lunedì 25 marzo 2013

La storia di un Genocidio mai raccontato terza parte


Per i meridionali le SS furono quei "fratelli d'Italia", che si travestirono da liberatori e furono coloniatori. Essi hanno continuato a massacrarci, derubandoci della nostra memoria, ma è il tempo che la piccola fiammella rimasta sotto le ceneri del tempo, diventi ora incendio... un incendio di libertà.

vai:http://www.youtube.com/watch?NR=1&v=jFMASC22jmI&feature=endscreen

La storia di un Genocidio mai raccontato seconda parte



Furono decine e decine i paesi distrutti, tanti i deportati e carcerati, migliaia di migliaia i morti, e i "fratelli d'Italia" furono tanti Caino, che scannarono Abele per togliergli la sua terra.


vai:http://www.youtube.com/watch?NR=1&v=z5A8BdO34jQ&feature=endscreen

La storia di un genocidio mai raccontato prima parte



Con questo primo video voglio iniziare a raccontare un gravissimo genocidio, quello delle popolazioni del Sud, che l'armata barbaresca del sabaudo regno,con violenza e crudeltà, hanno condotto nella conquista del Regno delle Due Sicilie. Questo genocidio è stato tenuto nascosto per tutti questi 148 anni, ma ora bisogna che tutti sappiano, perchè la celebrazione del 150° dell'unità, sia il tempo della memoria e della riscossa

vai:
http://www.youtube.com/watch?v=bwafgAls360

Pizze di Pasqua






Questo tipico dolce pasquale è frutto della più antica tradizione culinaria teramana.

Dosi per 3 pizze di Pasqua.

Montare a neve gli albumi (aggiungendo prima un pizzico di sale). Separatamente sbattere i tuorli con lo zucchero e mescolarli agli albumi montati.

Aggiungere al composto ottenuto l'olio, la farina, il lievito, i semi di anice e mescolare bene. Lasciar lievitare per circa 24 ore.

Unire poi il cedro a pezzetti, l'uva secca, la buccia di limone grattugiata, la cannella tritata finemente e rimescolare con cura.

Preparare le teglie ungendole a piacere con burro o olio e riempirle per circa un terzo della loro capienza.

Attendere che la massa lieviti per una seconda volta (24 ore circa)

Cuocere in forno abbastanza caldo per circa 60 minuti.

n.b. ci sono varie versioni di questa pizza ho scelto quella teramana

fonte:http://turismo.provincia.teramo.it/enogastronomia/la-cucina-teramana/dolci/pizza-di-pasqua-1

Pasqua in Abruzzo: i Dolci



Ricetta originale

Cavallo e Pupa

Ingredienti :

Per l’impasto

10 uova – 500gr. Di mandorle sbucciate e macinate

10 cucchiai di zucchero e dieci di olio extra vergine

2 bustine di lievito x dolci

1 kg. di farina 00

Facoltativo:Per la copertura 500 gr. di cioccolato fondente (o bianco) e praline colorate per pasticceria

Procedimento : impastare tutti gli ingredienti e dare la forma di un cavallo o di Pupa sopra una teglia da forno ricoperta precedente mente da carta forno .

Infornare a 180° per 15 minuti –dopo di che portate la temperatura a 160° per altri 15 minuti

FACOLTATIVO: Quando il dolce è raffreddato ricoprirlo con il cioccolato e decorare secondo fantasia .

By Renato Di Carlo



2° Versione:
Ingredienti: uova n.5, farina 00 etti 300, gr. 300 di zucchero, gr. 150 di burro, una bustina di lievito vanigliato, buccia di limone grattugiata.

Preparazione: sulla spianatoia (asse di legno) disporre a fontana la farina, al centro mettere le uova, lo zucchero, il burro morbido, il lievito e la buccia grattugiata di limone, lavorare bene la pasta fino ad ottenere un impasto morbido e consistente, a questo punto prendere la teglia del forno, ungerla con il burro e fare con la pasta la forma di una donna ( per le femminucce ) o la forma di un cavallo (per i maschietti) e mettere in forno già caldo, a 180* x circa 30 minuti.

domenica 24 marzo 2013

Costume e costumi Novità al Museo di Roma





(Adolphe Roger, Brigante e brigantessa in costume di Sonnino, 1828, grafite, biacca e acquerello)


Nell’ambito della periodica rotazione di opere, il Museo di Roma presenta il nuovo allestimento della sala della grafica, dedicato al costume popolare.


Sono esposte opere, in particolare acquerelli, disegni e piccoli dipinti ad olio, libri e ceramiche che illustrano il costume popolare a Roma nel periodo compreso tra la fine del Settecento e gli ultimi decenni del XIX secolo.

E’ proprio nel corso dell’Ottocento che, nell’ambito della cultura artistica, si andava definendo un nuovo codice figurativo che, da un lato, conduceva all’idealizzazione di antichi schemi compositivi e di modelli classici, mentre, dall’altro, gettava le basi per un moderno studio antropologico indagato in un clima prepositivistico, nel tentativo di fissare ciò che andava irrimediabilmente scomparendo.

La produzione di queste opere, in qualche maniera destinata al mercato dei viaggiatori, costituiva il ricordo del viaggio a Roma quasi quanto la pittura di paesaggio, irrinunciabile souvenir per uno straniero del soggiorno nella città eterna.

Possiamo ritrovare tutto questo osservando le opere qui esposte che mostrano il passaggio da una impostazione classicheggiante con la quale Jacques Sablet ritrae scaricatori di merci e lavandaie , a Bartolomeo Pinelli con i suoi briganti e popolani dai profili che sembrano derivare dalla ritrattistica della Roma antica, ai venditori di giuncata di Filippo Giuntotardi, per approdare ai carrettieri di Athur John Strutt o alle donne laziali del Enrico Coleman.

Veri e propri riti legati alle stagioni scandivano la vita di contadini e popolani: ad esempio la mietitura e la conseguente trebbiatura hanno costituito fino ai primi decenni del Novecento un evento spettacolare. La trebbiatura si svolgeva solitamente in un’aia con i cavalli che per giorni avrebbero calpestato le spighe per farne uscire i chicchi, un lavoro massacrante, ma anche un grande occasione di festa alla sua conclusione: nella versione che ce ne fornisce l’olandese Quaedvlieg per l’ambientazione è stata scelta la campagna nei pressi di Ponte Milvio. Un altro rituale codificato si può considerare il trasporto di vino dai Castelli romani alla città che era effettuato con i tipici barocci a due ruote trascinati da coppie di cavalli o di buoi e forniti della caratteristica chiocciola per ripararsi dal sole e dalla pioggia come è testimoniato dalle vivaci scenette di Pio Joris.

In questa carrellata che vede protagonista la vita polare un cenno a parte meritano le donne: nella cultura dell’Italia centro-meridionale dell’epoca la vita extra-domestica è totale appannaggio maschile e la donna trova il suo spazio di espressione cantando, suonando il tamburello, danzando e dando vita in tal modo ad uno dei più potenti e ricorrenti stereotipi iconografici ottocenteschi di Roma e della sua campagna. Eccezione in questo panorama, è costituita dalle "minenti", donne di particolare fascino e bellezza che dedicavano una cura speciale al loro abbigliamento o alla acconciatura dei capelli; analogamente dalle orgogliose ciociare, soggetto molto caro agli artisti dell’epoca, o ancora, dalle brigantesse che devono aver colpito non poco la fantasia dei pittori, soprattutto quelli stranieri attivi a Roma nel periodo.
Si presenta anche un servizio da tavola realizzato in terraglia dalla Fabbrica Benucci e Latti di Pesaro nel 1834, originariamente composto da 108 pezzi. Il Latti si specializzò nelle terraglie dure di tipo inglese e lavorò nella fabbrica di Giovanni Volpato. Il servizio da tavola è decorato con costumi ripresi dalle incisioni di Bartolomeo Pinelli e presenta identiche scene o temi molto simili a quelli presenti nelle opere dell’artista qui esposte in esemplari singoli o raccolte in volume.
Le scenette sono riportate sulla terraglia con ottime calcomanie e il trasferibile, di colore bruno, rende assai fedelmente il disegno e i toni chiaroscurali tipici dell’opera del Pinelli.

Anche gli abiti antichi, attualmente visibili nelle altre sale del percorso museale, per esigenze conservative analoghe quelle relative alle opere su carta, saranno sostituiti con una nuova selezione comprendente corpetti femminili, marsine settecentesche e abiti femminili di fine Ottocento di notevole interesse per la storia del gusto.

fonte:http://www.museodiroma.it/mostre_ed_eventi/mostre/costume_e_costumi

sabato 23 marzo 2013

Brigantesse in Abruzzo



Le temibili Signore della macchia.




Tra i briganti ci fu posto anche per le donne: alcune erano madri, mogli o amanti di briganti, ma molte altre erano brigantesse

La fama dei briganti ancora oggi caratterizza, nell’immaginario collettivo, i territori montuosi ed impervi dell’Abruzzo, per secoli ideale nascondiglio delle bande dei fuorilegge. Ma non a tutti è noto che il brigantaggio post unitario conta la presenza di un cospicuo numero di donne. Molte furono semplicemente madri, mogli o amanti dei briganti, ma tante furono vere e proprie brigantesse. I documenti del tempo narrano le vicende, o più spesso l’epilogo delle vicende di figure come Angela Maria, madre del brigante Sottocarrao di Thurimparte che nel 1864 fu arrestata con l’ imputazione di "manutengoismo" per avere somministrato viveri ed altro al brigantaggio.

Si perché loro spesso vivendo nei paesi e facevano da tramite per i loro coniugi costretti a nascondersi tra le montagne. Appartenevano ad un ceto sociale delle plebi rurali, donne molto innamorate dei propri uomini, pronte a rinunciare ad una vita tranquilla, pur di seguire o di agevolare il loro compagno. Erano consapevoli di non avere scampo, eppure di fronte ad azioni pericolose non si tiravano mai in dietro.

Erano le confidenti più sicure, le messaggeri più fidate
.

Indossavano spesso abiti maschili, per entrare in un nuovo ruolo, un ruolo tutto maschile che però non le privava della loro femminilità.
Nascondevano i lunghi capelli sotto il cappello a falda larga ed indossavano anche orecchini d’oro.

La maggior parte delle volte capitava che, solo dopo averle catturate, ci si accorgeva del loro sesso e allora si adottava il criterio di commutare l’ergastolo in 15 anni di lavori forzati: fu il caso di Maria Capitanio, Gioconda Marini e Chiara Nardi. Spesso ebbero anche ruoli di primo piano, combattendo o comandando piccoli nuclei briganteschi: fu il caso della bella Michelina De Cesare che fu alla guida di un drappello del brigante Francesco Guerra di cui era l’amante pronte a combattere contro l’esercito piemontese che imperversava nell’Abruzzo e nel Lazio.

Le loro tracce sulle montagne dell’Abruzzo si sono ormai perse, sebbene la loro memoria continui a vivere nei documenti e nelle foto conservate presso gli archivi della regione o ancora di più nei racconti e nelle vecchie storie di briganti e brigantesse.


Lettera della brigantessa Maria Suriani al compagno

Mio caro Domenico, questa cosa che mi avete scritte mi avete fatto mettere a piangere mentre io non voleva andarci a San Nicola, ma la famiglia e i parenti m’anno voluto portarci per forza e mi dicevano se non adempiva al voto mi succedevano discrazie. Ecco vedete che cosa dovevo fare io e non poteva sapere che vi dispiaceva tanto. Perciò se volete seguitare ad amarmi, io vi prometto di fare sempre quello che voi mi dicete. E poi vi avete trovato un’altra sposa comme mi diceste l’altra volta, allora io pazienza faccio la Madonna del Carmine e io mi farò sempre in pianto. Vi mando quattro fazzoletti che tenete per mia memoria, altri sei ve lo manderò in appresso. In tanto vi dico se voi non mi amate più, io me ne andrò da Atessa e non mi vedrete più. Non vi dico la vostra amante ma vostra serva Maria Suriani.


fonte:http://antonello2.tripod.com/storia/brigantesse.htm