lunedì 25 marzo 2013

Pasqua in Abruzzo: i Dolci



Ricetta originale

Cavallo e Pupa

Ingredienti :

Per l’impasto

10 uova – 500gr. Di mandorle sbucciate e macinate

10 cucchiai di zucchero e dieci di olio extra vergine

2 bustine di lievito x dolci

1 kg. di farina 00

Facoltativo:Per la copertura 500 gr. di cioccolato fondente (o bianco) e praline colorate per pasticceria

Procedimento : impastare tutti gli ingredienti e dare la forma di un cavallo o di Pupa sopra una teglia da forno ricoperta precedente mente da carta forno .

Infornare a 180° per 15 minuti –dopo di che portate la temperatura a 160° per altri 15 minuti

FACOLTATIVO: Quando il dolce è raffreddato ricoprirlo con il cioccolato e decorare secondo fantasia .

By Renato Di Carlo



2° Versione:
Ingredienti: uova n.5, farina 00 etti 300, gr. 300 di zucchero, gr. 150 di burro, una bustina di lievito vanigliato, buccia di limone grattugiata.

Preparazione: sulla spianatoia (asse di legno) disporre a fontana la farina, al centro mettere le uova, lo zucchero, il burro morbido, il lievito e la buccia grattugiata di limone, lavorare bene la pasta fino ad ottenere un impasto morbido e consistente, a questo punto prendere la teglia del forno, ungerla con il burro e fare con la pasta la forma di una donna ( per le femminucce ) o la forma di un cavallo (per i maschietti) e mettere in forno già caldo, a 180* x circa 30 minuti.

domenica 24 marzo 2013

Costume e costumi Novità al Museo di Roma





(Adolphe Roger, Brigante e brigantessa in costume di Sonnino, 1828, grafite, biacca e acquerello)


Nell’ambito della periodica rotazione di opere, il Museo di Roma presenta il nuovo allestimento della sala della grafica, dedicato al costume popolare.


Sono esposte opere, in particolare acquerelli, disegni e piccoli dipinti ad olio, libri e ceramiche che illustrano il costume popolare a Roma nel periodo compreso tra la fine del Settecento e gli ultimi decenni del XIX secolo.

E’ proprio nel corso dell’Ottocento che, nell’ambito della cultura artistica, si andava definendo un nuovo codice figurativo che, da un lato, conduceva all’idealizzazione di antichi schemi compositivi e di modelli classici, mentre, dall’altro, gettava le basi per un moderno studio antropologico indagato in un clima prepositivistico, nel tentativo di fissare ciò che andava irrimediabilmente scomparendo.

La produzione di queste opere, in qualche maniera destinata al mercato dei viaggiatori, costituiva il ricordo del viaggio a Roma quasi quanto la pittura di paesaggio, irrinunciabile souvenir per uno straniero del soggiorno nella città eterna.

Possiamo ritrovare tutto questo osservando le opere qui esposte che mostrano il passaggio da una impostazione classicheggiante con la quale Jacques Sablet ritrae scaricatori di merci e lavandaie , a Bartolomeo Pinelli con i suoi briganti e popolani dai profili che sembrano derivare dalla ritrattistica della Roma antica, ai venditori di giuncata di Filippo Giuntotardi, per approdare ai carrettieri di Athur John Strutt o alle donne laziali del Enrico Coleman.

Veri e propri riti legati alle stagioni scandivano la vita di contadini e popolani: ad esempio la mietitura e la conseguente trebbiatura hanno costituito fino ai primi decenni del Novecento un evento spettacolare. La trebbiatura si svolgeva solitamente in un’aia con i cavalli che per giorni avrebbero calpestato le spighe per farne uscire i chicchi, un lavoro massacrante, ma anche un grande occasione di festa alla sua conclusione: nella versione che ce ne fornisce l’olandese Quaedvlieg per l’ambientazione è stata scelta la campagna nei pressi di Ponte Milvio. Un altro rituale codificato si può considerare il trasporto di vino dai Castelli romani alla città che era effettuato con i tipici barocci a due ruote trascinati da coppie di cavalli o di buoi e forniti della caratteristica chiocciola per ripararsi dal sole e dalla pioggia come è testimoniato dalle vivaci scenette di Pio Joris.

In questa carrellata che vede protagonista la vita polare un cenno a parte meritano le donne: nella cultura dell’Italia centro-meridionale dell’epoca la vita extra-domestica è totale appannaggio maschile e la donna trova il suo spazio di espressione cantando, suonando il tamburello, danzando e dando vita in tal modo ad uno dei più potenti e ricorrenti stereotipi iconografici ottocenteschi di Roma e della sua campagna. Eccezione in questo panorama, è costituita dalle "minenti", donne di particolare fascino e bellezza che dedicavano una cura speciale al loro abbigliamento o alla acconciatura dei capelli; analogamente dalle orgogliose ciociare, soggetto molto caro agli artisti dell’epoca, o ancora, dalle brigantesse che devono aver colpito non poco la fantasia dei pittori, soprattutto quelli stranieri attivi a Roma nel periodo.
Si presenta anche un servizio da tavola realizzato in terraglia dalla Fabbrica Benucci e Latti di Pesaro nel 1834, originariamente composto da 108 pezzi. Il Latti si specializzò nelle terraglie dure di tipo inglese e lavorò nella fabbrica di Giovanni Volpato. Il servizio da tavola è decorato con costumi ripresi dalle incisioni di Bartolomeo Pinelli e presenta identiche scene o temi molto simili a quelli presenti nelle opere dell’artista qui esposte in esemplari singoli o raccolte in volume.
Le scenette sono riportate sulla terraglia con ottime calcomanie e il trasferibile, di colore bruno, rende assai fedelmente il disegno e i toni chiaroscurali tipici dell’opera del Pinelli.

Anche gli abiti antichi, attualmente visibili nelle altre sale del percorso museale, per esigenze conservative analoghe quelle relative alle opere su carta, saranno sostituiti con una nuova selezione comprendente corpetti femminili, marsine settecentesche e abiti femminili di fine Ottocento di notevole interesse per la storia del gusto.

fonte:http://www.museodiroma.it/mostre_ed_eventi/mostre/costume_e_costumi

sabato 23 marzo 2013

Brigantesse in Abruzzo



Le temibili Signore della macchia.




Tra i briganti ci fu posto anche per le donne: alcune erano madri, mogli o amanti di briganti, ma molte altre erano brigantesse

La fama dei briganti ancora oggi caratterizza, nell’immaginario collettivo, i territori montuosi ed impervi dell’Abruzzo, per secoli ideale nascondiglio delle bande dei fuorilegge. Ma non a tutti è noto che il brigantaggio post unitario conta la presenza di un cospicuo numero di donne. Molte furono semplicemente madri, mogli o amanti dei briganti, ma tante furono vere e proprie brigantesse. I documenti del tempo narrano le vicende, o più spesso l’epilogo delle vicende di figure come Angela Maria, madre del brigante Sottocarrao di Thurimparte che nel 1864 fu arrestata con l’ imputazione di "manutengoismo" per avere somministrato viveri ed altro al brigantaggio.

Si perché loro spesso vivendo nei paesi e facevano da tramite per i loro coniugi costretti a nascondersi tra le montagne. Appartenevano ad un ceto sociale delle plebi rurali, donne molto innamorate dei propri uomini, pronte a rinunciare ad una vita tranquilla, pur di seguire o di agevolare il loro compagno. Erano consapevoli di non avere scampo, eppure di fronte ad azioni pericolose non si tiravano mai in dietro.

Erano le confidenti più sicure, le messaggeri più fidate
.

Indossavano spesso abiti maschili, per entrare in un nuovo ruolo, un ruolo tutto maschile che però non le privava della loro femminilità.
Nascondevano i lunghi capelli sotto il cappello a falda larga ed indossavano anche orecchini d’oro.

La maggior parte delle volte capitava che, solo dopo averle catturate, ci si accorgeva del loro sesso e allora si adottava il criterio di commutare l’ergastolo in 15 anni di lavori forzati: fu il caso di Maria Capitanio, Gioconda Marini e Chiara Nardi. Spesso ebbero anche ruoli di primo piano, combattendo o comandando piccoli nuclei briganteschi: fu il caso della bella Michelina De Cesare che fu alla guida di un drappello del brigante Francesco Guerra di cui era l’amante pronte a combattere contro l’esercito piemontese che imperversava nell’Abruzzo e nel Lazio.

Le loro tracce sulle montagne dell’Abruzzo si sono ormai perse, sebbene la loro memoria continui a vivere nei documenti e nelle foto conservate presso gli archivi della regione o ancora di più nei racconti e nelle vecchie storie di briganti e brigantesse.


Lettera della brigantessa Maria Suriani al compagno

Mio caro Domenico, questa cosa che mi avete scritte mi avete fatto mettere a piangere mentre io non voleva andarci a San Nicola, ma la famiglia e i parenti m’anno voluto portarci per forza e mi dicevano se non adempiva al voto mi succedevano discrazie. Ecco vedete che cosa dovevo fare io e non poteva sapere che vi dispiaceva tanto. Perciò se volete seguitare ad amarmi, io vi prometto di fare sempre quello che voi mi dicete. E poi vi avete trovato un’altra sposa comme mi diceste l’altra volta, allora io pazienza faccio la Madonna del Carmine e io mi farò sempre in pianto. Vi mando quattro fazzoletti che tenete per mia memoria, altri sei ve lo manderò in appresso. In tanto vi dico se voi non mi amate più, io me ne andrò da Atessa e non mi vedrete più. Non vi dico la vostra amante ma vostra serva Maria Suriani.


fonte:http://antonello2.tripod.com/storia/brigantesse.htm

Donne in rivolta nel profondo Sud, la dignità offesa delle brigantesse









La tragedia dell'insurrezione contadina che infuriò dopo l'Unità d'Italia




Da qualche anno è emersa una letteratura che mira alla rivalutazione di quello che fu il brigantaggio meridionale dopo l'Unità.

I briganti erano guerriglieri contro l'«invasione piemontese» o, come sono stati raccontati, feroci malfattori?


C'è la tendenza da parte di studiosi e scrittori, per la verità soprattutto di destra, a considerarli partigiani combattenti per la libertà. Sarebbe però un errore non riflettere sulle cause sociali e politiche del fenomeno e sugli eccessi della repressione, che fu feroce, spietata e in certi casi disumana. Lo Stato unitario appena nato si considerava minacciato e ciò spiega, ma non giustifica, le sanguinose rappresaglie, come quella del 14 agosto 1861 a Pontelandolfo.

Il centocinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia va celebrato anche come un'occasione per ripensare agli aspetti del Risorgimento non soltanto positivi. È quello che riesce a fare, sia pure con qualche concessione a una supervalutazione, il volume Il canto delle pietre (Luigi Pellegrini editore), che comprende l'introduzione di Isabella Rauti, il componimento poetico Cantos di Pierfranco Bruni, che si ispira alla vicenda brigantesca, e i saggi di Gerardo Picardo, Neria De Giovanni, Marilena Cavallo e Micol Bruni.

Picardo ricostruisce le storie e i personaggi delle brigantesse. Queste donne, definite nei verbali di polizia, negli atti dei processi e nelle cronache giornalistiche del tempo «drude», termine spregiativo che le presenta come dedite al malaffare, negando i loro sentimenti di mogli, amanti, figlie, sorelle, sono oggetto di denigrazione perché partecipi della ribellione del mondo contadino: esse condividono non solo il destino dei loro uomini, ma gareggiano in ardimento con i maschi, impugnando il fucile, la «scoppetta» e indossando abiti maschili.



Due brigantesse lucane appartenenti alla banda di Carmine Donatelli, detto Crocco
Il saggio di Picardo è ben documentato e percorso da simpatia e talvolta da ammirazione per le brigantesse, cui riconosce quella dignità che è stata negata perché esse rappresentavano un aspetto della femminilità inaccettabile per la morale tradizionale. Con queste donne - Maria Capitanio e Marianna Oliviero, citate da Neria De Giovanni, o quelle descritte da Picardo, che ricostruisce le vicende umane di Michelina De Cesare, la compagna del brigante Francesco Guerra, e di Filomena Pennacchio, definita «regina delle selve», che fu amata dal famoso brigante Carmine Crocco, fino a Maria Lucia Di Nella e tante altre - si entra nell'atmosfera dell'epoca e si capiscono gli aspetti umani della rivolta rurale. Il rapporto tra il mondo contadino e i briganti - giustamente Marilena Cavallo cita a tal proposito Carlo Levi - è esaminato anche in riferimento alla posizione assunta dai signorotti, che finirono per avvantaggiarsi del tramonto del regno borbonico facendo il doppio gioco e impadronendosi dei terreni demaniali.

Riconoscere oggi queste realtà non significa giudicare negativamente il processo storico che portò all'Unità, ma capire a quale prezzo nel Sud esso è avvenuto. I briganti non erano eroi romantici, furono spesso brutali assassini. Erano tuttavia il prodotto di un dramma sociale contrassegnato dall'odio di classe e dal rifiuto di riconoscere le ragioni profonde della loro rivolta: un rifiuto che è all'origine della questione meridionale.

Giovanni Russo

fonte:http://www.corriere.it/unita-italia-150/recensioni/11_agosto_31/picardo-il-canto-delle-pietre_8dfab4d8-d3c0-11e0-85ce-5b24304f1c1c.shtml

BRIGANTAGGIO A FARA SAN MARTINO (Chieti)


(In particolare, all'imbocco della gola di Santo Spirito, detto anche di San Martino) I BRIGANTI La presenza di briganti che scorrazzavano per il territorio abruzzese e che potevano facilmente trovare riparo e rifugio tra le montagne non facilmente accessibili, è stato un fenomeno presente e che viene ricordato fin dai tempi più remoti ed in special modo durante il periodo della dominazione spagnola nel XVI e XVII secolo. I cambiamenti di regime o di dominatori contribuivano ad aumentare temporaneamente il numero di coloro che si davano alla macchia e contribuivano ad accrescere gli atti delinquenziali e a diminuire lo stato di sicurezza di coloro, spesso commercianti, si spostavano sul territorio senza una sicura scorta. Un brigantaggio politico ebbe ulteriore motivo di essere tra il 1798 ed il 1799 con la proclamazione della Repubblica Partenopea dopo e i sovrani borbonici erano fuggiti in Sicilia. Un altro rigurgito si ebbe tra il 1809 ed il 1810, durante il regno di Gioacchino Murat. Quando il Murat salì al trono, tutto il Regno si può dire infestato dai briganti: ogni contadino insofferente della miseria, come ogni ribaldo desideroso di conquistare la fortuna si davano alla campagna (F.S. Nitti). Il territorio di Fara, in prevalenza montuoso, si prestava a nascondere bande di malviventi e di persone che si erano date alla macchia. Nel linguaggio popolare l'appellativo di brigante è rimasto, con la prevalente indicazione di malvivente dedito a reati contro la popolazione. IL BRIGANTAGGIO Con l'avvento dell'Unità d'Italia nel 1861 il fenomeno ebbe una ulteriore recrudescenza ed interessò pesantemente la realtà politica ed economica di Fara San Martino. Il paese nel 1861 contava 2937 abitanti e nel plebiscito a favore dell'avvento del nuovo regno tutti gli aventi diritto si espressero in modo favorevole al Regno di Savoia. Fara si trovava in un momento estremamente favorevole che vedeva lo sviluppo dell'attività laniera con i commerci aperti verso la vecchia capitale Napoli. Il confronto con le attività laniere e tessili delle industrie del nord vide l'inizio di una inversione di tendenza e la lenta decadenza di tali attività. Nei vent'anni successivi la popolazione ebbe una diminuzione di quasi trecento unità. Tornando al problema del brigantaggio sappiamo che sul territorio farese si abbatterono due diverse bande che a volte agivano unite. La banda capitanata da Domenico Di Sciascio di Guardiagrele e la banda capitanata da Domenico Valerio di Casoli, più conosciuto con il nome di Cannone. Di questi specialmente il Cannone si distinse per la efferatezza delle sue azioni e per la ferocia con la quale portava a compimento i suoi crimini. I furti, i taglieggiamenti, le rapine ed i sequestri di persona erano le attività prevalenti di queste bande di briganti. In alcuni casi si ebbero anche delle connivenza tra alcuni faresi e queste bande, ma la loro partecipazione risultò sempre marginale nei confronti delle azioni criminose di queste bande di briganti. A Fara viene di solito ricordato un episodio di quel periodo, cioè il rapimento di un industriale laniero da parte della banda del Di Sciascio (Il Monastero di San Martino in Valle) UN EPISODIO DI BRIGANTAGGIO Giovanni Di Cecco era un industriale di pannilana e tessuti di Fara e per i suoi commerci si recava spesso verso Napoli per effettuare le consegne presso i suoi clienti. In uno di questi viaggi nel giugno del 1864 fu catturato probabilmente verso la montagna nei pressi di Palena. Oltre ad essere rapinato del suo bagaglio, i briganti lo tennero prigioniero e chiesero alla famiglia il pagamento di un riscatto. Le trattative vennero intavolate con la famiglia ed il Di Cecco fu spostato, assieme ai suoi carcerieri, sulle montagne di Fara. Non si sa di preciso come avvenne, ma una notte Giovanni Di Cecco riuscì ad eludere la sorveglianza dei suoi carcerieri (qualcuno riferisce che si servì della complicità di qualche brigante, ma sarebbe da escutere vista la ferocia di cui erano capaci i loro capi) e di corsa scese giù dalla montagna lungo i ghiaioni che arrivano fin giù alla Valle di San Martino. Scoperta la sua fuga i briganti lo rincorsero, ma non riuscirono a raggiungerlo. Durante la folle discesa il Di Cecco pregò la Madonna e promise che se avesse avuto salva la vita, avrebbe, per voto, ricostruito l'antica chiesa della Madonna dell'Uliveto i cui ruderi si trovavano tra le sorgenti del fiume Verde e le gole di San Martino. Arrivò sano e salvo in paese e mantenne fede al suo voto. Oggi infatti sul versante di destra, andando verso le gole di San Martino, è possibile scorgere una piccola cappella chiamata della Madonna dell'Uliveto che conserva un'antica tela della Madonna stessa. Sulla piccola facciata, in una piccola edicola sulla sinistra, si può leggere questa dedica scritta in un italiano abbastanza impreciso: Tu che passi in questa via, ferma il pie, lodi Maria a D(ivozione) di Giovanno Di Cecco del fu Stefano, per essere liberato da questa Vergine immane dei malviventi su la cima di questa montagna. A(nno) D(omini) 31 giugno 1864 (ricordiamo che giugno anche nel 1864 aveva 30 giorni). I due documenti che seguono, consistenti in due messaggi inviati dal Comune di Fara San Martino al Prefetto di Chieti, danno l'idea di come le istituzioni di Fara fossero impegnate nel debellare il fenomeno del brigantaggio e di quanta forza fosse richiesta per arginare il fenomeno. L'allora Sindaco Vincenzo Gentile, oltre a farsi promotore di iniziative per chiedere maggiori forze e suggerire le strategie più adatte, si rende disponibile a trovare persone da infiltrare tra i briganti, Luigi Tafani, e la disponibilità di persone che si sono rese colpevoli di collusione con i briganti e desiderano tirarsi fuori, come Pietro Di Maio. ---------------------------- Municipio e Guardia Nazionale Fara S. Martino, 20 Maggio 1865 Al Sig. Prefetto di Chieti Ventitre briganti ieri sera si videro accampati nella montagna di questo Comune e propriamente sotto il piano della Casa. Nel mentre abbiamo preso dei provvedimenti affinché dal Comune non si rechi loro del vitto, facendo guardare tutt'i sbocchi che menano alla montagna da questa Guardia Nazionale, ci troviamo nella necessità di spedire alla S. V. il presente espresso, affinché trovandosi disponibile un centosettanta, oppure un centocinquanta uomini di forza regolare, dar loro l'assalto con qualche felice risultato, dividendo la forza in tre distaccamenti, uno cioè prendendo la via di Palombaro, l'altro la via di Lama, ed il terzo per questo Comune, e così stringere e chiudere i briganti da tre lati. Intanto una persona fidata è stata spedita novellamente nella montagna per guardare le mosse dei briganti, e tenerli di mira. Attendiamo le disposizioni di risulta, nella intelligenza che la forza non potrà essere minore di quella indicata, potendo però inviare una sessantina di uomini verso Palombaro, una sessantina verso Lama, e il numero minore qui, che verrà coadiuvato da questa Guardia Nazionale, ed occorrendo delle guide ai due distaccamenti, possiamo anche fornirle. Il Sindaco V. Gentile Il Capitano della Guardia Nazionale ------------------------------ Municipio di Fara San Martino 17 Ottobre 1865 Al Sig. Sotto Prefetto di Chieti Spero con certezza poter da qui a dieci giorni partecipare alla S. V. la lieta nuova della cattura di Domenico Sciascio, a presentazione di Pietro Di Maio il quale per la premura da me ricevuta, tanto per parte della moglie che per mezzo di Luigi Tafani fu Francesco, il quale unitamente al Di Maio prenderà parte attiva in questo affare, fingendo mischiarsi tra i briganti, porteranno vivo o morto il di Sciascio in dato sito per consegnarlo alla forza. Anticipazione alla S. V. che non si dica, che il Tavani fosse unito coi briganti al fine di delinquere. La riverisco con distinta stima Il Sindaco V. Gentile fonte:http://www.brigantaggio.net/brigantaggio/storia/altre/FaraSanmartino.htm

domenica 10 marzo 2013


Ministero della Guerra, Segretariato Generale, Divisione Gabinetto del Ministro, Affari confidenziali e riservati, Brigantaggio

Pasquale Domenico Romano, noto come Sergente Romano ufficiale e brigante italiano


Cippo funerario nel bosco tra Gioia del Colle e Santeramo in onore del sergente Romano Pasquale Domenico Romano, noto come Sergente Romano (Gioia del Colle, 24 agosto 1833 – Gioia del Colle, 5 gennaio 1863), è stato un ufficiale e brigante italiano. Come militare servì nell'Esercito borbonico. Nacque da Giuseppe e Angela Concetta Lorusso, semplici pastori. Nel 1851, a soli 17 anni, si arruolò nell'Esercito borbonico dove raggiunse il grado di sergente divenendo "Alfiere" della Prima Compagnia del 5º Reggimento di Fanteria di linea. A seguito dell'Unità d'Italia divenne il comandante del Comitato Clandestino Borbonico di Gioia del Colle. Ben presto lasciò il comitato volendo passare subito all'azione, formando in poco tempo una squadra composta dalla maggior parte di ex-militari dell'Esercito Borbonico. Rifornitosi di armi e munizioni, il 26 luglio 1861 attaccò la guarnigione di Alberobello facendola prigioniera insieme ai militari del presidio di Cellino. A Cellino si decise di fucilare i prigionieri: il milite Vitantonio Donadeo inginocchiandosi durante la fucilazione gridò "Madonna del Carmine, aiutami!". Il fucile, puntato sulla nuca, fece cilecca e il sergente Romano risparmiò Donadeo ed altri 8 prigionieri.[1] Due giorni dopo, il 28 luglio, attaccò Gioia del Colle vincendo. Era conosciuto, ai tempi del brigantaggio, non come il sergente Romano, ma come Enrico La Morte. Ebbe anche contatti con Carmine "Donatello" Crocco, leader dei briganti del Vulture e parteciparono, assieme, ad alcuni assalti alle truppe unitarie, come nel febbraio 1862, quando Crocco e Romano giunsero con i loro uomini nei pressi di Andria e Corato, uccidendo dei militi della Guardia Nazionale in servizio di perlustrazione e depredando alcune masserie. Romano invitò il capobrigante lucano ad un'alleanza, con l'obiettivo di conquistare Terra d'Otranto e i comuni del barese innalzando ovunque il vessillo borbonico ma Crocco, reduce dell'esito negativo dei precedenti tentativi di restaurazione, rifiutò la proposta.[2] Il 24 luglio 1862, quattro commilitoni si distaccarono dal sergente Romano che non era a favore, dimostrando pietà, della morte del prigioniero caporale della Guardia Nazionale Teodoro Prisciantelli.[non chiaro] A seguito dell'uccisione della sua fidanzata, Lauretta d'Onghia[3], il 9 agosto ad Alberobello il sergente Romano assaltò la fattoria di Vito Angelini, probabilmente il delatore che aveva permesso la morte di Lauretta, e lo fece fucilare nell'aia. Dopo aver subito una dura sconfitta il 4 novembre 1862 presso la masseria Monaci, vicino Noci, il capobrigante divise la sua banda in piccoli gruppi più manovrabili, ispirandosi alla tattica di Crocco.[4] Nello stesso mese, furono invasi i comuni di Carovigno ed Erchie, disperdendo la guardia nazionale e saccheggiando le abitazioni dei liberali. Sergente Romano morì nelle campagne tra Gioia del Colle e Santeramo in Colle durante un sanguinoso scontro a fuoco con la Guardia Nazionale e i Cavalleggeri di Saluzzo il 5 gennaio 1863. Circondato da forze sovrastanti, circa 200 uomini, non esitò ad accettare battaglia e combattere con i suoi 20 compagni. Prima di morire chiese di essere ucciso come un soldato ma fu invece ammazzato a sciabolate.[5] Dopo la sua morte certa[non chiaro] storiografia risorgimentale bollò subito il sergente come un semplice "brigante", quindi anche come un "criminale"[senza fonte]. Attualmente, invece, la sua figura è rivalutata da molti ambienti neo-borbonici che lo definiscono "patriota" del Sud. Certamente, al di là di questi giudizi parziali, alcune testimonianze aiutano a descrivere la sua complessa figura. Il de Poli, per esempio, ci riferisce l'attaccamento del popolo verso il sergente (considerato dalla gente del luogo come un eroe): « Tutti gli abitanti del paese vollero contemplare un'ultima volta questi resti irriconoscibili dell'eroico patriota; si veniva là come ad un pellegrinaggio santificato dal martirio; gli uomini si scoprivano il capo, le donne si inginocchiavano, quasi tutti piangevano. Mai un'accusa si levava contro la memoria del morto, mai un grido di riprovazione fu inteso; egli portava nella tomba il rimpianto e l'ammirazione dei suoi compatrioti[6] » Contrariarmente a quanto afferma una certa storiografia marxista sui briganti[senza fonte], la sua lotta contro il Regno di Italia fu dovuta non solamente al popolo ma anche al Re e alla religione[senza fonte]. Significativo è il giuramento ritrovato sul suo corpo dopo la sua morte: « Promettiamo e giuriamo di sempre difendere con l'effusione del sangue Iddio, il sommo pontefice Pio IX, Francesco II, re del regno delle Due Sicilie, ed il comandante della nostra colonna degnamente affidatagli e dipendere da qualunque suo ordine, sempre pel bene dei soprannominati articoli; così Iddio ci aiuterà e ci assisterà sempre a combattere contro i ribelli della santa Chiesa. Promettiamo e giuriamo ancora di difendere gli stendardi del nostro re Francesco II a tutto sangue, e con questo di farli scrupolosamente rispettare ed osservare da tutti quei comuni i quali sono subornati dal partito liberale. Promettiamo e giuriamo inoltre di non mai appartenere a qualsivoglia setta contro il voto unanimemente da noi giurato, anche con la pena della morte che da noi affermativamente si è stabilita. Promettiamo e giuriamo che durante il tempo della nostra dimora sotto il comando del prelodato nostro comandante distruggere il partito dei nostri contrari i quali hanno abbracciato le bandiere tricolorate sempre abbattendole con quel zelo ed attaccamento che l'umanità dell'intiera nostra colonna ha sopra espresso, come abbiamo dimostrato e dimostreremo tuttavia sempre con le armi alla mano, e star pronto sempre a qualunque difesa per il legittimo nostro re Francesco II. Promettiamo e giuriamo di non appartenere giammai per essere ammesso ad altre nostre colonne del nostro partito medesimo, sempre senza il permesso dell'anzidetto nostro comandante per effettuarsi un tal passaggio. Il presente atto di giuramento si è da noi stabilito volontariamente a conoscenza dell'intera nostra colonna tutta e per vedersi più abbattuta la nostra santa Chiesa cattolica romana, della difesa del sommo pontefice e del legittimo nostro re. Così abbracciare tosto qualunque morte per quanto sopra si è stabilito col presente atto di giuramento[7] » Oltre al giuramento sul suo corpo si trovarono delle preghiere a Dio e alla Vergine Maria. *Trovato morto, la gente di Gioia del Colle non voleva credere alla sua uccisione. Una leggenda popolare, infatti, raccontava che il corpo non fosse il suo, essendo il sergente Romano per il popolo immortale grazie ad una medaglietta che aveva ricevuto in dono da Pio IX.[8] Anche suo fratello, Vito Romano, fu patriota, arruolatosi nella legione del fratello a soli 17 anni. Il 24 aprile 2010 gli è stata dedicata una strada a Villa Castelli. Ogni anno nel giorno della sua morte si celebra presso il luogo dello scontro un evento che per molti meridionalisti è occasione per ricordare quanto avvenne a seguito dell'unità d'Italia.[9] Note ^ Francesco Mario Agnoli, Dossier Brigantaggio, Controcorrente, pg.248 ^ Ettore Cinnella, Carmine Crocco. Un brigante nella grande storia, Della Porta, 2010, p.148 ^ Alla fidanzata scriveva alcune lettere, in una di queste diceva a Lauretta che lui aspirava solamente a formarsi una famiglia con lei, vivendo così da buon cristiano, "non appena sentiremo la novella di essere nel trono il nostro Re"[senza fonte]. ^ Antonio Pagano, Due Sicilie: 1830-1880, Capone, 2002, p.216 ^ Gigi di Fiore, Controstoria dell'Unità di Italia, Rizzoli, pg.205 ^ Cfr. Oscar de Poli, De Naples a Palerme, Parigi, 1865. ^ Marco Monnier, Notizie documenti sul brigantaggio nelle province napoletane, Barbero, Firenze 1862, pp. 73-74 ^ G. Buratti, Carlo Antonio Castaldi, Editoriale Jaka Book, Milano 1989, pg. 23 ^ Articolo sulla cerimonia. Bibliografia [modifica] Bibliografia Antonio Lucarelli, Il sergente Romano: notizie e documenti riguardanti la reazione e il brigantaggio pugliese del 1860, Soc. Tip. Pugliese, Bari 1922. Antonio Lucarelli, Il brigantaggio politico nelle Puglie dopo il 1860. Il sergente Romano, Laterza, Bari 1946. Voci correlate [modifica] Voci correlate Brigantaggio Brigantaggio postunitario Brigante Gioia del Colle Portale Biografie Portale Due Sicilie fonte:http://it.wikipedia.org/wiki/Sergente_Romano