guardia Nazionale Teodoro Prisciantelli.[non chiaro] A seguito dell'uccisione della sua fidanzata, Lauretta d'Onghia[3], il 9 agosto ad Alberobello il sergente Romano assaltò la fattoria di Vito Angelini, probabilmente il delatore che aveva permesso la morte di Lauretta, e lo fece fucilare nell'aia. Dopo aver subito una dura sconfitta il 4 novembre 1862 presso la masseria Monaci, vicino Noci, il capobrigante divise la sua banda in piccoli gruppi più manovrabili, ispirandosi alla tattica di Crocco.[4] Nello stesso mese, furono invasi i comuni di Carovigno ed Erchie, disperdendo la guardia nazionale e saccheggiando le abitazioni dei liberali. Sergente Romano morì nelle campagne tra Gioia del Colle e Santeramo in Colle durante un sanguinoso scontro a fuoco con la Guardia Nazionale e i Cavalleggeri di Saluzzo il 5 gennaio 1863. Circondato da forze sovrastanti, circa 200 uomini, non esitò ad accettare battaglia e combattere con i suoi 20 compagni. Prima di morire chiese di essere ucciso come un soldato ma fu invece ammazzato a sciabolate.[5] Dopo la sua morte certa[non chiaro] storiografia risorgimentale bollò subito il sergente come un semplice "brigante", quindi anche come un "criminale"[senza fonte]. Attualmente, invece, la sua figura è rivalutata da molti ambienti neo-borbonici che lo definiscono "patriota" del Sud. Certamente, al di là di questi giudizi parziali, alcune testimonianze aiutano a descrivere la sua complessa figura. Il de Poli, per esempio, ci riferisce l'attaccamento del popolo verso il sergente (considerato dalla gente del luogo come un eroe): « Tutti gli abitanti del paese vollero contemplare un'ultima volta questi resti irriconoscibili dell'eroico patriota; si veniva là come ad un pellegrinaggio santificato dal martirio; gli uomini si scoprivano il capo, le donne si inginocchiavano, quasi tutti piangevano. Mai un'accusa si levava contro la memoria del morto, mai un grido di riprovazione fu inteso; egli portava nella tomba il rimpianto e l'ammirazione dei suoi compatrioti[6] » Contrariarmente a quanto afferma una certa storiografia marxista sui briganti[senza fonte], la sua lotta contro il Regno di Italia fu dovuta non solamente al popolo ma anche al Re e alla religione[senza fonte]. Significativo è il giuramento ritrovato sul suo corpo dopo la sua morte: « Promettiamo e giuriamo di sempre difendere con l'effusione del sangue Iddio, il sommo pontefice Pio IX, Francesco II, re del regno delle Due Sicilie, ed il comandante della nostra colonna degnamente affidatagli e dipendere da qualunque suo ordine, sempre pel bene dei soprannominati articoli; così Iddio ci aiuterà e ci assisterà sempre a combattere contro i ribelli della santa Chiesa. Promettiamo e giuriamo ancora di difendere gli stendardi del nostro re Francesco II a tutto sangue, e con questo di farli scrupolosamente rispettare ed osservare da tutti quei comuni i quali sono subornati dal partito liberale. Promettiamo e giuriamo inoltre di non mai appartenere a qualsivoglia setta contro il voto unanimemente da noi giurato, anche con la pena della morte che da noi affermativamente si è stabilita. Promettiamo e giuriamo che durante il tempo della nostra dimora sotto il comando del prelodato nostro comandante distruggere il partito dei nostri contrari i quali hanno abbracciato le bandiere tricolorate sempre abbattendole con quel zelo ed attaccamento che l'umanità dell'intiera nostra colonna ha sopra espresso, come abbiamo dimostrato e dimostreremo tuttavia sempre con le armi alla mano, e star pronto sempre a qualunque difesa per il legittimo nostro re Francesco II. Promettiamo e giuriamo di non appartenere giammai per essere ammesso ad altre nostre colonne del nostro partito medesimo, sempre senza il permesso dell'anzidetto nostro comandante per effettuarsi un tal passaggio. Il presente atto di giuramento si è da noi stabilito volontariamente a conoscenza dell'intera nostra colonna tutta e per vedersi più abbattuta la nostra santa Chiesa cattolica romana, della difesa del sommo pontefice e del legittimo nostro re. Così abbracciare tosto qualunque morte per quanto sopra si è stabilito col presente atto di giuramento[7] » Oltre al giuramento sul suo corpo si trovarono delle preghiere a Dio e alla Vergine Maria. *Trovato morto, la gente di Gioia del Colle non voleva credere alla sua uccisione. Una leggenda popolare, infatti, raccontava che il corpo non fosse il suo, essendo il sergente Romano per il popolo immortale grazie ad una medaglietta che aveva ricevuto in dono da Pio IX.[8] Anche suo fratello, Vito Romano, fu patriota, arruolatosi nella legione del fratello a soli 17 anni. Il 24 aprile 2010 gli è stata dedicata una strada a Villa Castelli. Ogni anno nel giorno della sua morte si celebra presso il luogo dello scontro un evento che per molti meridionalisti è occasione per ricordare quanto avvenne a seguito dell'unità d'Italia.[9] Note ^ Francesco Mario Agnoli, Dossier Brigantaggio, Controcorrente, pg.248 ^ Ettore Cinnella, Carmine Crocco. Un brigante nella grande storia, Della Porta, 2010, p.148 ^ Alla fidanzata scriveva alcune lettere, in una di queste diceva a Lauretta che lui aspirava solamente a formarsi una famiglia con lei, vivendo così da buon cristiano, "non appena sentiremo la novella di essere nel trono il nostro Re"[senza fonte]. ^ Antonio Pagano, Due Sicilie: 1830-1880, Capone, 2002, p.216 ^ Gigi di Fiore, Controstoria dell'Unità di Italia, Rizzoli, pg.205 ^ Cfr. Oscar de Poli, De Naples a Palerme, Parigi, 1865. ^ Marco Monnier, Notizie documenti sul brigantaggio nelle province napoletane, Barbero, Firenze 1862, pp. 73-74 ^ G. Buratti, Carlo Antonio Castaldi, Editoriale Jaka Book, Milano 1989, pg. 23 ^ Articolo sulla cerimonia. Bibliografia [modifica] Bibliografia Antonio Lucarelli, Il sergente Romano: notizie e documenti riguardanti la reazione e il brigantaggio pugliese del 1860, Soc. Tip. Pugliese, Bari 1922. Antonio Lucarelli, Il brigantaggio politico nelle Puglie dopo il 1860. Il sergente Romano, Laterza, Bari 1946. Voci correlate [modifica] Voci correlate Brigantaggio Brigantaggio postunitario Brigante Gioia del Colle Portale Biografie Portale Due Sicilie fonte:http://it.wikipedia.org/wiki/Sergente_Romano

lunedì 11 febbraio 2013

Brigantaggio nel Lazio e briganti a Rocca Priora


Tra la fine del ’700 e la prima metà dell’800, la cronaca nera sul brigantaggio nel Lazio riporta un lungo, agghiacciante elenco di grassazioni, omicidi, parricidi e assalti alle diligenze, perpetrati nei luoghi più impervi e torvi. Il Governo è quello del Papa Re, Pio IX, che prevede la pena capitale. Infatti molti briganti, acciuffati, sono inesorabilmente condannati al… “taglio della testa e squarto”. Nell’elenco delle tante esecuzioni capitali tenuto da Mastro Titta (Giovanni Battista Bugatti, carnefi ce romano dal 1796 al 1864), ne risultano molte legate al brigantaggio operante nella malfamata “Macchia della Faiola”, zona aspra e selvaggia tra il Maschio d’Ariano, Monte Artemisio e Monte Algido. Questa zona dà il triste appellativo alla “banda dei briganti della Faiola”, capeggiata dal famigerato Gasperone o Gasbarrone, al secolo Cesare de Cesaris. Tra gli affi liati alla banda della Faiola spicca il luogotenente di Gasperone, Tommaso Transerici, detto il Maghetto. Tale appellativo gli viene attribuito per la sua spiccata agilità e diabolica furberia. Originario di Rocca Priora, vetta dei colli albanotuscolani che per la sua conformazione orografi ca costituisce il luogo più adatto come rifugio inespugnabile della banda, è colpevole di scorribande aggressive e sanguinose, tormentando l’intera zona intercastellana. Le continue lagnanze delle potenze straniere per le pessime condizioni di sicurezza dei dintorni di Roma, al punto da mettere a repentaglio la vita e gli averi di coloro che vi transitano, spingono il governo di Pio IX ad intraprendere una campagna anti brigantaggio e condurla con energia. La “Macchia della Faiola” è perlustrata palmo a palmo, ma le pattuglie, purtroppo, rientrano senza risultati apprezzabili: sembrerebbe che il Monte Artemisio sia collegato con il Monte Algido per mezzo di lunghe gallerie sottostanti il massiccio, di cui sono state trovate tracce evidenti durante scavi archeologici. Nell’anno 1817, il Maghetto capeggia una bellicosa orda di banditi nell’assalto a Villa Rufi nella, residenza del principe Aldobrandini in Frascati, che ospita Luciano Bonaparte, fratello di Napoleone. L’azione è fi nalizzata al sequestro del Bonaparte per ottenerne un forte riscatto, ma questi riesce a sottrarsi alla cattura, mettendosi in salvo attraverso i sotterranei della villa. Il bandito rapisce il pittore Chatillòn, credendolo il Principe Bonaparte. Si narra che l’artista fu trattato con cura dai briganti, perché dipinse ad ognuno il proprio ritratto. Chatillòn fu riscattato dal Principe stesso con ben 500 scudi. Per concludere con queste oscure cronache di brigantaggio a Rocca Priora, c’è da ricordare un tale Antonello da Rocca Priora, che fu preso, condannato e impiccato con squarto, per aver ucciso nel proprio letto, dopo averlo derubato di denari e gioielli, il cardinale Angelotto Palozzi di cui era cameriere, il giorno 12 settembre 1444. È questa una piccola parte del triste retaggio storico del brigantaggio nel Lazio e dei briganti della Faiola. fonte: http://www.ilfiloconduttore.it/storia/brigantaggio-nel-lazio-e-briganti-a-rocca-priora/

La storia sopravvissuta, alla storia raccontata dai vincitori


La storia mai raccontata Apriamo una via nuova, una via che ci porterà alla scoperta della nostra vera storia, la storia sopravvissuta alla storia raccontata dai vincitori. La storia di 140 anni fa, la storia del Sud post-unitario cha ha finanziato le grandi imprese del Nord, la storia di settori industriali meridionali all'avanguardia, la storia di una cultura da rivalutare, o scoprire, per conoscere le nostre vere radici, la nostra identità. 02/05/05 Briganti: delinquenti o resistenti, malfattori o patrioti? raccolta di appunti mix e frammenti di una storia troppo poco raccontata (lametropolis.it, Settimo Sigillo del 02/05/05 Se i briganti furono delinquenti allora l'Italia nacque legittimamente, ma se i briganti furono patrioti e resistenti allora è tutta un'altra storia. La storia del mezzogiorno contemporaneo pare essere un tutt'uno con la storia della questione meridionale. La storia delle cause e delle responsabilità piuttosto che la vicenda storica effettiva. Vae victis, una storia raccontata dai vincitori ed i vinti del Sud che si dovranno sempre giustificare sul perché si siano battuti "per la parte sbagliata". Una rivendicazione di una storia autonoma del Sud Italia è improponibile ma è possibile individuare le radici profonde dello sconvolgimento della vita di milioni di uomini e dell'economia che hanno cambiato la faccia delle popolazione meridionale negli ultimi 150 anni. La storia dei rapporti tra Nord e Sud, le radici della storia della questione meridionale. Il Brigantaggio ebbe inizio storicamente all’indomani della partenza per l’esilio del Re Francesco II di Borbone, avvenuta il 13 febbraio 1861, già due giorni dopo ci furono le prime sollevazioni. Quel Popolo che si ribellò fu marchiato con la parola "BRIGANTE" dall' idioma francese brigant che significa delinquente, bandito. La repressione messa in atto dai Piemontesi fu violentissima sin dall’inizio, ma inefficace. Il nuovo Regno d’Italia schierò ben 211.500 soldati e inviò i suoi ufficiali di maggior rilievo, eppure per molto tempo non riuscì a distruggere neppure una banda. Nel 1863, fu istituita una Commissione Parlamentare d’inchiesta presieduta dal deputato Giuseppe Massari quale venivano indicate le cause del brigantaggio: la miseria delle popolazioni, dovuta ovviamente all’oppressione borbonica; era povera perché affamata dai Borbone. Dalla relazione Massari ebbero come risultato la promulgazione della che autorizzava lo stato d'assedio nei paesi battuti dai briganti. Risultato: quasi un milione di morti, 54 paesi distrutti, stupri e violenze inaudite, processi e fucilazioni sommarie. Da un diario di un ufficiale sabaudo: . Pontelandolfo paese del beneventano fu letteralmente raso al suolo. Anche la storiografia corrente ha riconosciuto che la repressione contro il Brigantaggio ha fatto più vittime di tutte le altre guerre risorgimentali messe insieme. Ma c'è di più, purtroppo, ... campi di concentramento il più temibile quello di Fenestrelle fortezza situata a quasi duemila metri di altezza, sulle montagne piemontesi, sulla sinistra del Chisone, faceva tanto spavento come la relegazione in Siberia. Ufficiali, sottufficiali e soldati (tutti quei militari borbonici che non vollero finire il servizio militare obbligatorio nell'esercito sabaudo, tutti quelli che si dichiararono apertamente fedeli al Re Francesco II, quelli che giurarono aperta resistenza ai piemontesi) subirono il trattamento più feroce. La liberazione avveniva solo con la morte ed i corpi (non erano ancora in uso i forni crematori) venivano disciolti nella calce viva collocata in una grande vasca situata nel retro della chiesa che sorgeva all'ingresso del Forte. Una morte senza onore, senza tombe, senza lapidi e senza ricordo, affinché non restassero tracce dei misfatti compiuti. Ancora oggi, entrando a Fenestrelle, su un muro è ancora visibile l'iscrizione: "Ognuno vale non in quanto è ma in quanto produce". (ricorda molto la scritta dei lager nazisti). ... Già nel 1862 Nel mese di ottobre, essendosi fatta insostenibile la sistemazione dei prigionieri di guerra e dei detenuti politici, con la deportazione degli abitanti d'interi paesi, con le "galere" piene fino all'inverosimile, il governo piemontese diede incarico al suo ambasciatore a Lisbona di sondare la disponibilità del governo portoghese a cedere un'isola disabitata dell'Oceano Atlantico, al fine di relegarvi l'ingombrante massa di molte migliaia di persone da eliminare definitivamente. Il tentativo diplomatico, tuttavia, non ebbe successo, ma la notizia riportata il 31 ottobre dalla stampa francese suscitò una gran ripugnanza nell'opinione pubblica. (fonte www.cronologia.it/storia/a1863b.htm) L'aspetto più indecente di questa porzione di storia è che sullo sfondo c'è una storia di debiti di guerra (Cavour ne fece tre in dieci anni!) a cui si sommavano anche quelli per comprare quei cannoni a canna rigata che permisero la vittoria sull'esercito borbonico. Il piemonte era indebitato con Francia e Inghilterra ed il regno borbonico rappresentava una vera e propria miniera d'oro per la borghesia espansionistica piemontese e per gli affaristi internazionali. Le riserve auree del Regno delle Due Sicilie, (500 milioni contro i 100 dei piemontesi) avrebbero permesso di stampare carta moneta per circa tre miliardi una vera e propria manna se a ciò si aggiunge le nuove tasse imposte ai 9 milioni di abitanti, i risparmi, le terre ed i beni sottratti alle autorità ecclesiali destinati allo sviluppo dell'agricoltura padana. Tutto in nome dell'unità d'Italia. Il Sud fu depredato e soggetto ad una dura imposizione fiscale "Nel Regno delle Due Sicilie la tassazione era, nel 1859, di 14 franchi a testa. Nel 1866, sotto il nuovo regime, le tasse erano salite fino a 28 franchi a testa, il doppio di quanto pagava l"’oppresso" popolo napoletano prima che Garibaldi venisse a liberarlo". L'abolizione del protezionismo e l'eccessivo liberismo dello stato sabaudo espose le industrie alla concorrenza esterna, l'economia dei borboni non era pronta all'internazionalizzazione come del resto quella italiana non lo è stata fino al 1960, 100 anni dopo! La stampa europea definiva il sud borbonico arretrato ed inefficiente, termine ancora oggi in uso per indicare qualcosa che non funziona, ma come giustificare il proliferare di attività industriali? Come mai molte fabbriche vennero smantellate come il famosissimo complesso di S. Leucio, i cui telai furono portati qualche anno dopo a Valdagno, dove fu creata la prima fabbrica tessile nel Veneto e le ferriere di Mongiana, i cui macchinari furono trasferiti in Lombardia. - Verso la fine del tremendo decennio, il Brigantaggio, decimato e incattivito, andò perdendo la spinta ideale che lo aveva animato e le bande rimaste si diedero, allora sì, ad atti di malavita, istigate anche dalla condizione di estrema povertà nella quale le regioni meridionali eranocadute e dalla nascita del latifondo, che toglieva ai contadini ogni possibilità di una sopravvivenza dignitosa. Solo da quel momento in poi, la repressione piemontese prese il sopravvento: il Brigantaggio fu debellato definitivamente e i Meridionali andarono a cercare una nuova vita nelle Americhe, avviando un fenomeno del tutto sconosciuto fino nel Regno delle Due Sicilie. Nel 1861, infatti, si contavano soltanto 220mila italiani residenti all’estero; nel 1914 erano 6 milioni. È inquietante, se si pensa che la popolazione dell’ex Regno napoletano era composta da 8 milioni di persone. - L’esercito sardo aveva avuto la propria vittoria, ma non così il regno d’Italia: i briganti non erano distrutti, avevano trovato un’altra forma di resistenza, l’emigrazione. (fonte www.morronedelsannio.com/sud/brigantaggio.htm) Una nuova interpretazione del fenomeno del brigantaggio ciò che ha costituito un marchio d'infamia, e che metaforicamente ha accompagnato la storia dei meridionali fino ai giorni nostri così --- (spunto) riappropriarsi della sua storia in quanto risorsa, una traccia della memoria da recuperare, un segno forte che la storia ha lasciato nella zona, un “bene culturale” da valorizzare patrimonio di una terra ed esempio per una lealtà mostrata ad una cultura locale, ad una ’appartenenza comune. “Terra di Briganti” è la terra del SUD. Due diverse immagini del brigantaggio, una romantica l'altra cruda e spietata: quattro partigiani patrioti del Sud catturati dall'esercito nord-piemontese e da mercenari locali. I quatto, nonostante le apparenze sono tutti morti, sono tenuti dritti dalle braccia assassine dei loro carnefici. Luigi (Caserta) fonte: www.terraelibertasud.it

lunedì 1 ottobre 2012

Le Brigantesse Raccontano.....

Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero. 
(cit)



" Chiamateci Brigantesse e avete ragione
non dite assassine perchè anche noi abbiamo sentimenti,
ma abbiamo scelto questa vita 
montagna e dolore
per difendere questa terra dall'invasore".

sabato 4 agosto 2012

Balvano 1944 Un disastro ignorato


[intervista all'avvocato Gianluca Barneschi]
Storia Futura Un programma di Fabio Andriola Produttore esecutivo: Alessandra Giorgi Regia: Andrea Della Ventura e Giancarlo Russo Settima puntata (trasmessa giovedì 23 dicembre 2004 sul canale digitale terrestre Rai Doc) Nel servizio di apertura del programma Storia Futura l'avvocato Gianluca Barneschi ha presentato in anteprima il risultato delle sue ricerche sul disastro del treno 8017.
Il 3 marzo del 1944 in provincia di Potenza, nel comune di Balvano, più di 600 persone morirono in quello che può essere considerato il più grave incidente della storia della ferrovia. La cosa più sorprendente è che questo incidente, dopo sessanta anni, è pressoché sconosciuto alla moltitudine delle persone e anche agli organi di stampa. Uno dei motivi della mia indagine, uno dei fattori che più mi ha indotto in questa indagine decennale sul disastro del treno 8017, in Balvano, è stato quello di scoprire non solo perché questo incredibile incidente ferroviario avvenne, ma anche, e soprattutto, perché nel corso degli anni e dei decenni si calò sull'incidente stesso un incredibile e sorprendente oblio. Era l'anno 1944, forse il peggior anno della storia dell'Italia post-unitaria. In effetti nel 1944 non esisteva neanche l'Italia: esistevano due nazioni nelle quali, dietro governi formalmente italiani, in realtà agivano e comandavano eserciti e nazioni straniere. Nell'Italia meridionale c'era il regno del sud di Vittorio Emanuele III e del suo capo di governo Pietro Badoglio, che tentavano di continuare, di dare una continuità istituzionale al Regno d'Italia dopo la fuga del 9 settembre a Brindisi. Nell'Italia centro-settentrionale invece c'era la Repubblica Sociale di Benito Mussolini, alleata con i nazisti di Hitler. Nell'Italia meridionale, nonostante il passaggio del fronte bellico, la situazione era gravissima, soprattutto quella alimentare. Così, dai primi mesi del 1943, dalla zona del napoletano e anche dalla provincia di Salerno, persone con ogni mezzo di trasporto, preferibilmente assaltando i treni, anche quelli merci, si recavano negli agri della Calabria, della Basilicata e della Puglia, in cerca di generi alimentari. Con l'arrivo degli Alleati questa specie di commercio, questa specie di baratto di sussistenza, in realtà ebbe una grossa evoluzione perché nella zona di Napoli era facile approvvigionarsi, in maniera anche illecita, di materiali di ogni genere che poi venivano barattati appunto con i generi alimentari della zona della Basilicata, della Puglia e della Calabria. Questo è il motivo per cui centinaia di persone partirono dalla stazione di Napoli con un treno merci nonostante il controllo delle forze dell'ordine. Il treno merci si mosse dalla stazione di Napoli nelle prime ore del pomeriggio del 2 marzo 1944 e, nel corso del suo viaggio verso la Basilicata, incrementò la sua composizione, ma soprattutto incrementò il numero dei suoi passeggeri. Centinaia e centinaia di persone erano sul treno 8017 nonostante fosse un treno merci, composto prevalentemente da carri scoperti. Queste persone, uomini, donne ma anche bambini, adolescenti e ragazze, viaggiavano allocati in ogni luogo possibile, anche sui predellini dei carri e sul tetto dei carri merci coperti. Ci fu l'intervento della polizia militare alleata, molto violento, a base di colpi di sfollagente e anche di colpi di mitra alla stazione di Battipaglia, ma ciò non impedì che, pochi minuti dopo la mezzanotte del 3 marzo 1944, il treno 8017 entrasse in stazione a Balvano, carico di più di 600 persone. Il treno era partito da Napoli in trazione elettrica ma a Salerno era avvenuto un mutamento decisivo, in quanto la linea non elettrificata necessitava della trazione a vapore. E qui si concretizzò un elemento decisivo per la costituzione della tragedia perché, per motivi mai spiegati, vennero utilizzate non una ma due locomotive a vapore e, del tutto incongruamente, queste due locomotive a vapore vennero posizionate ambedue in testa al treno 8017. Nonostante il treno stesso fosse molto lungo e la linea molto tortuosa e in salita, e nonostante il fatto che, non solo le prescrizioni della regolamentazione ferroviaria, ma la logica e il buon senso imponessero, in quelle condizioni, di utilizzare la cosiddetta "trazione simmetrica" con una macchia a vapore in testa e l'altra in coda. Cinquanta minuti dopo la mezzanotte del 3 marzo 1944 il treno 8017 si mosse dalla stazione di Balvano: era composto di 45 carri e, appunto, di due locomotive in testa. La successiva stazione di Bella-Muro si trovava a meno di otto chilometri da quella di Balvano, e il treno 8017 avrebbe dovuto impiegare un tempo oscillante tra i venti minuti e gli ottanta minuti per raggiungere la stazione di Bella-Muro. Il treno 8017 non giunse mai alla stazione di Bella-Muro. Infatti, dopo aver imboccato la galleria delle armi, una galleria di circa due chilometri, la più lunga del tratto ferroviario tra Battipaglia e Potenza, inspiegabilmente il treno perse velocità e si immobilizzò all'incirca cinquecento metri all'interno della galleria.
A questo punto le testimonianze inevitabilmente diventano contrastanti e contraddittorie, anche perché soltanto il fuochista della macchina di testa sopravvisse tra tutto il personale di macchina. In ogni caso pare che il treno tentò di riavviarsi, prima in una direzione e poi nell'altra, e che fatalmente si fermò, bloccandosi praticamente tutto all'interno della galleria delle armi con soltanto due carri e mezzo fuori dal portale sud della galleria. E qui evidentemente emerge un aspetto decisivo della tragedia: poiché la linea in quel punto era in salita, evidentemente qualcuno del personale di bordo frenò il treno, anche perché altrimenti il treno stesso sarebbe scivolato per gravità. Seicento persone rimasero inerti mentre le due locomotive continuarono a eruttare gas venefici dalle loro ciminiere. Il destino di questo oltre seicento persone era inevitabilmente segnato. Ma cosa accadde dunque, dopo che il treno 8017 si fermò improvvisamente all'interno della galleria delle armi? Finalmente, dopo più di sessanta anni possiamo ricostruire tutti gli eventi. Questo grazie agli atti della segretissima indagine della commissione alleata, commissione che venne costituita immediatamente dopo l'incidente e che svolse delle approfondite indagini, ascoltando anche molti testimoni oculari dell'incidente. Gli atti di questa inchiesta fino a poco tempo fa erano appunto segretissimi, e solo dopo la loro desecretazione è stato possibile consultarli, e chi vi parla per la prima volta ha potuto analizzarli e acquisirli. Una cosa emerge in maniera molto chiara dalla lettura di questi atti e da una analisi incrociata di tutti gli eventi e di tutti i documenti: le responsabilità di quanto accadde al treno 8017 il 3 marzo 1944 sono molto chiare, però è altrettanto chiaro che nonostante queste responsabilità fossero evidenti non ci fu alcuna volontà di perseguire i reali responsabili di questo disastro. Eppure qualche colpevole c'era: basti pensare che i primi soccorsi arrivarono ben quattro ore dopo l'arresto del treno 8017 all'interno della galleria delle armi. Ma anche gli italiani, anche gli organi italiani svolsero delle indagini. Il verbale della riunione del consiglio dei ministri del 7 marzo 1944 è emblematico, e spiega anche per quale motivo poi, nel corso dei decenni successivi, sulla tragedia di Balvano calò l'oblio. Infatti il verbale del governo Badoglio non trova meglio che definire le povere vittime del treno 8017 come viaggiatori di frodo. Ma neanche questo è vero perché, proprio dagli atti dell'inchiesta americana, emerge che costoro non erano viaggiatori di frodo, nonostante si trovassero a viaggiare in maniera incredibile su un treno merci, perché proprio da questi verbali emerge che il personale ferroviario aveva chiesto e preteso il pagamento di biglietti per il viaggio.
Effettivamente la strage di Balvano può essere considerata la prima della lunga, purtroppo, serie di stragi post-belliche rimaste impunite: più di seicento persone morirono e, a quanto pare, non si trovò un responsabile per tutto questo. L'inchiesta del procuratore del Re di Potenza identificò quale unico responsabile il carbone fornito dagli alleati: evidentemente non era così. Però ci fu ancora una volta chi, nonostante l'inerzia delle istituzioni, non si dette per vinto. I parenti di alcune delle vittime attivarono contenzioni civili presso il tribunale di Napoli e, dopo una vicenda ultraventennale in cui non mancarono ancora una volta episodi sconcertanti, ricevettero un indennizzo assai modesto. Questa vicenda, con tutti i suoi particolari, è narrata nel mio libro di prossima pubblicazione, nel marzo 2005, per l'editore Mursia. Il titolo del libro sarà "Balvano 1944. I segreti di un disastro ferroviario ignorato". fonte:http://www.trenidicarta.it/treno8017/20041223storiafutura.html