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domenica 12 maggio 2013
venerdì 19 aprile 2013
La Brigantesse in Abruzzo
Le temibili Signore della macchia. Tra i briganti ci fu posto anche per le donne: alcune erano madri, mogli o amanti di briganti, ma molte altre erano brigantesse
La fama dei briganti ancora oggi caratterizza, nell’immaginario collettivo, i territori montuosi ed impervi dell’Abruzzo, per secoli ideale nascondiglio delle bande dei fuorilegge. Ma non a tutti è noto che il brigantaggio post unitario conta la presenza di un cospicuo numero di donne. Molte furono semplicemente madri, mogli o amanti dei briganti, ma tante furono vere e propri brigantesse. I documenti del tempo narrano le vicende, o più spesso l’epilogo delle vicende di figure come Angela Maria, madre del brigante Sottocarrao di Thurimparte che nel 1864 fu arrestata con l’ inputazione di “manutengoismo» per avere somministrato viveri ed altro al brigantaggio. Si perché loro spesso vivendo nei paesi e facevano da tramite per i loro coniugi costretti a nascondersi tra le montagne. Appartenevano ad un ceto sociale delle plebi rurali, donne molto innamorate dei propri uomini, pronte a rinunciare ad una vita tranquilla, pur di seguire o di agevolare il loro compagno. Erano consapevoli di non avere scampo, eppure di fronte ad azioni pericolose non si tiravano mai in dietro. Erano le confidenti più sicure, le messaggeri più fidate. Indossavano spesso abiti maschili, per entrare in un nuovo ruolo, un ruolo tutto maschile che però non le privava della loro femminilità. Nascondevano i lunghi capelli sotto il cappello a falda larga ed indossavano anche orecchini d’oro. La maggior parte delle volte capitava che, solo dopo averle catturate, ci si accorgeva del loro sesso e allora si adottava il criterio di commutare l’ergastolo in 15 anni di lavori forzati: fu il caso di Maria Capitanio, Maria Capitanio, Spesso ebbero anche ruoli di primo piano, combattendo o comandando piccoli nuclei briganteschi: fu il caso della bella Michelina De Cesare che fu alla guida di un drappello del brigante Francesco Guerra di cui era l’amante pronte a combattere contro l’esercito piemontese che imperversava nell’Abruzzo e nel Lazio. Le loro tracce sulle montagne dell’Abruzzo si sono ormai perse, sebbene la loro memoria continui a vivere nei documenti e nelle foto conservate presso gli archivi della regione o ancora di più nei racconti e nelle vecchie storie di briganti e brigantesse.
Lettera della brigantessa Maria Suriani al compagno
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Mio caro Domenico, questa cosa che mi avete scritte mi avete fatto mettere a piangere mentre io non voleva andarci a San Nicola, ma la famiglia e i parenti m’anno voluto portarci per forza e mi dicevano se non adempiva al voto mi succedevano discrazie. Ecco vedete che cosa dovevo fare io e non poteva sapere che vi dispiaceva tanto. Perciò se volete seguitare ad amarmi, io vi prometto di fare sempre quello che voi mi dicete. E poi vi avete trovato un’altra sposa comme mi diceste l’altra volta, allora io pazienza faccio la Madonna del Carmine e io mi farò sempre in pianto. Vi mando quattro fazzoletti che tenete per mia memoria, altri sei ve lo manderò in appresso. In tanto vi dico se voi non mi amate più, io me ne andrò da Atessa e non mi vedrete più. Non vi dico la vostra amante ma vostra serva Maria Suriani.
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MICHELINA DE CESARE
martedì 2 aprile 2013
Dopo 150 anni di menzogne, la Banca d'Italia conferma:l'Unità d'Italia ha creato il sottosviluppo del Mezzogiorno
http://www.ondadelsud.it/?p=1879
fonte: http://www.ondadelsud.it/?p=1879
Il processo di verità storica che da tempo sta squarciando il muro di oblìo eretto a difesa di una mistificata interpretazione delle vicende unitarie e post unitarie della nostra nazione, ha trovato nuovo e solidissimo impulso per merito di una pubblicazione scientifica edita da un’istituzione dall’indiscussa affidabilità quale la Banca d’Italia. Se fino ad oggi si è potuto confutare, su basi storiografiche peraltro tutte da verificare, quanto asserito da chi, carte alla mano, mira a dimostrare come il presunto processo unitario si sia risolto nei fatti in una feroce e avvilente colonizzazione del Mezzogiorno, oggi scende in campo la Banca d’Italia, con il suo indiscusso prestigio, a sancire, sulla base di incontestabili analisi e dati statistici, la verità di fatti troppo a lungo vergognosamente manipolati.
Ebbene, a contraddire definitivamente un’ideologia mistificatrice della realtà di episodi che hanno costretto il Mezzogiorno ad una immeritata situazione d’inferiorità, irrompono con l’autorevolezza che gli deriva dalla reputazione di studiosi il Prof. Stefano Fenoaltea, docente di Economia Applicata all’Università di Tor Vergata (Roma), insieme al collega Carlo Ciccarelli, Dottore di Ricerca in Teoria economica ed Istituzioni nella stessa Università.
Nel loro accuratissimo saggio, il cui alto valore scientifico ha meritato per i due economisti l’onore della pubblicazione da parte della Banca d’Italia, gli studiosi dell’Università di Tor Vergata hanno non solo reso manifesto, potremmo dire, ma bensì confermato come all’origine dell’attuale sottosviluppo del Sud ci sia una bugiardaunificazione nazionale. Sin dalle prime pagine del loro lavoro di ricerca, apparso peraltro solo in lingua inglese nei “Quaderni di Storia Economica di Bankitalia”, n. 4, luglio 2010 (domanda: perché non in italiano e con adeguato resoconto pubblico?), Stefano Fenoaltea e Carlo Ciccarelli affermano così esplicitamente: “L’arretratezza industriale del Sud, evidente già all’inizio della prima guerra mondiale non è un’eredità dell’Italia pre-unitaria» (Through the Magnifying Glass: Provincial Aspects of industrial Growth in Post-Unification Italy, pag.22).
A scrupoloso fondamento del loro studio, corredato da minuziose tabelle statistiche, gli economisti di Tor Vergata prendono in esame i censimenti ufficiali del neonato Stato italiano, precisamente negli anni 1871, 1881, 1901 e 1911. La disponibilità di una notevole massa di dati nazionali e regionali ha offerto l’opportunità a Fenoaltea e Ciccarelli di comprendere a fondo, come sostanzia loro ricerca, lo sviluppo dell’Italia nei primi decenni dopo l’unificazione. Orbene, il meticoloso lavoro eseguito aggiunge, ai dati già disponibili, un’analisi dei dati disaggregati relativi alla produzione industriale in 69 province tra il 1871 e il 1911, determinando gli studiosi a svelare che: «Il loro esame disaggregato rafforza le principali ipotesi revisioniste suggerite dai dati regionali». Più eloquente di così…e, si sottolinea ancora, qui sono i numeri che parlano esplicitamente!
La tabelle pubblicate da Fenoaltea e Ciccarelli mostrano che nel 1871 il tasso di industrializzazione del Piemonte era del l’1.13%, quello della Lombardia 1.37%, quello della Liguria 1.48%. Da evidenziare come, a questo punto, fossero già trascorsi dieci anni di smantellamento dell’apparato industriale dell’ex Regno delle Due Sicilie, con il ridimensionamento di importanti stabilimenti come le officine metallurgiche di Pietrarsa, a Portici (Napoli) (oltre 1000 addetti prima dell’unificazione ridotti a 100 nel 1875), nonché quelle di Mongiana in Calabria (950 addetti nel 1850 ridotti a poche decine di guardiani nel 1873): ebbene, nonostante l’opera devastatrice dei presunti liberatori scesi dal Settentrione, l’indice di industrializzazione della Campania era ancora dello 1.01%, con Napoli, nel dato provinciale, all’1.44% e quindipiù di Torino che era solo all’1.41%.
L’indice di industrializzazione della Sicilia era allo 0.98%, quindi agli stessi livelli del Veneto che era al 0.99%, la Puglia era allo 0.78% con la provincia di Foggia allo 0.82%:molto più di province lombarde come Sondrio, allo 0.56%, e vicinissima ai livelli di industrializzazione dell’Emilia, lo 0.85%. La Calabria era allo 0.69%, con la provincia di Catanzaro allo 0.78% e perciò allo stesso livello di Reggio Emilia e più di Piacenza, che era allo 0.76%, ma anche di Ferrara allo 0.74%.
Il tasso di industrializzazione della Basilicata era allo 0.67%, un indice che per quanto a prima vista basso era comunque più alto di aree liguri come Porto Maurizio che era allo 0.61%. L’Abruzzo era invece allo 0.58%, con L’Aquila a 0.63%.
Detto questo, appare drammatico come, quarant’anni dopo, nel 1911, l’indice di industrializzazione del Piemonte fosse salito all’1.30% mentre quello della Campania era sceso a 0.93%, con Napoli all’1.32%. La Lombardia era arrivata all’1.67%, la Liguriaall’1.62%, mentre la Sicilia era crollata allo 0.65%, la Puglia allo 0.62%, la Calabria allo0.58%, la Basilicata allo 0.51%.
Questo resoconto piuttosto tragico ma fondato su incontrovertibili riscontri scientifici, perché i numeri si possono occultare ma se resi noti non possono certamente ingannare, rende chiaro come la Banca d’Italia, pubblicando il qualificato studio di Stefano Fenoaltea e Carlo Ciccarelli, abbia certificato ufficialmente con la sua autorevolezza come l’arretratezza industriale del Sud non sia un’eredità dell’Italia pre-unitaria ma bensì un sottosviluppo voluto da una unificazione nazionale strumentalizzata in modo scellerato ai danni del Mezzogiorno.
di Michele Loglisci e Francesco Schiraldi *
*Consiglieri Nazionali Partito “per il Sud”
fonte: http://www.ondadelsud.it/?p=1879
domenica 31 marzo 2013
L’ove di Pasque.
L’ove di Pasque.
Ogne anne a Pasque rumpeme l’ove
e pinzeme – Chissà che ci trove!-
O li pijeme grosse e fafone
o piccirille ma di sustanze,
ci fa lu busce la panze,
nin videme l’ore di scartarle,
e nghe na botte di sfracchiarle
arvusciucheme ‘mezze a li pizzitte
e finalmente truveme… è mije che mi stinghe zitte,
li scarteme con trepidazione
e dapù l’auardeme con grande delusione!
Ogne anne diceme – Chi è sta frignarije! –
e cuntinueme, è proprie na’ manije,
- Erene belle li surprese di na’ vote,
nin mi ci ‘abbe cchiù, nin so’ cretine.
L’anne che ve’ mi li sparagne li quatrine!-
Vittorina Castellano
Vittorina Castellano Laureata in Scienze Naturali. Scrittrice di racconti in lingua , poesie e commedie dialettali.Attrice e regista teatrale del Coro Folk di Spoltore.
pagina facebook: https://www.facebook.com/VittorinaCastellanoScrittrice
Ogne anne a Pasque rumpeme l’ove
e pinzeme – Chissà che ci trove!-
O li pijeme grosse e fafone
o piccirille ma di sustanze,
ci fa lu busce la panze,
nin videme l’ore di scartarle,
e nghe na botte di sfracchiarle
arvusciucheme ‘mezze a li pizzitte
e finalmente truveme… è mije che mi stinghe zitte,
li scarteme con trepidazione
e dapù l’auardeme con grande delusione!
Ogne anne diceme – Chi è sta frignarije! –
e cuntinueme, è proprie na’ manije,
- Erene belle li surprese di na’ vote,
nin mi ci ‘abbe cchiù, nin so’ cretine.
L’anne che ve’ mi li sparagne li quatrine!-
Vittorina Castellano
Vittorina Castellano Laureata in Scienze Naturali. Scrittrice di racconti in lingua , poesie e commedie dialettali.Attrice e regista teatrale del Coro Folk di Spoltore.
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venerdì 29 marzo 2013
Le Due Sicilie? Ma … cosa è?

di Francesco Romano
Scrive un nostro lettore :“ è questo sentimento nostalgico verso i Borbone che, per quanto illuminati ed unici veri promotori dello sviluppo economico e culturale del Sud, appartengono ad un passato che non è più proponibile, è una forma di nostalgia malinconica e consolatoria che somiglia tanto al “si stava meglio quando si stava peggio” degli orfani di Mussolini.”

Quello che maggiormente rattrista è parlare di nostalgia dei Borboni. Parlare di Borboni non sta proprio a significare “nostalgia” perché la nostalgia appartiene a fatti vissuti e siccome, sino a prova contraria, non si è vissuti negli anni dei Borboni, non si può parlare di nostalgia.Infatti la nostalgia è per un luogo dove si è stati, per degli amici con cui si è diviso tutto, ma non per i Borbone. Come non si può essere nostalgicamente monarchici e nemmeno fascisti e neanche comunisti. Si può apprezzare o meno, ma non si può essere nostalgici in quanto la maggior parte dei meridionali non ha vissuto nessuno questi fenomeni. Ma abbiamo vissuto la nostra terra e le difficoltà della stessa.
E’ necessario convenire che le cose vanno fatte passo per passo. Per prima cosa è necessario continuare a parlare di duosicilianismo per far riconoscere ai meridionali di oggi che eravamo un popolo. E’ questa una precondizione essenziale per riconoscersi. Se si va in uno stadio si vedrà che chi tifa per una squadra, pur non conoscendosi personalmente, scambierà qualche parola con il suo simile e quindi parleranno in nome di un obiettivo comune, la vittoria della propria squadra.
Tutta la questione meridionale sta proprio qui. Il vicendevole riconoscimento del “da dove veniamo”. Se non si assimila prima questo concetto non si può passare al successivo “chi siamo” per poi passare al “dove andare”.
Ed è per questo che si invitano i meridionali a riconoscersi come duosiciliani, per rendere più facile un riconoscimento vicendevole e a riconoscere la bandiera gigliata come simbolo comune. Ad indossare la coccarda rossa dei briganti, vero veicolo di curiosità della gente che sente la necessità di conoscere. La coccarda è essenziale. Rappresenta il simbolo dell’ultima ribellione del popolo duosiciliano.

Quindi il duosiciliano, una volta identificatosi, libero da ogni ideologia e scevro da ogni condizionamento, quasi automaticamente avrà un progetto politico.
E il progetto politico non potrà non tener conto della territorialità che diventa condizione essenziale per la crescita di tutti. Non si possono continuare ad ascoltare le relazioni dell’Istat che disegna un’Italia che ha una zona con un reddito pro-capite superiore alla Germania ed un’altra zona con un reddito medio inferiore alla molto inguaiata Grecia.
Dalla vita quotidiana si impara molto come molto sta dando Beppe Grillo in questo momento politico dell’Italia. Iniziare da una spending review è importante ma non deve essere solo demagogia. Il progetto dovrebbe essere più ampio con riforme strutturali che inizino dall’accorpamento delle regioni che non vogliono minimamente scimmiottare la Lega Nord da cui è necessario prendere ogni distanza per la politica che conducono, non in difesa del territorio tanto sbandierato, ma per la politica antimeridionale con la colpevole alterazione della verità dei politici meridionali.
Dichiararsi duosiciliano e brigante è il punto di partenza per ricominciare, e questa volta facciamolo noi.
fonte:http://www.ondadelsud.it/?p=9775
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martedì 26 marzo 2013
Coccarda Rossa e Giuramento dei Briganti
Era il distintivo di cui i leggittimisti meridionali si fregiavano sin dall'invasione francese del 1799. Dopo la caduta di Gaeta i briganti mostrarono con orgoglio la coccarda rossa nella quale capeggiava il giglio borbonico sia sui copricapo a grosse falde che sul petto.
La coccarda riprodotta sopra apparteneva al Sergente Romano [comunicazione di Alessandro Romano]
(da: "BRIGANTI & PARTIGIANI" - a cura di: Barone, Ciano, Pagano, Romano - Edizione Campania Bella)
IL GIURAMENTO
Noi giuriamo dinanzi a Dio e dinanzi al mondo intero
di essere fedeli al nostro augustissimo e religiosissimo sovrano Francesco II
e promettiamo di concorrere con tutta la nostra forza e con tutta la nostra anima al suo ritorno nel Regno;
di obbedire ciecamente a tutti i suoi ordini a tutti i comandi che verranno sia direttamente sia per i suoi delegati dal Comitato centrale residente a Roma.
Noi giuriamo
di conservare il segreto affinché la giusta causa voluta da Dio, che è il regolatore dei sovrani, trionfi col ritorno di Francesco II, re per grazia di Dio, difensore della religione e figlio affezionatissimo del Nostro Santo Padre Pio IX che lo custodisce nelle sue braccia per non lasciarlo cadere nelle mani degli increduli, dei perversi, dei pretesi liberali.
I quali hanno per principio la distruzione della religione dopo aver scacciato il nostro amatissimo sovrano dal trono dei suoi antenati.
Noi promettiamo anche,
con l'aiuto di Dio, di rivendicare tutti i diritti della Santa Sede e di abbattere il lucifero infernale Vittorio Emanuele ed i suoi complici.
Noi lo promettiamo e lo giuriamo.
(da: M. Monnier, Notizie storiche documentate sul brigantaggio nelle province napoletane, Barbera, Firenze, 1863.)
GIURAMENTO TROVATO NELLE TASCHE DEL BRIGANTE SERGENTE ROMANO
Promettiamo e giuriamo
di sempre difendere con l'effusione del sangue Iddio, il sommo pontefice Pio IX, Francesco II, re del regno delle Due Sicilie, ed il comandante della nostra colonna degnamente affidatagli e dipendere da qualunque suo ordine, sempre pel bene dei sopranominati articoli; così Iddio ci aiuterà e ci assisterà sempre a combattere contro i ribelli della santa Chiesa.
Promettiamo e giuriamo ancora
di difendere gli stendardi del nostro re Francesco II a tutto sangue, e con questo di farli scrupolosamente rispettare ed osservare da tutti quei comuni i quali sono subornati dal partito liberale.
Promettiamo e giuriamo inoltre
di non mai appartenere a qualsivoglia setta contro il voto unanimemente da noi giurato, anche con la pena della morte che da noi affermativamente si è stabilita.
Promettiamo e giuriamo
che durante il tempo della nostra dimora sotto il comando del prelodato nostro comandante distruggere il partito dei nostri contrari i quali hanno abbracciato le bandiere tricolorate sempre abbattendole con quel zelo ed attaccamento che l'umanità dell'intiera nostra colonna ha sopra espresso, come abbiamo dimostrato e dimostreremo tuttavia sempre con le armi alla mano, e star pronto sempre a qualunque difesa per il legittimo nostro re Francesco II.
Promettiarno e giuriamo
di non appartenere giammai per essere ammesso ad altre nostre colonne del nostro partito medesimo, sempre senza il permesso dell'anzidetto nostro comandante per effettuarsi un tal passaggio.
Il presente atto di giuramento
si è da noi stabilito volontariamente a conoscenza dell'intera nostra colonna tutta e per vedersi più abbattuta la nostra santa Chiesa cattolica romana, della difesa del sommo pontefice e del legittimo nostro re.
Così abbracciare tosto qualunque morte per quanto sopra si è stabilito col presente atto di giuramento
(da: T. PEDIO "Inchiesta sul brigantaggio" Fasano di Puglia 1983)
I COMANDAMENTI DEL BRIGANTE
1. - Cercare di colpire sempre gli ufficiali e i graduati, è meglio uccidere un solo ufficiale che molti soldati (quando si colpisce la testa, le altre membra diventano inutili).
2. - Caduto l'ufficiale, gli uomini, senza direzione facilmente fuggono
3. - Non accordare mai quartiere ai feriti e ai prigionieri, ucciderli, scannarli e massacrare i cadaveri in modo da impressionare i soldati quando li ritroveranno.
4. - Il soldato quando si batterà, penserà sempre alla fine che l'aspetta se cade ferito o prigioniero e quando vedrà le brutte... scapperà...
5. - Esporre la vita per salvare un compagno, ucciderlo piuttosto che resti ferito o prigioniero dei soldati.
6. - Nei combattimenti corpo a corpo non fare le spacconate dei soldati di menare calciate di fucile; giuocare invece serrato di coltello; tirare colpi alla pancia e girarvi dentro la lama; si fanno ferite più dolorose, che si sentono subito, si vedono uscire fuori le budella, e difficilmente guariscono.
7. - Attaccare la truppa quando si ha la certezza di vincere, mantenersi nascosti, o fuggire quando non si è in numero e in posizione vantaggiosa.
8. - Mettersi tanto di notte quanto di giorno in posizioni elevate, possibilmente vicino a boscaglie, che offrono sicuro scampo, perché i soldati difficilmente vi si internano.
9. - Non risparmiare la vita dei soldati, mai e poi mai quella degli squadriglieri; far del tutto per averli vivi in mano per poi farne strazio.
10. - Durante il combattimento qualunque atto di insubordinazione o mancata obbedienza deve essere punita dal capobanda con una schioppettata nella testa.
fonte:http://www.brigantaggio.net/Brigantaggio/Documenti/Fiocco.htm
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lunedì 25 marzo 2013
PERCHE' A SCUOLA NON SI STUDIA LA VERA STORIA DEL SUD ITALIA?
150 ANNI DI SFRUTTAMENTO, 150 ANNI DI FALSA UNITA', 150 ANNI DI TASSE, DI MAFIA, DI MASSONERIA, 150 ANNI DI OFFESE, 150 ANNI DI RAZZISMO, 150 ANNI DI QUESTIONE MERIDIONALE... MA PERCHE'ABBIAMO DOVUTO SUBIRE TUTTO CIO'? CERCATE LE RISPOSTA E' SEMPLICE
vai:http://www.youtube.com/watch?v=pCAMDgNd-rY
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