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domenica 10 giugno 2012
Le verità scomode sugli Alleati - Su il "Roma" recensione dell'ultimo libro di Gigi di Fiore
lunedì 5 marzo 2012
Questione meridionale / 1: complesso d’inferiorità e lezione da imparare Posted by altrorisorgimento on 29 febbraio 2012
La questione meridionale nasce col risorgimento ed è questione irrisolta, perché il Nord è sceso al Sud e ha rubato tutto quello che era possibile rubare. Siamo nelle condizioni di un signore che ha una borsa di soldi in mano, che mentre sta per andare ad aprire un suo negozio, viene aggredito da un rapinatore che lo picchia, lo spoglia, gli porta via tutto quanto e lo lascia lí mezzo morto. Questa è la situazione del Nord col Sud. Poi passano gli amici del rapinatore e vedono questo qui per terra, stracciato, lacero che chiede aiuto e dicono: “ma terrone di merda, brutto, sporco, buttato per terra cosí, non hai dignità”. E questo qui si è fatto venire un complesso d’inferiorità, perché, cornuto e mazziato, aveva i quattrini per andare a fare una cosa, glieli hanno portati via e adesso ha vergogna a rivendicare quello che era legittimamente suo. Questa è la lezione che il meridionale deve imparare, cioè buttare via le paure, non per una rivincita, ma per conoscere psicologicamente cosa è successo davvero.
fonte:http: ALTRORISORGIMENTO / lorenzo del boca //altrorisorgimento.wordpress.com/2012/02/29/questione-meridionale-1-complesso-dinferiorita-e-lezione-da-imparare/
fonte:http: ALTRORISORGIMENTO / lorenzo del boca //altrorisorgimento.wordpress.com/2012/02/29/questione-meridionale-1-complesso-dinferiorita-e-lezione-da-imparare/
venerdì 25 novembre 2011
Istituto Nazionale Tostiano
L'Istituto Nazionale Tostiano costituito ad Ortona (Chieti - Italia) nel 1983 con deliberazione del Consiglio Comunale, è una istituzione di impegno musicologico che si occupa statutariamente della vita e delle opere del compositore Francesco Paolo Tosti, degli altri musicisti abruzzesi e più in generale della musica vocale da camera e di altri settori della cultura musicale. Tale lavoro viene svolto attraverso il collegamento con istituzioni di cultura, editoria ed organizzazione musicale di rilevanza internazionale e con un'intensa attività musicale editoriale e discografica, l'attivazione di corsi di perfezionamento internazionali e l'organizzazione di mostre, seminari e convegni e di concorsi in Italia e all'estero.
Negli anni, si sono esibiti per l'Istituto, tra gli altri, grandi cantanti come Renato Bruson e Raina Kabaivanska, giovani esordienti, ora divenuti artisti di fama, come Monica Bacelli, Ildebrando D`Arcangelo, Donata D’Annunzio Lombardi, Amelia Felle, Umberto Chiummo; importanti pianisti quali Leone Magiera, Robert Kettelson, Roberto Negri, Roberto Cognazzo: celebri interpreti della canzone italiana e napoletana come Gino Latilla, Aurelio Fierro, Nunzio Gallo, Maria Nazionale; attori del calibro di Elio Pandolfi, oltre alle più rappresentative forze musicali dell'Abruzzo contemporaneo: da I Solisti Aquilani all'Orchestra Sinfonica Abruzzese, all’orchestra del “progetto Palcoscenico” (finanziato dalla Comunità Europea), a decine di musicisti e cantanti della regione.
Sul versante della musicologia (seminari, corsi, convegni) le attività dell'Istituto hanno ospitato i maggiori musicologi e critici musicali italiani. Fra i tanti: Michelangelo Zurletti (La Repubblica), Riccardo Allorto (BMG-Ricordi), Raoul Meloncelli (Università “La Sapienza” di Roma), Roman Vlad, (già Direttore Artistico Teatro alla Scala), Giampiero Tintori (già Direttore Museo Teatrale alla Scala), Julian Budden, Iacopo Pellegrini (Rai 3), Quirino Principe (Il Sole 24 Ore), Cesare Orselli (Conservatorio di Firenze), Piero Mioli (Conservatorio di Bologna), Adriana Guarnieri Corazzol (Università di Venezia), Guido Barbieri (La Repubblica), Giorgio Gualerzi (La Stampa), Agostina Zecca Laterza (Biblioteca del Conservatorio "G. Verdi" di Milano), Agostino Ziino (Università “Tor Vergata” di Roma), Carlo Marinelli (Università di Bologna) e l’organologo Marco Tiella (Accademia Filarmonica di Bologna).
Nel 1997 l’Istituto, allo scopo di poter contare su un livello esecutivo della massima qualità stilistica, ha creato il “Tosti Ensemble”, una formazione cameristica di organico versatile con cantanti e strumentisti di provata capacità ed esperienza, che ha tenuto numerosi concerti in Italia e all’estero.
Per quello che riguarda le attività di formazione e di specializzazione, l'Istituto, dopo numerose e fruttuose esperienze avviate già dal 1983, ha varato nel 1997 corsi internazionali di interpretazione tostiana e sulla vocalità italiana, che si sono realizzati con allievi stranieri provenienti dalla Royal Academy of Music e dalla Guildhall School of Music & Drama di Londra, e dall’International Music Exchange di Nara in Giappone.
Dal 1996 si svolge ad Ortona, con cadenza quadriennale, il Concorso Internazionale di Canto “F. P. Tosti”, che è collegato ad un’edizione “gemella” a Nara (Giappone), denominata Concorso di Canto “F.P. Tosti in Giappone”. Anche questo concorso si tiene ogni quattro anni (ma un anno prima di quello italiano): si è già tenuto nel 2003 e la prossima edizione panasiatica (cioè allargata a Cina Popolare, Corea del Sud, Taiwan), si svolgerà nell’autunno 2007.
L’Istituto, per la realizzazione delle proprie attività, agisce con il patrocinio e il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, della Regione Abruzzo, della Provincia di Chieti, del Comune di Ortona, ed è in costante contatto con prestigiose istituzioni italiane e straniere tra cui: Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Roma; Ambasciata d’Australia in Italia; Ambasciata di Spagna in Italia; Ambasciata d’Italia in Australia; Archivio Storico di Casa Ricordi, Milano; Associazione “Faites de la Musique Mécanique” di Toulose; Biblioteca del Conservatorio “G. Verdi”, Milano; Biblioteca e Museo del Conservatorio “S. Pietro a Majella”, Napoli; “Centre for Aborigenal Studies in Music” (CASM) dell’Università di Adelaide-Australia; “Century Music Foundation”, Taiwan; Centro Scuola e Cultura Italiana, Toronto; “Chapelle Historique du Bon Pasteur”, Montréal; Consolato Italiano di Perth; “Dante Society” del Canada; Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Teramo, Corso di Laurea in Scienze del Turismo; Facoltà di Lettere e di Lingue e Letterature Straniere dell’Università degli Studi “D’Annunzio” di Pescara; Festival Pucciniano di Torre del Lago; International Association of Music Libraries, Archives and Documentation Centres (IAML); International Music Exchange ed NPO “Nara Arts and Culture Association” di Nara, Giappone; I Solisti Aquilani; Istituti Italiani di Cultura di Edimburgo, Londra, Malta, Marsiglia, Melbourne, Montréal, Sydney, Tokio, Kyoto, Toronto; Istituto per lo Sviluppo Musicale nel Mezzogiorno (ISMEZ) di Roma; Ministero della Cultura Dipartimento Scienze ed Arti della Repubblica del Sud Africa; Museo Nazionale del Cinema di Torino; Museo Teatrale alla Scala di Milano; “Palestrina Chamber Chorus” di Toronto; “Regimental Museum of Royal Scots” di Edimburgo; “Royal Academy of Music” di Londra; “Guildhall School of Music & Drama” di Londra; “Royal Conservatory of Music” di Toronto; Soprintendenza Archivistica per l’Abruzzo di Pescara; Teatro Manoel di Malta; Teatro di San Carlo, Napoli; Università di Malta; University of Toronto; Università Nazionale di Taiwan; Università di Pretoria, Sud Africa.
Principali manifestazioni in Italia e all’estero:
1982 F. P. Tosti: immagini. Ortona, Palazzo Farnese (manifestazione di preparazione alla fondazione dell’INT).
1984-1986 F. P. Tosti e il suo tempo. Ortona, Palazzo Farnese.
1988 F.P. Tosti e il suo tempo. Milano, Museo Teatrale alla Scala.
1990 Presentazione Edizione integrale delle romanze di F.P. Tosti, Casa Ricordi. Milano, Museo Teatrale alla Scala.
1992 Presentazione “Edizione integrale discografica di F.P. Tosti. Napoli, Teatro di San Carlo.
1993 Conferenza e concerto romanze di Tosti di ispirazione abruzzese. Bologna, Accademia dei Notturni di Budrio.
1995 Giuseppe De Luca, la nobile voce mostra documentaria dedicata al celebre baritono romano. Milano, Museo Teatrale alla Scala.
1995 Mostre, concerti, seminari, conferenze per Tosti in Canada. Toronto, Canada.
1996 I Concorso Internazionale di Canto F. P. Tosti. Ortona, Teatro Odeon.
1996 Mostre, concerti, seminari, conferenze per Tosti in Canada. Montréal e Ottawa, Canada.
1996 F.P. Tosti: ritorno a Londra, mostre, corsi e concerti. Londra, Gran Bretagna.
1996 Tosti a Malta seminari e concerti. La Valletta, Malta.
1997 Presentazione del volume Il canto di una vita. Francesco Paolo tosti EDT, Torino. Napoli, Teatro di San Carlo.
1997 Giuseppe De Luca, la nobile voce mostra documentaria. Roma, Accademia Nazionale di Santa Cecilia.
1997 Concerti e seminari sulla tradizione natalizia abruzzese. Toronto, Canada.
1998 Presentazione del I Volume sulle Mélodies francesi di Tosti. Rethèl, Champagne, Francia.
1998 Concerti a Melbourne e nello Stato del Victoria in Australia, Mostra al “Melba Museum” di Melbourne.
1998 Concerti, seminari e mostra in collaborazione con l’International Music Exchange di Nara, Giappone.
La collaborazione con questa istituzione (rafforzata dalla recente fondazione della NPO “Nara Arts and Culture Association”) è tuttora attiva con mostre, seminari, corsi di perfezionamento tostiano (realizzati ogni anno in Italia e in Giappone) e concorso di canto tostiano (in Giappone) ogni quattro anni (la prima edizione nel 2003 e la seconda nell’ottobre 2007).
1998 Concerto a Strasburgo, Sede del Parlamento Europeo, Francia.
1999 Concerti, seminari e mostre tostiane a Londra, Edimburgo e Taiwan.
2000 II Concorso Internazionale di Canto F. P. Tosti. Ortona, Teatro Odeon.
2000 Tournée in Australia del Tosti Ensemble: Canberra, Melbourne, Adelaide, Wollongong, Hobart (concerti, seminari, master class).
2002 concerti tostiani a Johannesburg, Sud Africa.
2004 III Concorso Internazionale di Canto F. P. Tosti. Ortona, Auditorium Comunale.
2006 Concerto d’opera italiana e mostra tostiana a Vienne (Francia).
2006 Tournée del Tosti Ensemble in Sud Africa (Johannesburg, Cape Town, Pretoria) e in Australia (Sydney, Perth, Brisbane, Canberra).
2007 Concerto Tostissimo! alla City Concert Hall di Hong Kong.
L’Istituto, in collaborazione con l’ISMEZ di Roma (Istituto Nazionale per lo Sviluppo Musicale nel Mezzogiorno), da oltre venti anni organizza la Mostra Biennale “Liuteria nel Mezzogiorno”. Nel corso delle varie edizioni la Mostra di Liuteria ha saputo rinnovarsi allargando il suo orizzonte di interesse dalla liuteria classica, peraltro sempre presente con strumenti di grande pregio (Stradivari, Guadagnini, Guarneri, Gagliano, ecc.), a tutti i possibili manufatti che, nelle più svariate forme, conducono il legno al suono.
fonte: http://www.istitutonazionaletostiano.org/IT/index.asp?idTestoHome=18
martedì 22 novembre 2011
Eroine di stile - la Moda italiana veste il Risorgimento
Intellettuali, aristocratiche, donne del popolo, regine e religiose, combattenti e garibaldine. Donne di cuore e di cultura, di istinto e di passione. Con un unico sogno. Unitario. Solo donne, artefici di un Risorgimento dimenticato.
Sono le “Eroine di stile”, protagoniste della mostra allestita al Museo Nazionale Romano a Palazzo Altemps, in via di Sant'Apollinare. L’esposizione - dal 22 novembre 2011 al 22 gennaio 2012 - è promossa dalla Provincia di Roma per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica.
La conferenza stampa si terrà martedì 22 novembre, alle ore 10,30, presso il Museo Nazionale Romano. Saranno presenti il Presidente del Comitato per le celebrazioni del 150° anniversario dell'Unita' d'Italia Giuliano Amato, il Presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti, il Vicepresidente della Camera di Commercio di Roma Lorenzo Tagliavanti, il Curatore della mostra Stefano Dominella.
Un percorso tutto al femminile, tra storia e moda. Nomi illustri come quelli di Anita Garibaldi, Cristina di Belgioioso, la contessa di Castiglione, Maria Sofia di Borbone, ultima regina di Napoli. Ma anche personaggi di straordinaria tempra e carattere come Enrichetta Caracciolo, Clotilde di Savoia, le brigantesse Michelina Di Cesare, Filumena Pennacchio, Maria Oliverio.
Un omaggio al loro coraggio, all’ambizione, alla determinazione, firmato da grandi maestri della moda italiana quali Salvatore Ferragamo, Fendi, Max Mara, Roberto Cavalli, Laura Biagiotti, Valentino, Gianfranco Ferré, Armani, Prada, Ermanno Scervino, Emilio Schuberth, Galitzine, Romeo Gigli, Gattinoni, Sarli, Missoni, Prada, Emilio Pucci, Alessandro dell’Acqua, Walter Albini, Biki, Carosa, solo per citarne alcuni.
L’esposizione, promossa dalla Provincia di Roma, nell'ambito del Progetto ABC Arte Bellezza Cultura, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, è a cura di Stefano Dominella.
fonte: http://www.provincia.roma.it/news/eroine-di-stile-la-moda-italiana-veste-il-risorgimento
Sono le “Eroine di stile”, protagoniste della mostra allestita al Museo Nazionale Romano a Palazzo Altemps, in via di Sant'Apollinare. L’esposizione - dal 22 novembre 2011 al 22 gennaio 2012 - è promossa dalla Provincia di Roma per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica.
La conferenza stampa si terrà martedì 22 novembre, alle ore 10,30, presso il Museo Nazionale Romano. Saranno presenti il Presidente del Comitato per le celebrazioni del 150° anniversario dell'Unita' d'Italia Giuliano Amato, il Presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti, il Vicepresidente della Camera di Commercio di Roma Lorenzo Tagliavanti, il Curatore della mostra Stefano Dominella.
Un percorso tutto al femminile, tra storia e moda. Nomi illustri come quelli di Anita Garibaldi, Cristina di Belgioioso, la contessa di Castiglione, Maria Sofia di Borbone, ultima regina di Napoli. Ma anche personaggi di straordinaria tempra e carattere come Enrichetta Caracciolo, Clotilde di Savoia, le brigantesse Michelina Di Cesare, Filumena Pennacchio, Maria Oliverio.
Un omaggio al loro coraggio, all’ambizione, alla determinazione, firmato da grandi maestri della moda italiana quali Salvatore Ferragamo, Fendi, Max Mara, Roberto Cavalli, Laura Biagiotti, Valentino, Gianfranco Ferré, Armani, Prada, Ermanno Scervino, Emilio Schuberth, Galitzine, Romeo Gigli, Gattinoni, Sarli, Missoni, Prada, Emilio Pucci, Alessandro dell’Acqua, Walter Albini, Biki, Carosa, solo per citarne alcuni.
L’esposizione, promossa dalla Provincia di Roma, nell'ambito del Progetto ABC Arte Bellezza Cultura, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, è a cura di Stefano Dominella.
fonte: http://www.provincia.roma.it/news/eroine-di-stile-la-moda-italiana-veste-il-risorgimento
lunedì 21 novembre 2011
Brigantesse in nome dell'amore e della sofferta unità nazionale
SAGGIO«IL BOSCO NEL CUORE»: LE DONNE CHE HANNO SFIDATO LA LEGGE MORALE
Brigantesse in nome dell'amore e della sofferta unità nazionale
di Marco Patricelli
Né sante né puttane.
emplicemente donne, quando i tempi erano duri per tutti, ma per le donne ancora di più. Trascinate dai vortici della storia, inseguendo un destino a volte subìto a volte scelto: sono le brigantesse, l'altra metà del cielo della faccia oscura dell'unità nazionale, spregiativamente etichettate dai "piemontesi", vessate in vita e nella morte.
Pallidi dagherrotipi della seconda metà dell'800 ci restituiscono figure fiere e ricostruite per accontentare i palati di chi sui giornali cercava facili emozioni; altre fotografie ci mostrano la gallerie degli orrori di capi mozzati e di donne spogliate dopo essere state uccise dai soldati.
Giordano Bruno Guerri, con «Il bosco nel cuore - Lotte e amori delle brigantesse che difesero il sud» (Mondadori, pp. 224, euro 20), aggiunge un capitolo e completa così il quadro aperto lo scorso anno con «Il sangue del Sud». Aveva lasciato di proposito aperto uno spiraglio nella narrazione del brigantaggio e della «saldatura a freddo» dei due lembi dell'Italia, perché riteneva che le figure delle donne andassero raccontate a parte, pur entrando a pieno titolo in una storia fatta più di ombre che di luci, e dove le tinte sono assai poco nette.
Se c'è una riscrittura della storia, essa riguarda l'agiografia che ha addomesticato le coscienze impedendo di fare i conti con il passato: non si doveva parlare male di Garibaldi, Cavour era un padre della patria, Vittorio Emanuele II «il re galantuomo» e per l'ultimo sovrano del Regno delle Due Sicilie bastava quel «Franceschiello» con cui lo chiamava il padre. Uno stato, quello dei gigli borbonici napoletani, annichilito dall'invasione da sud delle camicie rosse e delle promesse garibaldine, e da nord dall'esercito blu dei Savoia.
Italiani contro italiani, che parlavano lingue diverse, non si comprendevano e avrebbero faticato non poco a capirsi nei decenni a seguire.
Non era certamente il regno del bengodi, quello retto per poco tempo da Francesco II di Borbone, ma non era neppure «la negazione di Dio eretta a sistema di governo» come era comodo tacciarlo sbrigativamente per esaltare l'epopea risorgimentale. Dopo il 1860 sarebbe stato depredato di quello che di buono aveva, facendo affiorare forse il peggio, in un bagno di sangue e di atrocità che faceva impallidire le cifre dei caduti delle guerre di indipedenza. Ingredienti forti, miscelati da Guerri che, con questo libro che guarda il Risorgimento con gli occhi delle donne che non lo compresero e non lo accettarono (e di alcune che vi credettero), intende «restituire umanità e dignità alle vittime, condannate all'oblio dalla cattiva coscienza dei fondatori della patria o recentemente esaltate da chi ha voluto sfruttare gli errori commessi dopo l'unità per mitizzare il passato borbonico, e accentuare divisioni antiche. Il ceto politico piemontese non fu mai sfiorato dal dubbio che la reazione – forte quanto inaspettata - di quegli "incivili" fosse causata proprio da un approccio repressivo, dal rifiuto aprioristico delle differenze, da un atteggiamento di spocchiosa superiorità.
Non si capì che il Sud poteva essere Italia senza diventare terra di conquista».
I briganti erano i "resistenti" per antonomasia. Resistevano al nuovo nell'unico modo possibile: la violenza; furono schiacciati nell'unico modo che si riteneva possibile, perché il più facile: la violenza. Non fu solo storia di uomini.
Chi furono, allora le brigantesse? Vittime o carnefici? Drude (parola allora di moda) assatanate o amanti disposte al massimo sacrificio? Sanguinarie che attingevano al peggior repertorio maschile o donne capaci di soffrire e combattere?
Non si battevano per il sud ma per non far spezzare gli antichi equilibri, neppure quello della sottomissione cui erano in qualche modo rassegnate, intravedendo uno spiraglio di riscatto proprio mettendosi al di fuori della legge e della società.
Avevano un solo mondo di riferimento: il loro.
Torturate, imprigionate, processate, condannate a volte anche per sospetto, comprate e vendute, violate e innamorate, fedelissime e delatrici, furbe e ingenue. Capaci di perdonare o di strappare un cuore dal petto e addentarlo ancora palpitante come Francesca La Gamba; o uccidere la sorella con 48 colpi di scure come Maria Oliverio detta "Ciccilla", unica a essere condannata alla pena capitale (commutata in ergastolo); o a mostrarsi più coraggiose, più combattive e più determinate degli uomini, di cui indossavano i vestiti rinunciando alla loro femminilità.
Nei boschi dove avevano portato il corpo e il cuore. Imboscate ed eccidi, rapimenti e "sindromi di Stoccolma", stupri ed evirazioni, violenze e solidarietà, gesti draconiani e gesti nobili, ignoranza e superstizioni, umanità e crudeltà: ribolle di tutto nel pentolone della storia del brigantaggio, da una parte e dall'altra.
Guerra senza pietà, con la sospensione dei diritti civili, di un esercito moderno contro bande di guerriglieri. E delle loro donne, immortalate con compiacimento dai corrispondenti: Reginalda Cariello fotografata in posa, nella messinscena mediatica a uso e consumo dei giornali; la testa spiccata dal busto di Giuseppina Spina; Michelina De Cesare giustiziata e denudata prima di essere legata per i piedi a un carro e trascinata così in paese, perché i sindaci si litigano l'"onore" di mettere in esposizione il cadavere di briganti e brigantesse.
Guerri, col consueto stile scorrevole che evoca il romanzo più che il saggio storico, coniuga leggerezza narrativa a rigore e stuzzica i più giovani agli approfondimenti allegando alla bibliografia scientifica un'ampia sitografia.
Basta mettersi di fronte a un computer e navigare sul web senza rischiare di perdere la bussola.
fonte: http://www.iltempo.it/2011/11/20/1302937-brigantesse_nome_dell_amore_della_sofferta_unita_nazionale.shtml?refresh_ce
mercoledì 16 novembre 2011
LA SITUAZIONE MERIDIONALE SOLO QUESTIONE ?!
“Quella dei Savoia - scrisse Spadolini- era una dinastia ambiziosa ed intraprendente all’estero, retrograda e conservatrice all’interno. Più astuta che geniale. Più fortunata che gloriosa. Più abile che audace. Una sola meta: estendere lo Stato sabaudo verso est e cioè verso le pingui pianure lombarde.Il Risorgimento era stato troncato a mezzo delle sue aspirazioni…..i Savoia sono rimasti gli stessi, utilitari ed esclusivisti piemontesi di prima e hanno tentato di piemontizzare l’Italia, appoggiandosi alla sua ottusa e superba consorteria militare e accaparrandosi con concessioni e compromessi i diversi ed eterogenei partiti politici, espressioni più di clientele che di popolo”
Prima di parlare di economia e di dare i numeri è bene spiegare alcuni concetti basilari e vedere perché gli ex cittadini del Regno delle due Sicilie imputano ai Piemontesi la loro rovina economica. Partiamo dal concetto di moneta, perché poi tutti i problemi finiscono li. «E' moneta tutto ciò che viene comunemente accettato, in un certo ambito geografico, come mezzo di scambio e di pagamento e come unità di misura del valore dei beni».
Questo il concetto generale in vigore da secoli e assolutamente tranquillo se non fosse che ogni potente di passaggio metteva di volta in volta il suo faccione sopra la moneta, sua e di casa d’altri.
La maniera più semplice di fare una moneta, valida ed accettabile, è comunque quella di coniarla in Oro (ricchi) o argento per i tagli minori e rame per i centesimi (per i poveri). Questo principio generale venne seguito, ma di fatto presentava tutta una serie di handicap che andavano dal titolo (lega), alla pericolosità del trasporto e detenzione e perfino ai limatori che ne alleggerivano il peso. Garanzie: con questo metodo, di fatto, la moneta era universale, veniva accettata in capo al mondo.
Tornando al concetto “…mezzo di scambio e di pagamento e come unità di misura del valore dei beni” Questa funzione può in effetti essere fatta da tanti altri mezzi e la storia ci insegna che qualsiasi oggetto raro e controllato dal potere può fungere da moneta. Fu così per il sale, le pellicce nei paesi freddi, il pesce secco nell’artico, le conchiglie in Africa etc.
Che questa funzione la potesse fare anche un altro mezzo era noto da secoli, da quando era stata inventata la cambiale e gli altri titoli di credito che non sono poi altro che gli assegni moderni (nel caso della cambiale gli assegni postdatati) e la cartamoneta. Per i tagli grossi era la soluzione (l’inflazione c’era anche allora e c’era bisogno sempre più spesso di nuovi alti tagli). Chi emetteva carta moneta (banche, ma banche di fiducia dello Stato) giurava e spergiurava di avere l’equivalente in oro monetizzabile in qualsiasi momento. La promessa era stata talmente convincente che a scoprire le carte, come si dice a Poker, veniva un 10% della gente; ergo se ho cento in oro e viene il 10 %, posso emettere 1000 e tenere solo oro per il 10% ce è 100.
Valore della produzione agricola 1861 suddivisa per territori in % Fonte: Svimez*
La pensata deve aver fruttato molto al suo ideatore, ma non teneva conto che il panico in certi momenti fa brutti scherzi. In tono minore e leggermente diverso è successo anche recentemente in Argentina dove i risparmiatori si presentarono a ritirare i sudati soldi, pensando che la banca li avesse tutti in cassaforte: esempio improprio ma non del tutto con una circolazione a copertura aurea, perchè se la banca non fa circolare la moneta con che cosa paga poi gli interessi ?.
Panico e disastro economico.
I piemontesi avevano deciso di cominciare ad emettere carta moneta già all’indomani della sconfitta di Novara del 1849 con un rapporto di uno a tre (una lira oro contro tre ritirate) con la Banca Nazionale degli Stati Sardi unico istituto autorizzato. La Banca Nazionale degli Stati Sardi, altri non era che la Banca di Genova (http://www.bancaditalia.it/interventi/intaltri_mdir/20070925_finocchiaro.pdf ), già avvezza a simili operazioni. Con la legge 9/9/1850 si decreta l’emissione di Carta moneta e uno dei primi valori è un 1000 lire del 1851. Vengono poi le 500 lire, le 250 e le 100 (1855). Questo è l’anno che Cavour sopprime gli ordini religiosi e li espropria. Due anni dopo è la volta del 50 lire e scendendo dopo l’unificazione eravamo arrivati alla lira. Coinvolti anche tutti gli altri istituti degli stati testè conquistati.
Banca Romana (1870), Banco di Napoli, Banco di Sicilia (per loro si trattava di una novità, oltre le fedi di credito), Banca Nazionale Toscana e Banca Toscana di Credito. La banca prestava soldi allo stato per le opere pubbliche, gli stipendi, per le guerre e per quant’altro servisse. Al Piemonte di Cavour ne servivano veramente tanti di soldi e l’immissione di tali ingenti somme sul mercato era anche perturbante, se non correttamente investite (ritorno economico e fiscale). La grande finanza era (ed è) convinta che i prestiti ai governi ed alle grandi società, producono rendite maggiori e danno più solide garanzie contro l'insolvenza, rispetto ai prestiti erogati al singolo.
Piemonte Continentale 18,2
Lombardia 15,3
Veneto 9,5
Parma e Piacenza, Reggio, Modena, 6,6
Stato Pontificio 9,3
Toscana 8,8
Due Sicilie –continente 23,6
Sicilia 7
Sardegna 1,7
Italia 100
Nel 1865 l'Italia, la Francia, la Svizzera, il Belgio e la Grecia, al fine di agevolare gli scambi, crearono l'Unione Monetaria Latina. Le monete d'oro e d'argento di questi paesi avevano lo stesso peso, diametro e percentuale di metallo prezioso e potevano quindi circolare liberamente in tutti gli stati membri, proprio come l'Euro odierno. Le monete avevano le seguenti caratteristiche: es. le 5 lire d’argento in lega al 900/1000 pesavano 25 grammo le 10 lire d’oro sempre in lega 900 gr 3,226 analogamente le 100 lire 32,26 gr. Aderirono poi formalmente all'Unione anche la Spagna, Romania, Austria, Bulgaria, Venezuela, Serbia, Montenegro, S. Marino e lo Stato della Chiesa.
Parentesi, all’incirca la stessa cosa stava accadendo negli Usa, usciti da una guerra civile, dove enormi operazioni speculative su terreni, merci, ferrovie, furono finanziate da una molteplicità di banche emettitrici, che nascevano e fallivano con rapidità sorprendente. Nel biennio 1873-74 chiusero 98 banche; 600 fallirono nel 1892/3. Fra il 1907 e il 1908 ne scomparvero 246. Lo Stato federale riuscì a garantire la convertibilità in oro solo nel 1879. Ricordiamo che nel 1971 Nixon pose fine alla convertibilità del dollaro.
Veniamo quindi al paese dei Borboni.
I dati che circolano su questa o quella economia, su questo o quel deficit, sono i più vari e strampalati. In una epoca in cui non esisteva una statistica ufficiale, la stessa previsione di bilancio era un terno al lotto. Sparare cifre la cui veridicità resta dubbia e di parte non mi sembrava utile e necessario. Riassumo quindi solo alcuni numeri indicativi per avere un quadro generale della situazione.
Il primo abbozzo di censimento venne organizzato nel 1861. All’epoca l’italia contava circa 22 milioni di cittadini provenienti per 9 milioni dalle Due Sicilie, 5 dal Piemonte e 8 dagli altri Staterelli annessi (3,2 Lombardia, 4 Emilia Romagna e Toscana, mancavano ancora le tre Venezie e il Lazio per circa 3 milioni di cittadini).
La mortalità infantile era del 31%° e il prodotto interno lordo era partecipato per il 54 % dall’agricoltura, per il 19% dall’industria e per il 27% dal terziario e dalla pubblica amministrazione (6%). Su una popolazione attiva del 60% (dato nazionale*: c’erano molti giovani) il 70% era dedita alla agricoltura (10,7 milioni) il 18% all’industria (2,8 milioni) e il resto nei servizi. Per quanto riguarda il territorio continentale del regno borbonico, nel 1860 gli addetti alle grandi industrie erano 210.000 in quasi 5.000 opifici e costituivano circa il 7% della popolazione attiva (dato non completamente verificabile e inferiore comunque a quello medio nazionale).
Il reddito pro-capite era pressochè uguale a quello medio italiano.
La sostituzione monetaria comportò oltre un anno di interregno, durante il quale si doveva decidere sulla forma amministrativa dello stato (decentrato -non federale o accentrato, ma passò questo) e della politica fiscale per pagare gli ingenti debiti che erano stati fatti per la guerra (1859 263 milioni + 80 ai francesi) che furono coperti provvisoriamente con prestiti contratti anche nelle province di nuova acquisizione come nel Sud.
Dal 1859 al 1861 si calcola che il disavanzo raggiungesse i 1000 milioni di lire piemontesi.
Una ripartizione (ipotetica) ora del debito complessivo unitario vedeva Il sud accollarsi quasi 1/5 del totale. Divisione strana, perché lo stato era centralizzato e simile divisione avrebbe avuto valore solo se a livello locale le tasse pagate fossero state compensate da un minor intervento statale (che peraltro non poteva esimersi dalle spese correnti -stipendi-che erano il grosso. Ciò equivarrebbe ad annullare ogni opera pubblica). Per pareggiare il bilancio si cominciò a vendere tutto quello che era demaniale o di proprietà pubblica (ex investimenti borbonici) e religioso. Ciò nonostante gli interessi del Debito Pubblico fino al 1866 continuarono a salire (fino a 300 milioni).
In breve il debito pubblico raddoppiò, poiché lo stato faceva debiti per pagare interessi.
La lira si era svincolata dall’oro e lo stato nel 1866 con una nuova guerra alle porte era sull’orlo del fallimento, neanche la famigerata tassa sul macinato avrebbe risollevato più le sorti negli anni successivi. Fu in questo momento, col corso forzoso a neanche un anno dalla firma della unione Monetaria, che ci fu la fuga dalla cartamoneta e la tesaurizzazione di quella metallica.
Iniziava ora si la lunga fase della emigrazione che raggiungerà punte drammatiche verso la fine del secolo.
Per riportare un pò d’ordine nella circolazione monetaria nel 1874 fu poi costituito il Consorzio Obbligatorio degli istituti di emissione. A ciascuna delle sei banche autorizzate all'emissione venivano imposti un tetto massimo di banconote che potevano essere emesse e gli scarti massimi che si consentivano in rapporto alle riserve in metalli o valute pregiate. In questo modo, le banche conservavano la loro autonomia di enti privati, ma venivano sottoposti al controllo e ispezione del Ministro dell'Industria e del Commercio.
Era il preludio alla creazione della Banca d’Italia che vedrà la luce però solo 15 anni dopo.
LE MONETE CIRCOLANTI A NAPOLI: Erano d'oro: lo Zecchino da due Ducati, la doppia da quattro Ducati e l'oncia da sei Ducati. Ferdinando II coniò un pezzo d'oro da tre Ducati, una quintupla da quindici Ducati ed una decupla del valore di trenta Ducati. Tra le monete d'argento aveva limitata circolazione il Ducato da cento Grana; la piastra da 120 Grana era la più diffusa. Ferdinando IV, tra il 1784 e 1785 aveva fatto coniare anche il mezzo Ducato d'argento da 50 Grana, ma era più diffusa la mezza piastra d'argento da 60 Grana. Vi erano poi il Tarì da venti Grana, il Carlino da dieci Grana ed il mezzo Carlino da cinque Grana. Tra le monete di rame, invece, la Pubblica da tre Tornesi, il Grano da due Tornesi, il Tornese ed il Tornese e mezzo o nove Cavalli, il tre Cavalli o mezzo Tornese. Vi erano anche pezzi da 8, 10, 6, 5 e 4 Tornesi, sempre in rame e sempre del periodo di Ferdinando IV.
L'unificazione del sistema monetario italiano avvenne in base alla legge del 24/8/1862. Fu una specie di corsa contro il tempo: nel luglio (Regio Decreto del 17 luglio 1861, n. 452 ) fu scelta l’impronta da coniare; nel marzo 1862 venne stabilito il valore aureo della nuova lira (0,29 grammi, pari a 4,5 grammi d’argento); nel maggio successivo furono fissati i rapporti di cambio con le valute destinate a sparire. Una lira piemontese corrispondeva a una lira italiana, mentre la lira austriaca venne cambiata a 0,87 lire italiane e una lira toscana a 0,84; per uno scudo pontificio, invece, si ottenevano 5,38 lire. sempre il catalogo poi dice che 1 ducato napoletano valeva Lire italiane 4,25 circa (prendere o lasciare).
Nella seconda metà del 1862 le tre zecche italiane, a Napoli, Milano e Torino (Roma era ancora sotto il Papa) cominciarono a coniare. Furono emessi 150 milioni di lire in monete d’oro e d’argento, 36 milioni in monete bronzee.
In oro furono autorizzati i tagli da “lire” 100, 50, 20, 10 e 5 (tutti emessi al titolo di 900 millesimi); in argento quelli da “lire” 5, 2, 1 e da “centesimi” 50 e 20; in bronzo i pezzi da “centesimi” 10, 5, 2 e 1.
Fra i nominali in argento solo quello da “lire” 5 venne coniato al titolo di 900 millesimi, mentre per gli altri fu stabilito un fino di 835 millesimi. La lega delle monete in bronzo era fissata in 960 millesimi di rame e 40 millesimi di stagno. Il rapporto tra i due metalli nobili oro/argento restava fissato, secondo la tradizione franco-piemontese, in 1 a 15,50. La difficoltà di avere sempre oro e argento in proporzioni fisse (1/15) metteva in difficoltà da sempre il conio di monete.
Anche per questa nasce l’Unione Monetaria Latina, tipo cassa di compensazione.
Gli anni 70 dell'ottocento distruggeranno il sogno dell’"euro" (non solo in Italia) e la copertura “fittizia” in oro cadrà definitivamente anni dopo con la grande guerra.
L'oro si considera tanto stabile che, anche alle quotazioni odierne 1gr = 12,35 euro, le 10 lire oro italiane del 1862 del peso di 3,226 grammi conservano il loro valore anche oggi pari a 39,84 Euro, idem per il ducato napoletano che valeva 4,25 lire circa (3,984 euro per lira) e quindi 16,94 euro per un ducato. Il calcolo è stato effettuato a $ quotato a 1.25 e a titolo aureo costante. Quotazione oro 440 $ per oncia (gr 28,35)
Secondo «La scienza delle finanze» di Saverio Nitti la moneta circolante nelle Due Sicilie all’epoca della unificazione era pari a 443,2 milioni di lire (stima), risultante oltre il doppio di tutte le altre monete circolanti nella penisola italiana. Se calcoliamo che il Lombardo Veneto era magistralmente governato dagli Austriaci (l’attivo di bilancio era il più alto) la circolazione delle Due Sicilie appare eccessiva per altre valutazioni. La tabella sottostante costruita con stime va presa col beneficio d'inventario.
Il ritiro del circolante napoletano incontrò grosse difficoltà e secondo alcuni venne tesaurizzato in una percentuale alta, percentuale che secondo alcune fonti sta sotto il 50%.
Il debito pubblico era comunque più basso, 1/10, di quello piemontese.
Regioni
Riserve Auree in mil.
moneta ritirata in mil.
abitanti mil.
disponibilità a testa
Due Sicilie
443**
457
9,05
50,5 lire
Lombardia 8,1 112
3,15
35,5
Ducati Pr-Mo 1,8 38
Romagna 2,1
18
Piemonte 27 176 5 35
Toscana 85,2 73 1,9
38,4
Ex papato
55,3
1,35
Venezie*
12,7
2,5
Roma Lazio 1870 35,3 350 mila
Totali
668,4
25,4
Dalle cifre sopra esposte, se reali, si può notare che ad esclusione di Toscana e Due Sicilie il rapporto fra Riserve e circolante era già andato oltre l’uno a tre. Si nota anche che il dato delle due Sicilie (incompleto) dà una disponibilità a testa più alta d’Italia !!!.
**Con una circolazione a metallo nobile la riserva non esisteva fisicamente se non per quella parte non coperta (aggio). Il dato delle riserve del Lazio è alto perché copriva anche la circolazione monetaria di Romagna, Marche e Umbria, perse nel 1860, per circa 3 milioni di abitanti , non si conosce il circolante. * Il dato delle Venezie comprende la Venezia Tridentina entrata a far parte della nazione italiana solo nel 1918. I dati al 1861, fuori dal censimento italiano, sono stimati.
Da considerare che quando è stata ritirata la lira a favore dell'Euro 2 anni fa il circolante a disposizione era poco più di 2 milioni a testa, in presenza di altri strumenti monetari sostitutivi come gli assegni, carte di credito, bancomat etc. Si stima che su 125.000 miliardi di lire circa un 10% non rientrerà più anche in tempi successivi per cause varie (collezionismo, distruzione o smarrimento).
fonte:http://digilander.libero.it/fiammecremisi/approfondimenti/questionemeridionale1.htm
Prima di parlare di economia e di dare i numeri è bene spiegare alcuni concetti basilari e vedere perché gli ex cittadini del Regno delle due Sicilie imputano ai Piemontesi la loro rovina economica. Partiamo dal concetto di moneta, perché poi tutti i problemi finiscono li. «E' moneta tutto ciò che viene comunemente accettato, in un certo ambito geografico, come mezzo di scambio e di pagamento e come unità di misura del valore dei beni».
Questo il concetto generale in vigore da secoli e assolutamente tranquillo se non fosse che ogni potente di passaggio metteva di volta in volta il suo faccione sopra la moneta, sua e di casa d’altri.
La maniera più semplice di fare una moneta, valida ed accettabile, è comunque quella di coniarla in Oro (ricchi) o argento per i tagli minori e rame per i centesimi (per i poveri). Questo principio generale venne seguito, ma di fatto presentava tutta una serie di handicap che andavano dal titolo (lega), alla pericolosità del trasporto e detenzione e perfino ai limatori che ne alleggerivano il peso. Garanzie: con questo metodo, di fatto, la moneta era universale, veniva accettata in capo al mondo.
Tornando al concetto “…mezzo di scambio e di pagamento e come unità di misura del valore dei beni” Questa funzione può in effetti essere fatta da tanti altri mezzi e la storia ci insegna che qualsiasi oggetto raro e controllato dal potere può fungere da moneta. Fu così per il sale, le pellicce nei paesi freddi, il pesce secco nell’artico, le conchiglie in Africa etc.
Che questa funzione la potesse fare anche un altro mezzo era noto da secoli, da quando era stata inventata la cambiale e gli altri titoli di credito che non sono poi altro che gli assegni moderni (nel caso della cambiale gli assegni postdatati) e la cartamoneta. Per i tagli grossi era la soluzione (l’inflazione c’era anche allora e c’era bisogno sempre più spesso di nuovi alti tagli). Chi emetteva carta moneta (banche, ma banche di fiducia dello Stato) giurava e spergiurava di avere l’equivalente in oro monetizzabile in qualsiasi momento. La promessa era stata talmente convincente che a scoprire le carte, come si dice a Poker, veniva un 10% della gente; ergo se ho cento in oro e viene il 10 %, posso emettere 1000 e tenere solo oro per il 10% ce è 100.
Valore della produzione agricola 1861 suddivisa per territori in % Fonte: Svimez*
La pensata deve aver fruttato molto al suo ideatore, ma non teneva conto che il panico in certi momenti fa brutti scherzi. In tono minore e leggermente diverso è successo anche recentemente in Argentina dove i risparmiatori si presentarono a ritirare i sudati soldi, pensando che la banca li avesse tutti in cassaforte: esempio improprio ma non del tutto con una circolazione a copertura aurea, perchè se la banca non fa circolare la moneta con che cosa paga poi gli interessi ?.
Panico e disastro economico.
I piemontesi avevano deciso di cominciare ad emettere carta moneta già all’indomani della sconfitta di Novara del 1849 con un rapporto di uno a tre (una lira oro contro tre ritirate) con la Banca Nazionale degli Stati Sardi unico istituto autorizzato. La Banca Nazionale degli Stati Sardi, altri non era che la Banca di Genova (http://www.bancaditalia.it/interventi/intaltri_mdir/20070925_finocchiaro.pdf ), già avvezza a simili operazioni. Con la legge 9/9/1850 si decreta l’emissione di Carta moneta e uno dei primi valori è un 1000 lire del 1851. Vengono poi le 500 lire, le 250 e le 100 (1855). Questo è l’anno che Cavour sopprime gli ordini religiosi e li espropria. Due anni dopo è la volta del 50 lire e scendendo dopo l’unificazione eravamo arrivati alla lira. Coinvolti anche tutti gli altri istituti degli stati testè conquistati.
Banca Romana (1870), Banco di Napoli, Banco di Sicilia (per loro si trattava di una novità, oltre le fedi di credito), Banca Nazionale Toscana e Banca Toscana di Credito. La banca prestava soldi allo stato per le opere pubbliche, gli stipendi, per le guerre e per quant’altro servisse. Al Piemonte di Cavour ne servivano veramente tanti di soldi e l’immissione di tali ingenti somme sul mercato era anche perturbante, se non correttamente investite (ritorno economico e fiscale). La grande finanza era (ed è) convinta che i prestiti ai governi ed alle grandi società, producono rendite maggiori e danno più solide garanzie contro l'insolvenza, rispetto ai prestiti erogati al singolo.
Piemonte Continentale 18,2
Lombardia 15,3
Veneto 9,5
Parma e Piacenza, Reggio, Modena, 6,6
Stato Pontificio 9,3
Toscana 8,8
Due Sicilie –continente 23,6
Sicilia 7
Sardegna 1,7
Italia 100
Nel 1865 l'Italia, la Francia, la Svizzera, il Belgio e la Grecia, al fine di agevolare gli scambi, crearono l'Unione Monetaria Latina. Le monete d'oro e d'argento di questi paesi avevano lo stesso peso, diametro e percentuale di metallo prezioso e potevano quindi circolare liberamente in tutti gli stati membri, proprio come l'Euro odierno. Le monete avevano le seguenti caratteristiche: es. le 5 lire d’argento in lega al 900/1000 pesavano 25 grammo le 10 lire d’oro sempre in lega 900 gr 3,226 analogamente le 100 lire 32,26 gr. Aderirono poi formalmente all'Unione anche la Spagna, Romania, Austria, Bulgaria, Venezuela, Serbia, Montenegro, S. Marino e lo Stato della Chiesa.
Parentesi, all’incirca la stessa cosa stava accadendo negli Usa, usciti da una guerra civile, dove enormi operazioni speculative su terreni, merci, ferrovie, furono finanziate da una molteplicità di banche emettitrici, che nascevano e fallivano con rapidità sorprendente. Nel biennio 1873-74 chiusero 98 banche; 600 fallirono nel 1892/3. Fra il 1907 e il 1908 ne scomparvero 246. Lo Stato federale riuscì a garantire la convertibilità in oro solo nel 1879. Ricordiamo che nel 1971 Nixon pose fine alla convertibilità del dollaro.
Veniamo quindi al paese dei Borboni.
I dati che circolano su questa o quella economia, su questo o quel deficit, sono i più vari e strampalati. In una epoca in cui non esisteva una statistica ufficiale, la stessa previsione di bilancio era un terno al lotto. Sparare cifre la cui veridicità resta dubbia e di parte non mi sembrava utile e necessario. Riassumo quindi solo alcuni numeri indicativi per avere un quadro generale della situazione.
Il primo abbozzo di censimento venne organizzato nel 1861. All’epoca l’italia contava circa 22 milioni di cittadini provenienti per 9 milioni dalle Due Sicilie, 5 dal Piemonte e 8 dagli altri Staterelli annessi (3,2 Lombardia, 4 Emilia Romagna e Toscana, mancavano ancora le tre Venezie e il Lazio per circa 3 milioni di cittadini).
La mortalità infantile era del 31%° e il prodotto interno lordo era partecipato per il 54 % dall’agricoltura, per il 19% dall’industria e per il 27% dal terziario e dalla pubblica amministrazione (6%). Su una popolazione attiva del 60% (dato nazionale*: c’erano molti giovani) il 70% era dedita alla agricoltura (10,7 milioni) il 18% all’industria (2,8 milioni) e il resto nei servizi. Per quanto riguarda il territorio continentale del regno borbonico, nel 1860 gli addetti alle grandi industrie erano 210.000 in quasi 5.000 opifici e costituivano circa il 7% della popolazione attiva (dato non completamente verificabile e inferiore comunque a quello medio nazionale).
Il reddito pro-capite era pressochè uguale a quello medio italiano.
La sostituzione monetaria comportò oltre un anno di interregno, durante il quale si doveva decidere sulla forma amministrativa dello stato (decentrato -non federale o accentrato, ma passò questo) e della politica fiscale per pagare gli ingenti debiti che erano stati fatti per la guerra (1859 263 milioni + 80 ai francesi) che furono coperti provvisoriamente con prestiti contratti anche nelle province di nuova acquisizione come nel Sud.
Dal 1859 al 1861 si calcola che il disavanzo raggiungesse i 1000 milioni di lire piemontesi.
Una ripartizione (ipotetica) ora del debito complessivo unitario vedeva Il sud accollarsi quasi 1/5 del totale. Divisione strana, perché lo stato era centralizzato e simile divisione avrebbe avuto valore solo se a livello locale le tasse pagate fossero state compensate da un minor intervento statale (che peraltro non poteva esimersi dalle spese correnti -stipendi-che erano il grosso. Ciò equivarrebbe ad annullare ogni opera pubblica). Per pareggiare il bilancio si cominciò a vendere tutto quello che era demaniale o di proprietà pubblica (ex investimenti borbonici) e religioso. Ciò nonostante gli interessi del Debito Pubblico fino al 1866 continuarono a salire (fino a 300 milioni).
In breve il debito pubblico raddoppiò, poiché lo stato faceva debiti per pagare interessi.
La lira si era svincolata dall’oro e lo stato nel 1866 con una nuova guerra alle porte era sull’orlo del fallimento, neanche la famigerata tassa sul macinato avrebbe risollevato più le sorti negli anni successivi. Fu in questo momento, col corso forzoso a neanche un anno dalla firma della unione Monetaria, che ci fu la fuga dalla cartamoneta e la tesaurizzazione di quella metallica.
Iniziava ora si la lunga fase della emigrazione che raggiungerà punte drammatiche verso la fine del secolo.
Per riportare un pò d’ordine nella circolazione monetaria nel 1874 fu poi costituito il Consorzio Obbligatorio degli istituti di emissione. A ciascuna delle sei banche autorizzate all'emissione venivano imposti un tetto massimo di banconote che potevano essere emesse e gli scarti massimi che si consentivano in rapporto alle riserve in metalli o valute pregiate. In questo modo, le banche conservavano la loro autonomia di enti privati, ma venivano sottoposti al controllo e ispezione del Ministro dell'Industria e del Commercio.
Era il preludio alla creazione della Banca d’Italia che vedrà la luce però solo 15 anni dopo.
LE MONETE CIRCOLANTI A NAPOLI: Erano d'oro: lo Zecchino da due Ducati, la doppia da quattro Ducati e l'oncia da sei Ducati. Ferdinando II coniò un pezzo d'oro da tre Ducati, una quintupla da quindici Ducati ed una decupla del valore di trenta Ducati. Tra le monete d'argento aveva limitata circolazione il Ducato da cento Grana; la piastra da 120 Grana era la più diffusa. Ferdinando IV, tra il 1784 e 1785 aveva fatto coniare anche il mezzo Ducato d'argento da 50 Grana, ma era più diffusa la mezza piastra d'argento da 60 Grana. Vi erano poi il Tarì da venti Grana, il Carlino da dieci Grana ed il mezzo Carlino da cinque Grana. Tra le monete di rame, invece, la Pubblica da tre Tornesi, il Grano da due Tornesi, il Tornese ed il Tornese e mezzo o nove Cavalli, il tre Cavalli o mezzo Tornese. Vi erano anche pezzi da 8, 10, 6, 5 e 4 Tornesi, sempre in rame e sempre del periodo di Ferdinando IV.
L'unificazione del sistema monetario italiano avvenne in base alla legge del 24/8/1862. Fu una specie di corsa contro il tempo: nel luglio (Regio Decreto del 17 luglio 1861, n. 452 ) fu scelta l’impronta da coniare; nel marzo 1862 venne stabilito il valore aureo della nuova lira (0,29 grammi, pari a 4,5 grammi d’argento); nel maggio successivo furono fissati i rapporti di cambio con le valute destinate a sparire. Una lira piemontese corrispondeva a una lira italiana, mentre la lira austriaca venne cambiata a 0,87 lire italiane e una lira toscana a 0,84; per uno scudo pontificio, invece, si ottenevano 5,38 lire. sempre il catalogo poi dice che 1 ducato napoletano valeva Lire italiane 4,25 circa (prendere o lasciare).
Nella seconda metà del 1862 le tre zecche italiane, a Napoli, Milano e Torino (Roma era ancora sotto il Papa) cominciarono a coniare. Furono emessi 150 milioni di lire in monete d’oro e d’argento, 36 milioni in monete bronzee.
In oro furono autorizzati i tagli da “lire” 100, 50, 20, 10 e 5 (tutti emessi al titolo di 900 millesimi); in argento quelli da “lire” 5, 2, 1 e da “centesimi” 50 e 20; in bronzo i pezzi da “centesimi” 10, 5, 2 e 1.
Fra i nominali in argento solo quello da “lire” 5 venne coniato al titolo di 900 millesimi, mentre per gli altri fu stabilito un fino di 835 millesimi. La lega delle monete in bronzo era fissata in 960 millesimi di rame e 40 millesimi di stagno. Il rapporto tra i due metalli nobili oro/argento restava fissato, secondo la tradizione franco-piemontese, in 1 a 15,50. La difficoltà di avere sempre oro e argento in proporzioni fisse (1/15) metteva in difficoltà da sempre il conio di monete.
Anche per questa nasce l’Unione Monetaria Latina, tipo cassa di compensazione.
Gli anni 70 dell'ottocento distruggeranno il sogno dell’"euro" (non solo in Italia) e la copertura “fittizia” in oro cadrà definitivamente anni dopo con la grande guerra.
L'oro si considera tanto stabile che, anche alle quotazioni odierne 1gr = 12,35 euro, le 10 lire oro italiane del 1862 del peso di 3,226 grammi conservano il loro valore anche oggi pari a 39,84 Euro, idem per il ducato napoletano che valeva 4,25 lire circa (3,984 euro per lira) e quindi 16,94 euro per un ducato. Il calcolo è stato effettuato a $ quotato a 1.25 e a titolo aureo costante. Quotazione oro 440 $ per oncia (gr 28,35)
Secondo «La scienza delle finanze» di Saverio Nitti la moneta circolante nelle Due Sicilie all’epoca della unificazione era pari a 443,2 milioni di lire (stima), risultante oltre il doppio di tutte le altre monete circolanti nella penisola italiana. Se calcoliamo che il Lombardo Veneto era magistralmente governato dagli Austriaci (l’attivo di bilancio era il più alto) la circolazione delle Due Sicilie appare eccessiva per altre valutazioni. La tabella sottostante costruita con stime va presa col beneficio d'inventario.
Il ritiro del circolante napoletano incontrò grosse difficoltà e secondo alcuni venne tesaurizzato in una percentuale alta, percentuale che secondo alcune fonti sta sotto il 50%.
Il debito pubblico era comunque più basso, 1/10, di quello piemontese.
Regioni
Riserve Auree in mil.
moneta ritirata in mil.
abitanti mil.
disponibilità a testa
Due Sicilie
443**
457
9,05
50,5 lire
Lombardia 8,1 112
3,15
35,5
Ducati Pr-Mo 1,8 38
Romagna 2,1
18
Piemonte 27 176 5 35
Toscana 85,2 73 1,9
38,4
Ex papato
55,3
1,35
Venezie*
12,7
2,5
Roma Lazio 1870 35,3 350 mila
Totali
668,4
25,4
Dalle cifre sopra esposte, se reali, si può notare che ad esclusione di Toscana e Due Sicilie il rapporto fra Riserve e circolante era già andato oltre l’uno a tre. Si nota anche che il dato delle due Sicilie (incompleto) dà una disponibilità a testa più alta d’Italia !!!.
**Con una circolazione a metallo nobile la riserva non esisteva fisicamente se non per quella parte non coperta (aggio). Il dato delle riserve del Lazio è alto perché copriva anche la circolazione monetaria di Romagna, Marche e Umbria, perse nel 1860, per circa 3 milioni di abitanti , non si conosce il circolante. * Il dato delle Venezie comprende la Venezia Tridentina entrata a far parte della nazione italiana solo nel 1918. I dati al 1861, fuori dal censimento italiano, sono stimati.
Da considerare che quando è stata ritirata la lira a favore dell'Euro 2 anni fa il circolante a disposizione era poco più di 2 milioni a testa, in presenza di altri strumenti monetari sostitutivi come gli assegni, carte di credito, bancomat etc. Si stima che su 125.000 miliardi di lire circa un 10% non rientrerà più anche in tempi successivi per cause varie (collezionismo, distruzione o smarrimento).
fonte:http://digilander.libero.it/fiammecremisi/approfondimenti/questionemeridionale1.htm
Brigantes, Brigantii e Brigantaggio
Il brigante è inteso, genericamente, come bandito, persona la cui attività è fuorilegge. Spesso sono stati definiti briganti, in senso dispregiativo, combattenti, partigiani e rivoltosi in determinate situazioni sociali e politiche: in particolare briganti furono i personaggi che si opposero con le armi all'instaurazione della monarchia sabauda nel Regno delle due Sicilie. Occorre distinguere quei briganti in qualche modo politicizzati, dai briganti che furono dei delinquenti puri, non legati a ideologie, come i briganti romagnoli, tra i quali il più conosciuto è il "Passatore".
Etimologia
Il termine brigante, seppur derivi dalla parola "brigare" di cui condivise originariamente i significati di "praticare", "lavorare", "trovarsi insieme", ha assunto progressivamente, soprattutto in Francia, la connotazione di "fuorilegge", che oggi prevale. È nel 1410, che si attesta il lemma francese "brigandage", ma è solo nel 1829 che viene riscontrato in Italia come neologismo.
Ancora oggi in Russia si cantano e si ballano, in opere folkloristiche, le gesta di gruppi di briganti guidati da Stenka Razin, intorno al 1670. Razin e le sue bande armate di contadini e di avventurieri rivendicavano diritti sociali, quali l'eguaglianza e l'abolizione di privilegi.
"Briganti" vennero detti dai francesi anche i componenti dell'armata sanfedista riunita dal cardinale Fabrizio Ruffo che combatterono vittoriosamente contro l'occupazione francese e contro la Repubblica napoletana del 1799 (sostenuta, ma non riconosciuta, dalla stessa Francia). È in tal modo quindi, che, attraverso il francese, la parola "brigante" giunge in Italia poiché "con tal nome erano comunemente chiamati nell'anno 1809 coloro che nelle varie nostre province si sollevarono"
.
Sono stati quindi spesso definiti briganti, in senso dispregiativo, non unicamente dei 'delinquenti', ma i combattenti e rivoltosi in determinate situazioni sociali e politiche e per brigantaggio poi si è teso a definire non solo una forma di banditismo caratterizzata da azioni violente a scopo di rapina ed estorsione, ma anche azioni che hanno avuto, in altre circostanze, risvolti insurrezionalisti a sfondo politico e sociale. In Italia spesso ci si riferisce a persone raggruppatisi nel Mezzogiorno per contrapporsi contro le truppe che portarono al compimento il processo di unificazione del Regno d'Italia dei Savoia. L'uso del termine "brigante" assimilato a "bandito" è stato anche impiegato contro i partigiani della Resistenza dalle forze d'occupazione naziste.
Sono stati, in definitiva nel tempo, spesso definiti briganti, in senso dispregiativo, non solo persone 'dedicate' alla criminalità, ma altresì combattenti e rivoltosi in determinate situazioni sociali e politiche. Nella storiografia sono definiti "briganti" i movimenti di Taiping, un gruppo di rivoltosi orientali, attivo dalla seconda metà dell'Ottocento.
Brigantes, Brigantii e Brigantaggio
Secondo alcuni, il termine "brigante" deriverebbe dal popolo celtico dei Briganti,(abitanti della Britannia), insediato presso Eboracum (York) e, sempre per costoro, tristemente famoso presso i romani a causa della loro riottosità; secondo il Devoto per briga è da intendersi una parola che in lingua gallica, (il gallico è una lingua celtica estinta, parlata nelle antiche Gallie, praticamente le odierne Francia ed Italia settentrionale), indica "forza", passata poi a significare "prepotenza".
Il nome Brigantes (Briganti, Βρίγαντες; della Britannia) è affine a quello della dea celtica Brigantia.
Comunque il nome viene da una radice celtica che significa ‘altitudine'.Il nome Brigantes infatti è collegabile a 'brig' che significa "alto, elevato ed anche colle, altura" e non è chiaro se i nomi derivati erano così denominati col significato di "quelli alti " nel senso metaforico di animi nobili, o col significato di "montanari", oppure col significato di abitanti, luoghi o fortificazioni situati in altura. Anche il nome Brigit ed altri simili avrebbero avuto la stessa origine in Irlanda[6].A parziale conferma, Tolomeo nel menzionare i Brigantes, li riconosce come tribù presente anche in Irlanda. Un'altra tribù celtica (da taluni identificata come Brigantii) è citata da Strabone come una sub-tribù presente nel territorio dei Vindelici. Nella geografia ‘pre-romana' dell'Europa, Vindelicia era una regione delimitata a nord dal Danubio (e successivamente dal Limes Germanico di Adriano), a est dall'attuale fiume Inn, a sud dalla Rezia e ad ovest dal territorio degli Elvezi. Il suo capoluogo divenne con i Romani Augusta Vindelicorum ("Augusta dei Vindelici", o Augusta).
L'origine etnica del Vindelici non è sicura. In ogni caso solo verso la fine del primo secolo d.C., questa regione è stato inclusa nella provincia della Rezia dove erano sicuramente presenti sub-tribù di Brigantes Celti. Nella lingua italiana la parola brigante, da cui, fra gli altri, i nomi inglesi e francesi di brigand e brigade (e poi anche di brigandage) si evidenzia da espressioni derivate dal latino medievale non prima del XIV secolo.
Il termine brigante, con la connotazione di "fuorilegge", deriverebbe, come sopra affermato, da "brigare".
Non vi sarebbe dunque un'origine celtica di termini relativi alla parola brigantaggio ed anche se una derivazione celtica fosse possibile, ogni connessione con la tribù celtica dei Brigantes della Britannia appare affatto improbabile in quanto detta tribù non aveva avuto alcuna particolare presenza nella penisola italica ed era scomparsa come popolo da qualche migliaia di anni rispetto al momento in cui comparvero termini correlati con brigantaggio.
D'altro canto diverse città ed aree che si rifanno ad antichi insediamenti celtici con brig o ‘Briga- Prefixed Names in Europe'),potrebbero avere origini comuni coi Brigantes della Britannia e sono in ogni caso tutte città ed aree che si rifanno ad antichi insediamenti celtici.
Fra questi stanziamenti brig o ‘Briga- Prefixed Names in Europe' vi sono Brigantion poi romanizzata e denominata Brigantium, (l'attuale Bregenz in Austria), posta sulle rive del Brigantinus Lacus e principale centro delle sottotribù celtiche dei Briganti delle Alpi e Prealpi retiche, oppure Brigantio -> Brigantium oggi Briançon nelle Alpi Cozie ed anche Hispaniae Brigantium o Brigantinus Portus, l'antico nome del porto dell'odierna La Coruña, nella parte nord-occidentale della Spagna, Bragança in Portogallo nel distretto di Bragança. A proposito dell'attuale Bregenz, fondata da Brigantes delle Alpi e Prealpi ( ‘Brigantiers ' per i francesi), nel 15 a.C. i Romani la conquistarono e le conferirono lo status di città (Brigantium).
Nel 259-60, Brigantium venne distrutta in seguito ad invasioni ‘barbariche germaniche'. Curiosamente tra le ricostruzioni storiche sulle origini del nome del territorio storico della Brianza italiana,(che ha il documento forse più antico, nel quale si accenna proprio al nome Brianza,risalente al 1107), alcune,[9][10] hanno sostenuto la versione, forse leggendaria, secondo la quale il nome di questo territorio storico della Lombardia, è collegabile con il nome della Città di Brigantium e della popolazione che da essa emigrò dopo l'invasione dei popoli Germanici. D'altronde nelle trascrizioni, la G celtica tende a volte a sparire davanti alla A e quindi è possibile una derivazione Brigantes->Brigantii-> Briganti->Briganzi-> Briantii-> Brianti->Brianzi.
Nel 1485 venne istituita la Banca del Monte di Brianza, che tentò di risolvere problemi conseguenza fra l'altro della calamità del brigantaggio, ma particolarmente suggestivo è poi il possibile rafforzarsi del termine dovuto ai 'bravi' di manzoniana memoria,(probabilmente il nome ‘bravo' deriva dal latino pravus che significa ‘cattivo e malvagio') , soldataglia al servizio di signorotti locali, loro braccio armato e prepotente e con essi esercitanti una vera e propria forma di brigantaggio crudele nei contadi in cui spadroneggiavano nel 1600; in caso di razzie nelle campagne, di fronte a rare ribellioni nei loro confronti trovavano rifugio tra boschi, colline, luoghi montagnosi e dirupi, in ogni caso sedi impervie: fra i ‘bricch' come si diceva nei dialetti locali.
Vi sono infine alcune città italiane che deriverebbero il loro nome da termine celtico ‘Brig , Brik',quindi con un lontano passato celtico ma senza alcun legame con città e popolazioni di quella tribù celtica dei Brigantes della Britannia che in epoca pre-romana controllava la parte più grande dell'attuale Inghilterra del Nord , e una parte significativa delle Midlands, né soprattutto col Brigantaggio.
In conclusione i termini Brigantes e Brigantii, hanno avuto nel corso della storia collegamenti con diversi episodi di ribellione ad invasioni o a prevaricazioni sociali e politiche ma non hanno alcuna connessione col Brigantaggio, inteso nel senso di fenomeno determinato da persone 'dedicate' ad atti di perversa brutalità o di sopraffazione e prevaricazione anche violente e spesso nell'ambito di una criminalità organizzata.
Briganti e partigiani
L'identificazione di un determinato gruppo di combattenti o partigiani con termini quali brigante o bandito dipende in buona parte dal punto di vista della potenza che, detenendo il monopolio della forza e della legge, s'impone sul territorio interessato dalla ribellione, con l'obiettivo di screditarla ed isolarla dal suo tessuto sociale. Quando i libri di storia sono scritti dai vincitori, questi possono assumere questo punto di vista nei confronti dei vinti, a giustifica dell'opera di repressione nei loro confronti. In queste circostanze, i testi della storia ufficiale possono differire dai fatti come oggettivamente avvenuti, risultando fonti poco attendibili.
Alcuni di questi briganti guadagnarono in alcuni casi fama e appoggio dalla popolazione assumendo, nella cultura contadina e nella letteratura, un carattere a volte leggendario, come ad esempio avvenne nel caso dei cangaçeiros, che per circa 70 anni agirono nel Nordest del Brasile.
Infine, ulteriore esempio di quanto controverso possa essere l'uso di termini come "brigante" e "bandito" è il fatto che i partigiani della Resistenza venivano comunemente definiti banditi dalle forze d'occupazione naziste e come tali trattati.
Son stati definiti "briganti" anche i praedones della Roma repubblicana, sebbene tale parola, data la propria forte valenza storica, non appaia appropriata per quel contesto.
fonte:http://it.wikipedia.org/wiki/Brigante
Etimologia
Il termine brigante, seppur derivi dalla parola "brigare" di cui condivise originariamente i significati di "praticare", "lavorare", "trovarsi insieme", ha assunto progressivamente, soprattutto in Francia, la connotazione di "fuorilegge", che oggi prevale. È nel 1410, che si attesta il lemma francese "brigandage", ma è solo nel 1829 che viene riscontrato in Italia come neologismo.
Ancora oggi in Russia si cantano e si ballano, in opere folkloristiche, le gesta di gruppi di briganti guidati da Stenka Razin, intorno al 1670. Razin e le sue bande armate di contadini e di avventurieri rivendicavano diritti sociali, quali l'eguaglianza e l'abolizione di privilegi.
"Briganti" vennero detti dai francesi anche i componenti dell'armata sanfedista riunita dal cardinale Fabrizio Ruffo che combatterono vittoriosamente contro l'occupazione francese e contro la Repubblica napoletana del 1799 (sostenuta, ma non riconosciuta, dalla stessa Francia). È in tal modo quindi, che, attraverso il francese, la parola "brigante" giunge in Italia poiché "con tal nome erano comunemente chiamati nell'anno 1809 coloro che nelle varie nostre province si sollevarono"
.
Sono stati quindi spesso definiti briganti, in senso dispregiativo, non unicamente dei 'delinquenti', ma i combattenti e rivoltosi in determinate situazioni sociali e politiche e per brigantaggio poi si è teso a definire non solo una forma di banditismo caratterizzata da azioni violente a scopo di rapina ed estorsione, ma anche azioni che hanno avuto, in altre circostanze, risvolti insurrezionalisti a sfondo politico e sociale. In Italia spesso ci si riferisce a persone raggruppatisi nel Mezzogiorno per contrapporsi contro le truppe che portarono al compimento il processo di unificazione del Regno d'Italia dei Savoia. L'uso del termine "brigante" assimilato a "bandito" è stato anche impiegato contro i partigiani della Resistenza dalle forze d'occupazione naziste.
Sono stati, in definitiva nel tempo, spesso definiti briganti, in senso dispregiativo, non solo persone 'dedicate' alla criminalità, ma altresì combattenti e rivoltosi in determinate situazioni sociali e politiche. Nella storiografia sono definiti "briganti" i movimenti di Taiping, un gruppo di rivoltosi orientali, attivo dalla seconda metà dell'Ottocento.
Brigantes, Brigantii e Brigantaggio
Secondo alcuni, il termine "brigante" deriverebbe dal popolo celtico dei Briganti,(abitanti della Britannia), insediato presso Eboracum (York) e, sempre per costoro, tristemente famoso presso i romani a causa della loro riottosità; secondo il Devoto per briga è da intendersi una parola che in lingua gallica, (il gallico è una lingua celtica estinta, parlata nelle antiche Gallie, praticamente le odierne Francia ed Italia settentrionale), indica "forza", passata poi a significare "prepotenza".
Il nome Brigantes (Briganti, Βρίγαντες; della Britannia) è affine a quello della dea celtica Brigantia.
Comunque il nome viene da una radice celtica che significa ‘altitudine'.Il nome Brigantes infatti è collegabile a 'brig' che significa "alto, elevato ed anche colle, altura" e non è chiaro se i nomi derivati erano così denominati col significato di "quelli alti " nel senso metaforico di animi nobili, o col significato di "montanari", oppure col significato di abitanti, luoghi o fortificazioni situati in altura. Anche il nome Brigit ed altri simili avrebbero avuto la stessa origine in Irlanda[6].A parziale conferma, Tolomeo nel menzionare i Brigantes, li riconosce come tribù presente anche in Irlanda. Un'altra tribù celtica (da taluni identificata come Brigantii) è citata da Strabone come una sub-tribù presente nel territorio dei Vindelici. Nella geografia ‘pre-romana' dell'Europa, Vindelicia era una regione delimitata a nord dal Danubio (e successivamente dal Limes Germanico di Adriano), a est dall'attuale fiume Inn, a sud dalla Rezia e ad ovest dal territorio degli Elvezi. Il suo capoluogo divenne con i Romani Augusta Vindelicorum ("Augusta dei Vindelici", o Augusta).
L'origine etnica del Vindelici non è sicura. In ogni caso solo verso la fine del primo secolo d.C., questa regione è stato inclusa nella provincia della Rezia dove erano sicuramente presenti sub-tribù di Brigantes Celti. Nella lingua italiana la parola brigante, da cui, fra gli altri, i nomi inglesi e francesi di brigand e brigade (e poi anche di brigandage) si evidenzia da espressioni derivate dal latino medievale non prima del XIV secolo.
Il termine brigante, con la connotazione di "fuorilegge", deriverebbe, come sopra affermato, da "brigare".
Non vi sarebbe dunque un'origine celtica di termini relativi alla parola brigantaggio ed anche se una derivazione celtica fosse possibile, ogni connessione con la tribù celtica dei Brigantes della Britannia appare affatto improbabile in quanto detta tribù non aveva avuto alcuna particolare presenza nella penisola italica ed era scomparsa come popolo da qualche migliaia di anni rispetto al momento in cui comparvero termini correlati con brigantaggio.
D'altro canto diverse città ed aree che si rifanno ad antichi insediamenti celtici con brig o ‘Briga- Prefixed Names in Europe'),potrebbero avere origini comuni coi Brigantes della Britannia e sono in ogni caso tutte città ed aree che si rifanno ad antichi insediamenti celtici.
Fra questi stanziamenti brig o ‘Briga- Prefixed Names in Europe' vi sono Brigantion poi romanizzata e denominata Brigantium, (l'attuale Bregenz in Austria), posta sulle rive del Brigantinus Lacus e principale centro delle sottotribù celtiche dei Briganti delle Alpi e Prealpi retiche, oppure Brigantio -> Brigantium oggi Briançon nelle Alpi Cozie ed anche Hispaniae Brigantium o Brigantinus Portus, l'antico nome del porto dell'odierna La Coruña, nella parte nord-occidentale della Spagna, Bragança in Portogallo nel distretto di Bragança. A proposito dell'attuale Bregenz, fondata da Brigantes delle Alpi e Prealpi ( ‘Brigantiers ' per i francesi), nel 15 a.C. i Romani la conquistarono e le conferirono lo status di città (Brigantium).
Nel 259-60, Brigantium venne distrutta in seguito ad invasioni ‘barbariche germaniche'. Curiosamente tra le ricostruzioni storiche sulle origini del nome del territorio storico della Brianza italiana,(che ha il documento forse più antico, nel quale si accenna proprio al nome Brianza,risalente al 1107), alcune,[9][10] hanno sostenuto la versione, forse leggendaria, secondo la quale il nome di questo territorio storico della Lombardia, è collegabile con il nome della Città di Brigantium e della popolazione che da essa emigrò dopo l'invasione dei popoli Germanici. D'altronde nelle trascrizioni, la G celtica tende a volte a sparire davanti alla A e quindi è possibile una derivazione Brigantes->Brigantii-> Briganti->Briganzi-> Briantii-> Brianti->Brianzi.
Nel 1485 venne istituita la Banca del Monte di Brianza, che tentò di risolvere problemi conseguenza fra l'altro della calamità del brigantaggio, ma particolarmente suggestivo è poi il possibile rafforzarsi del termine dovuto ai 'bravi' di manzoniana memoria,(probabilmente il nome ‘bravo' deriva dal latino pravus che significa ‘cattivo e malvagio') , soldataglia al servizio di signorotti locali, loro braccio armato e prepotente e con essi esercitanti una vera e propria forma di brigantaggio crudele nei contadi in cui spadroneggiavano nel 1600; in caso di razzie nelle campagne, di fronte a rare ribellioni nei loro confronti trovavano rifugio tra boschi, colline, luoghi montagnosi e dirupi, in ogni caso sedi impervie: fra i ‘bricch' come si diceva nei dialetti locali.
Vi sono infine alcune città italiane che deriverebbero il loro nome da termine celtico ‘Brig , Brik',quindi con un lontano passato celtico ma senza alcun legame con città e popolazioni di quella tribù celtica dei Brigantes della Britannia che in epoca pre-romana controllava la parte più grande dell'attuale Inghilterra del Nord , e una parte significativa delle Midlands, né soprattutto col Brigantaggio.
In conclusione i termini Brigantes e Brigantii, hanno avuto nel corso della storia collegamenti con diversi episodi di ribellione ad invasioni o a prevaricazioni sociali e politiche ma non hanno alcuna connessione col Brigantaggio, inteso nel senso di fenomeno determinato da persone 'dedicate' ad atti di perversa brutalità o di sopraffazione e prevaricazione anche violente e spesso nell'ambito di una criminalità organizzata.
Briganti e partigiani
L'identificazione di un determinato gruppo di combattenti o partigiani con termini quali brigante o bandito dipende in buona parte dal punto di vista della potenza che, detenendo il monopolio della forza e della legge, s'impone sul territorio interessato dalla ribellione, con l'obiettivo di screditarla ed isolarla dal suo tessuto sociale. Quando i libri di storia sono scritti dai vincitori, questi possono assumere questo punto di vista nei confronti dei vinti, a giustifica dell'opera di repressione nei loro confronti. In queste circostanze, i testi della storia ufficiale possono differire dai fatti come oggettivamente avvenuti, risultando fonti poco attendibili.
Alcuni di questi briganti guadagnarono in alcuni casi fama e appoggio dalla popolazione assumendo, nella cultura contadina e nella letteratura, un carattere a volte leggendario, come ad esempio avvenne nel caso dei cangaçeiros, che per circa 70 anni agirono nel Nordest del Brasile.
Infine, ulteriore esempio di quanto controverso possa essere l'uso di termini come "brigante" e "bandito" è il fatto che i partigiani della Resistenza venivano comunemente definiti banditi dalle forze d'occupazione naziste e come tali trattati.
Son stati definiti "briganti" anche i praedones della Roma repubblicana, sebbene tale parola, data la propria forte valenza storica, non appaia appropriata per quel contesto.
fonte:http://it.wikipedia.org/wiki/Brigante
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